Suleiman Obeid

Il Pelé palestinese morto per un sacco di farina: la storia spezzata di Suleiman Obeid

Il 6 agosto Suleiman Obeid lasciò la tenda in cui viveva con la moglie Doaa e i loro cinque figli. Non avrebbe voluto partire; già altre volte, tornando da Khan Yunis, aveva raccontato di proiettili che gli fischiavano accanto “come pioggia”. Ma i bambini erano affamati e non c’era alternativa. A Gaza, dove la fame dilaga a causa delle restrizioni sugli aiuti imposte durante l’offensiva israeliana, ogni viaggio verso i centri di distribuzione può trasformarsi in una condanna a morte. Quel giorno, per Obeid, lo fu davvero.

Aveva 43 anni, un passato da calciatore professionista e un curriculum che lo aveva portato a vestire per 24 volte la maglia della nazionale palestinese. Era il talento più luminoso nato nella Striscia, conosciuto come il “Pelé palestinese”. Il suo nome rimane legato a un gol leggendario nel 2010 durante la Coppa della Federazione calcistica dell’Asia occidentale. Contro lo Yemen, con una rovesciata perfetta, riportò in rete la Palestina dopo sei anni di silenzio in quella competizione. Fu idolo nello Shabab Al Shati, vinse in Cisgiordania con il Markaz Shabab Al-Am’ari, trascinò con i suoi gol il Gaza Sports Club e si consacrò leggenda in un calcio fragile ma orgoglioso. Lo chiamavano anche “Henry”, per lo stile elegante e la capacità di adattarsi in ogni ruolo d’attacco. Un simbolo che andava ben oltre lo sport.

Poi la guerra. Quella mattina, raccontano gli amici, Suleiman aspettava in silenzio che il centro di distribuzione aprisse, quando un quadricottero israeliano avrebbe sganciato l’ordigno che lo uccise. L’esercito israeliano ha negato che vi fossero incidenti in quell’area, ma Doaa ha passato la notte accanto al corpo del marito nell’obitorio. Intanto lONU certifica che, negli ultimi mesi, più di 1.300 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo.

La morte del “Pelé palestinese” ha fatto rapidamente il giro del mondo. La UEFA lo ha ricordato con un messaggio ufficiale, ma è stato Mohamed Salah a scuotere davvero l’opinione pubblica, chiedendo apertamente: “Potete dirci come è morto, dove e perché?”. Parole che hanno avuto un’eco enorme, un gesto raro da parte di un fuoriclasse internazionale sul conflitto in corso. Poche settimane prima anche Pep Guardiola, ricevendo una laurea honoris causa a Manchester, aveva parlato del dolore per Gaza, ma le istituzioni calcistiche hanno preferito restare in silenzio. Nel 2022, quando la Russia invase l’Ucraina, la Premier League sventolò bandiere, mostrò bracciali, prese posizione. Per Gaza, invece, nessuna iniziativa ufficiale.

Chi lo ha conosciuto non smette di raccontarlo come un uomo generoso, pronto ad aiutare i più deboli anche nei momenti peggiori. Ibrahim Al-Amur, compagno di squadra e amico fraterno, ricorda di non aver mai pianto tanto come alla notizia della sua morte:

Era uno dei migliori dieci giocatori della nostra storia, un talento che non ha mai smesso di brillare. Ma soprattutto era un uomo che sapeva donare amore e rispetto a tutti.

Suleiman Obeid sognava di portare i suoi figli all’estero, offrire loro un futuro migliore, lontano dalla fame e dalle bombe. Non ci è riuscito. È morto su un pavimento di cemento, in attesa di un pacco di aiuti che non avrebbe mai portato a casa. A Gaza oggi il suo nome è un grido che va oltre lo sport: il ricordo di un campione che aveva regalato orgoglio al suo popolo, e la testimonianza di una tragedia che continua a mietere vittime innocenti.

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