prima guerra mondiale

Gli eventi bellici della Prima Guerra Mondiale

La Prima guerra mondiale rappresenta, per estensione geografica, intensità industriale e radicalità delle trasformazioni politiche che ne scaturirono, il vero spartiacque tra il lungo Ottocento europeo e il “secolo breve”; non soltanto un conflitto tra potenze, ma una guerra totale che investì eserciti, economie, società civili e assetti imperiali, ridisegnando in modo irreversibile la carta politica del continente e del Medio Oriente e inaugurando modalità di combattimento destinate a segnare l’intero Novecento.

Le cause strutturali e la crisi dell’equilibrio europeo

Per comprendere gli avvenimenti bellici della Prima guerra mondiale occorre partire dal sistema di alleanze e rivalità costruito tra il 1871 e il 1914, quando l’unificazione tedesca alterò in modo definitivo l’equilibrio continentale, alimentando una competizione strategica tra l’Impero tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Francia repubblicana, l’Impero russo e il Regno Unito, potenze inserite in un reticolo di alleanze contrapposte — Triplice Alleanza e Triplice Intesa — che trasformò ogni crisi locale in un potenziale detonatore sistemico.

L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, in cui l’arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato da Gavrilo Princip, non fu che la scintilla finale in un contesto già saturo di aspirazioni nazionalistiche e rivalità imperiali; la crisi di luglio, gestita attraverso ultimatum e mobilitazioni incrociate, condusse in poche settimane a una guerra generalizzata che coinvolse quasi tutte le principali potenze europee e, progressivamente, i loro imperi coloniali.

1914: dall’illusione della guerra breve alla stabilizzazione dei fronti

Fronte occidentale: Schlieffen, battaglie delle frontiere, Marna e “corsa al mare”

L’avvio delle ostilità sul fronte occidentale fu segnato dall’offensiva tedesca contro la Francia attraverso Lussemburgo e Belgio, secondo la logica del piano elaborato nel 1905 da Alfred von Schlieffen e poi assunto, con adattamenti, dal capo di Stato Maggiore, Helmuth Johann Ludwig von Moltke: per una Germania costretta a combattere su due fronti, l’imperativo strategico consisteva nel colpire rapidamente a Ovest, puntando su Parigi e tentando di ottenere una risoluzione definitiva prima che la Russia completasse la propria mobilitazione.

La risposta francese, guidata da Joseph Joffre, si tradusse in offensive che, in Lorena e verso le Ardenne (18 agosto), nonché nel settore di Sarrebourg e Morhange (14-19 agosto), fallirono e la “battaglia delle frontiere” (22-25 agosto), lungo il confine franco-belga, costrinse la V armata francese e il corpo di spedizione britannico alla ritirata; la svolta arrivò con il contrattacco di Joffre sulla Marna (5-10 settembre), che salvò la capitale e obbligò i tedeschi a ripiegare a nord dell’Aisne, dove la battaglia dell’Aisne (13-17 settembre) arrestò la spinta franco-inglese, aprendo la fase di manovre verso lo Stretto di Calais per il controllo dei porti della Manica.

La cosiddetta “corsa al mare”, cioè la sequenza di movimenti di aggiramento e contro-aggiramento, si esaurì nelle Fiandre, quando le battaglie dell’Yser (18 ottobre-10 novembre) e di Ypres (23 ottobre-15 novembre) impedirono lo sfondamento tedesco e fissarono il fronte in una linea trincerata dalla costa belga alla neutrale Svizzera; il bilancio, già in questa fase, fu impressionante, con perdite dell’ordine di duecentomila uomini per parte, e segnò il passaggio dalla guerra di movimento a un logoramento pluriennale in cui le offensive, pur sostenute da artiglierie sempre più potenti, si risolvevano spesso in avanzamenti minimi a fronte di carneficine.

Fronte orientale: tra successi tattici e catastrofi operative

A Est, l’andamento iniziale fu più mobile ma non meno drammatico. Le forze russe, dopo la vittoria di Gumbinnen (19-20 agosto), avanzarono in Prussia orientale, ma subirono la catastrofe di Tannenberg (26-30 agosto) e, poco dopo, la battaglia dei Laghi Masuri (9-14 settembre) impose la ritirata dalla regione; nello stesso tempo, la prima offensiva russa in Galizia (18 agosto-11 settembre) risultò più favorevole, al punto che reparti cosacchi si spinsero fino all’Ungheria, e la gravità delle difficoltà austro-ungariche indusse i Tedeschi a intervenire in appoggio.

La seconda offensiva russa in Galizia (18 ottobre-2 novembre), tra Leopoli e Przemyśl, confermò la pressione sul fianco asburgico, mentre la seconda offensiva tedesca in Polonia, culminata a Łódź (17-26 novembre), bloccò l’invasione del territorio germanico e contemporaneamente contenne l’azione russa contro gli Austriaci, prefigurando quella dinamica tipica del fronte orientale in cui, a differenza dell’Ovest, la profondità degli spazi consentiva ritirate operative e controffensive su larga scala.

1915: Italia, Balcani, Dardanelli e svolta a Oriente

Il “terzo fronte”: l’Italia entra in guerra e l’Isonzo diventa un laboratorio di logoramento

Nel quadro delle tensioni diplomatiche, il 9 dicembre 1914 l’Italia chiese all’Austria compensi territoriali per l’avanzata nei Balcani, richiesta respinta, mentre da settembre erano state avviate trattative con l’Intesa che sfociarono nel Patto segreto di Londra (26 aprile 1915), con l’impegno italiano ad aprire le ostilità entro trenta giorni; denunciata la Triplice il 3 maggio, l’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio.

