Che sia la striscia rossa del Perù o quella del River Plate, la fascia diagonale — in tutte le sue forme e combinazioni cromatiche — è uno degli elementi più riconoscibili dell’estetica calcistica. Ma da dove arriva davvero? Chi l’ha introdotta per primo? La risposta cambia a seconda di chi si interroga.
Agli albori del calcio, le maglie da gioco erano prive di qualunque dettaglio distintivo; non avevano loghi, numeri o colori. Tutti scendevano in campo con tenute completamente neutre, spesso bianche o nere, talvolta ereditate dalle divise da cricket. E in un’epoca in cui non esistevano divise ufficiali né fornitori tecnici, distinguere i compagni dagli avversari poteva diventare complicato, soprattutto nelle mischie o nelle giornate nebbiose. Anche il sito Historical Football Kits conferma che, nell’Inghilterra vittoriana, prima ancora della nascita ufficiale dei club, erano le scuole e le università a fare da laboratorio sperimentale del calcio moderno dove i giocatori spesso scendevano in campo con quello che avevano a disposizione, senza un’uniforme codificata. Per ovviare al problema, si cominciò ad utilizzare elementi semplici ma visivamente efficaci: cappellini, sciarpe, nastri colorati, e, in alcuni casi, fasce diagonali da indossare sopra la maglia.
Nonostante l’immaginario collettivo associ la fascia al Sudamerica — a club come il River Plate o a nazionali come il Perù — una delle primissime testimonianze ufficiali dell’uso di questo elemento decorativo risale all’Inghilterra vittoriana, più precisamente a Burnley, cittadina industriale del Lancashire. Era il 1887, la squadra locale scese in campo con una divisa bianca attraversata da una banda diagonale blu scuro, dalla spalla destra al fianco sinistro. Una scelta grafica all’avanguardia per l’epoca, ma non casuale. Si racconta infatti che quelle maglie furono donate al club in occasione della visita del principe Alberto Vittorio, nipote della regina Vittoria, il quale assistette a un’amichevole tra Burnley e Bolton Wanderers al Turf Moor. Era la prima volta che un membro della famiglia reale britannica metteva piede in uno stadio di calcio.
«La fascia ha alle spalle una lunga storia simbolica, intrecciata al concetto di potere, prestigio e appartenenza», ha spietato alla rivista The Athletic Andrew Groves, professore di fashion design alla University of Westminster:
Indossata diagonalmente, dalla spalla al fianco, attraversando il cuore, trasmette immediatamente un senso di autorità e identità. Il suo uso risale almeno al XVII secolo, quando divenne parte integrante delle uniformi militari e dell’abbigliamento cerimoniale: ufficiali e comandanti la indossavano nei colori del proprio reggimento o della nazione per indicare il grado e il ruolo all’interno della gerarchia.
Nel corso dei secoli, la fascia è uscita dagli ambienti strettamente militari per entrare nei codici dell’araldica e della regalità. Monarchi e nobili l’hanno sfoggiata come elemento distintivo nelle occasioni formali, così come gli ordini cavallereschi. Tra il Settecento e l’Ottocento, ha trovato posto anche nei riti simbolici di logge massoniche e confraternite come l’Orange Order, diventando un segno riconoscibile di appartenenza e valori condivisi. Indossare una fascia era un modo per dichiarare pubblicamente chi si era, da dove si veniva e quale causa si rappresentava.
Secondo Groves, è plausibile che, nelle sue prime comparse sui campi da calcio, la fascia non fosse cucita direttamente sulla maglia, ma fosse una striscia di stoffa colorata indossata sopra la divisa e infilata nei pantaloncini per tenerla ferma durante la partita. Solo in seguito, grazie all’evoluzione delle tecniche sartoriali e alla progressiva standardizzazione dell’abbigliamento sportivo, la fascia fu integrata nel design stesso della maglia.
