L’estate è ormai finita e Salisburgo torna a un ritmo più lento, dopo settimane in cui la città si è trasformata nel cuore pulsante della musica classica mondiale. Ogni anno, da luglio ad agosto, circa 250mila visitatori affollano strade, teatri e piazze per il Festival di Salisburgo, in un rito culturale che dal 1920 non smette di stupire. In sei settimane si concentrano più di 200 spettacoli — opere, concerti, pièce teatrali — l’equivalente dell’intera stagione di una grande istituzione come la Carnegie Hall o il Teatro alla Scala.
Dietro le quinte regna un’energia frenetica: scenografie smontate all’alba per far posto alle prove orchestrali, mentre nei laboratori di sartoria si producono in pochi mesi più di 1.500 costumi, parrucche vaporose e maschere ricoperte di cristalli Swarovski. Sul palco, quest’estate, si sono alternati sei titoli operistici e quattro opere teatrali, mentre la Filarmonica di Vienna, autentica orchestra “di casa”, ha suonato quasi trenta volte, tra buca d’orchestra e concerti sinfonici.


Con i suoi poco più di 150mila abitanti ai piedi delle Alpi austriache, Salisburgo è una città raccolta ma dal patrimonio sconfinato: è la patria di Wolfgang Amadeus Mozart, il cui volto campeggia ovunque, dalle facciate dei palazzi barocchi fino ai gadget turistici. Durante il festival, questo piccolo centro si trasforma in un mondo a sé. Alle dieci del mattino risuonano le sinfonie di Mozart, alle dieci di sera un recital vocale chiude la giornata, e in mezzo giovani studenti dei conservatori improvvisano Bach e Paganini agli angoli delle strade. Intorno, le carrozze trainate da cavalli attraversano le piazze mentre i turisti si accalcano davanti alla casa natale del compositore, rendendo l’intera città un palcoscenico vivente.
E su questo palcoscenico, quest’anno si sono alternati giganti e nuove promesse: Riccardo Muti, 84 anni, che ha diretto Bruckner e Schubert rievocando il suo debutto salisburghese del 1971; Daniel Barenboim, ancora instancabile nonostante la malattia, in dialogo musicale con il suo allievo Lang Lang; la voce inconfondibile di Cecilia Bartoli e il talento emergente della giovane Lea Desandre. A tessere questo intreccio di generazioni c’era anche Asmik Grigorian, soprano lituano che ormai considera Salisburgo una seconda casa, al punto da definirla “il mio luogo di energia”.
La città si riempie anche di agenti, impresari e direttori di teatri. Peter Gelb, direttore del Metropolitan di New York, racconta che qui in tre giorni incontra più colleghi che in qualsiasi altro luogo e periodo dell’anno. Non è un caso se il festival viene definito “la Cannes della musica classica”.

A dare continuità all’evento ci sono anche i suoi simboli popolari, quei rituali che si ripetono estate dopo estate. Come la rappresentazione di Jedermann nella piazza del Duomo, tradizione ininterrotta dal 1920, che trasforma il cuore barocco di Salisburgo in un palcoscenico a cielo aperto. O il celebre Salzburger Nockerl, il soufflé che con le sue forme richiama i profili delle montagne circostanti e che i ristoranti servono come dolce-simbolo della città.
Dietro il fascino scintillante, però, c’è anche la macchina industriale. Con un budget che supera i 75 milioni di euro e un tasso di occupazione vicinissimo al 100 %, il festival è oggi un colosso culturale ed economico. I biglietti vanno dai 5 euro dei posti popolari ai 475 delle poltrone migliori, un accesso che non tutti considerano davvero inclusivo. E le critiche non mancano. Negli ultimi anni il festival è stato accusato di avere poche direttrici d’orchestra, e di mantenere rapporti ambigui con artisti legati a istituzioni russe.
Intanto i costi crescono e il futuro si gioca anche nelle infrastrutture. È in corso un progetto da oltre 480 milioni di euro che prevede l’espansione degli spazi dietro le quinte e la costruzione di un nuovo centro accoglienza, scavando addirittura nella roccia del Mönchsberg. Una trasformazione che cambierà il volto del festival – e della città – nei prossimi sette anni, rafforzandone la dimensione globale.
Eppure, nonostante le polemiche e le sfide, la magia rimane intatta. Markus Hinterhäuser, direttore artistico, lo ha sintetizzato con parole che sembrano una dichiarazione poetica decadente:
Quello che facciamo è completamente effimero: è qui, e poi sparisce. È malinconico, ma anche di una bellezza incredibile.
Forse è proprio questa natura passeggera, questa concentrazione irripetibile di musica e arte, a rendere il Festival di Salisburgo ancora oggi il regno culturale in cui la musica classica torna ad imperare come se fosse ancora il linguaggio universale del mondo.