Ma il legame tra la fascia e il calcio inglese affonda radici ancora più profonde, in particolare nel nord-ovest del Paese. Già nel 1881, l’Everton — che all’epoca aveva appena cambiato nome da St. Domingo — adottò una maglia interamente nera attraversata da una fascia rossa. Un look insolito per l’epoca, che valse alla squadra il soprannome The Black Watch, per la somiglianza con l’uniforme del celebre reggimento scozzese dell’esercito britannico. Nel 2021, a 140 anni di distanza, il richiamo storico è tornato a Goodison Park e lo sponsor tecnico Hummel ha riproposto quella divisa come seconda maglia, con una fascia arancione bruciato al posto del rosso, per evitare accostamenti ai rivali del Liverpool.
E proprio in questa stagione 2025-26, la fascia ha fatto il suo ritorno anche sulle maglie casalinghe del Manchester City. Firmata Puma, è la prima volta che il club la adotta in una divisa “home” della regular season (negli anni Settanta la banda diagonale aveva già fatto capolino sulle maglie da trasferta, indossate da leggende come Colin Bell). Ma non è del tutto chiaro da dove provenga l’ispirazione per la nuova maglia dei Citizens. Un possibile collegamento risale al 1952, quando il club ospitò al vecchio stadio Maine Road il River Plate per un’amichevole internazionale. La squadra argentina, una delle più titolate del Sud America, è universalmente considerata la vera ambasciatrice della fascia diagonale nel calcio mondiale. Introdotta per la prima volta nel 1905, la striscia rossa diagonale del River fu temporaneamente abbandonata in favore di maglie a righe verticali, ma tornò in maniera definitiva nel 1930. Da allora, è diventata il segno distintivo e insostituibile dell’identità visiva del club, al punto da essere riconoscibile in ogni angolo del Pianeta.
Le teorie sull’origine della fascia del River sono molte. Alcuni la collegano ai carri allegorici dei carnevali,ma un’ipotesi affascinante è che si tratti di un omaggio a Genova, città di origine di molti emigranti arrivati a Buenos Aires e coinvolti nella nascita del club.

Anche il Perù ha costruito gran parte della propria identità calcistica attorno alla celebre fascia rossa. Introdotta per la prima volta intorno al 1935, la maglia bianca attraversata da una banda diagonale rossa raggiunse notorietà internazionale durante le Olimpiadi di Berlino del 1936. Fu in quell’occasione che il mondo intero vide per la prima volta quella combinazione cromatica così semplice e potente, capace di distinguere la nazionale peruviana da qualsiasi altra. Da quel momento, La Blanquirroja (“la bianca e rossa”) è diventato il soprannome affettuoso della selezione, un simbolo di orgoglio nazionale che ha resistito a decenni di evoluzioni estetiche nel calcio.
Il fascino della banda diagonale ha conquistato anche gli Stati Uniti, che ospiteranno il prossimo Mondiale insieme al Messico e al Canada, hanno vestito più volte la fascia. Secondo James Brown, vicepresidente della Society for American Soccer History, la nazionale americana la indossò per la prima volta alle Olimpiadi del 1948, la utilizzò di nuovo nel 1950, nella storica vittoria per 1-0 sull’Inghilterra ai Mondiali in Brasile, e ancora nel 2010 in Sudafrica, per il remake di quella sfida epica.

In alcuni casi, l’origine della fascia resta incerta. Come in quello del Rayo Vallecano che l’ha adottata nel 1949. Secondo alcuni, fu un tributo proprio al River Plate, che negli anni Quaranta faceva faville con La Máquina; secondo altri, fu l’Atlético Madrid a chiedere al Rayo di inserire del rosso nelle divise, in cambio del sostegno ricevuto dal club maggiore. Lo storico Juan Jiménez Mancha, nel suo libro The Origins of Rayo Vallecano, ammette che non esistono fonti documentali per confermare nessuna versione. «La leggenda vuole che fosse un omaggio al grande River Plate — dice il giornalista irlandese Paul Reidy — ed è una bella storia. Anche se forse non è del tutto vera».
In un mondo in cui i dettagli estetici contano sempre di più, la fascia è sopravvissuta per oltre un secolo, trasformandosi da accessorio cerimoniale a simbolo di stile, identità e appartenenza. Una linea diagonale può bastare a raccontare un’intera storia.