L’Austria-Ungheria aveva predisposto un robusto dispositivo difensivo lungo l’Isonzo e le alture del Carso, e la limitata capacità offensiva italiana impose sin dall’inizio una guerra di logoramento: quattro offensive sull’Isonzo (23 giugno-7 luglio; 18 luglio-3 agosto; 21 ottobre-4 novembre; 10 novembre-5 dicembre), dirette da Luigi Cadorna, non spezzarono la difesa austriaca, ma costrinsero Vienna a riversare sul nuovo fronte forze sempre più consistenti, con effetti indiretti sugli altri teatri.

L’offensiva austro-tedesca a Est: Gorlice-Tarnów e la grande ritirata russa

Il 1915 vide a Oriente uno degli snodi operativi più rilevanti del conflitto: lo sfondamento tedesco a Gorlice-Tarnów (1-3 maggio) aprì la strada alla riconquista di Przemyśl e Leopoli e, con la caduta di Brest-Litovsk il 25 agosto, la Germania ottenne un successo enorme, costringendo la Russia ad abbandonare circa mezzo milione di chilometri quadrati e perdendo una quota colossale di uomini e armamenti; eppure, nonostante l’entità del rovescio, i russi non furono indotti alla pace separata, contrariamente alle speranze di Hindenburg e Conrad, e Falkenhayn, sotto pressione anche per l’offensiva francese in Champagne e per la necessità di uomini nei Balcani, impose dal 25 settembre un parziale ripiegamento strategico sulla difensiva.

Balcani e Dardanelli: Serbia e il fallimento dell’operazione Gallipoli

L’ingresso della Bulgaria a fianco degli Imperi centrali (14 ottobre 1915) determinò il crollo della Serbia, travolta in una morsa multipla e segnata dalla battaglia di Kosovo (24-29 novembre). Nello stesso anno fallirono le operazioni franco-britanniche nei Dardanelli e a Gallipoli — concepite, nella visione di Churchill, per aprire una via di comunicazione diretta con la Russia — e il 1915 si chiuse con un rafforzamento complessivo delle posizioni dei centrali a Oriente.

1916: Verdun, Somme, Brusilov, Romania e l’equilibrio instabile

Occidente: Verdun come battaglia di logoramento “strategica”, Somme e l’apparizione del carro armato

Nel 1916, mentre anglo-francesi rinviavano l’offensiva sulla Somme per carenze materiali e per l’impossibilità di un sostegno simultaneo russo e italiano, Falkenhayn aprì la grande battaglia di Verdun (21 febbraio-24 giugno), convinto che la Francia, colpita al cuore simbolico e logorata moralmente, avrebbe chiesto la pace; Verdun divenne invece una vittoria difensiva francese, un mito politico e un punto di non ritorno psicologico, anche se la Germania inflisse perdite enormi e riuscì a limitare la partecipazione francese alla Somme.

Quando l’offensiva anglo-francese sulla Somme iniziò il 1° luglio, essa rivelò il più vasto impiego di mezzi fino ad allora visto e fece comparire un’arma nuova, il carro armato; e tuttavia, nella battaglia della Somme (1° luglio-23 novembre), le perdite furono imponenti e, su un fronte relativamente ristretto, l’avanzamento massimo non superò pochi chilometri, dimostrando come l’innovazione tecnica, senza una dottrina adeguata, non bastasse a spezzare la difesa organizzata in profondità.

Fronte italiano: Strafexpedition in Trentino, Gorizia e le battaglie dell’Isonzo

Sul fronte italiano, il maresciallo Conrad tentò in aprile una grande offensiva dal Trentino per mettere in crisi lo schieramento italiano e alleggerire l’Isonzo; la manovra fu frenata dalla difficoltà dell’artiglieria pesante nel seguire la fanteria su terreno impervio, e la controffensiva italiana, avviata il 14 giugno e conclusa il 25, costrinse gli Austriaci a ripiegare. Superata la minaccia, Cadorna trasferì uomini e mezzi sull’Isonzo (27 luglio-4 agosto) e attaccò di sorpresa, ottenendo nella sesta battaglia dell’Isonzo (6-17 agosto) la conquista di Gorizia, pur senza trasformare il successo in sfondamento; la settima, ottava e nona battaglia (settembre-ottobre-novembre 1916) rientrarono nello schema del logoramento.

Oriente: offensiva Brusilov, cambio al vertice tedesco e crisi romena

Tra il 4 giugno e il 27 agosto, su un fronte di 350 km, l’offensiva di Aleksej Brusilov in Volinia — concepita anche per alleggerire il fronte italiano — risultò grandiosa contro gli Austriaci, con guadagni territoriali e soprattutto militari, mentre fu meno incisiva contro i settori tedeschi; proprio nel 1916 si registrarono cambiamenti cruciali negli alti comandi dei centrali, con Falkenhayn sostituito il 27 agosto da Hindenburg e Ludendorff, interpreti di una strategia più aggressiva.

L’ingresso della Romania contro gli Imperi centrali (27 agosto 1916) aprì un ulteriore teatro: i romeni puntarono sulla Transilvania, ma Hindenburg predispose due gruppi d’armate, uno a nord con Falkenhayn, uno a sud sul Danubio con Mackensen; la pressione sulla frontiera meridionale costrinse Bucarest a ridislocare truppe, Falkenhayn passò all’offensiva il 29 settembre e in diciotto giorni liberò la Transilvania, mentre l’operazione complessiva culminò nell’occupazione di Bucarest (6 dicembre) dopo la battaglia dell’Argeş (1-3 dicembre), confermando la capacità dei centrali di concentrare forze in punti decisivi.

Fronti minori: Mesopotamia, Caucaso e Suez

Nel Caucaso, in Iran e in Mesopotamia, russi e britannici agirono in direzione di Baghdad. Gli eserciti zaristi avanzarono fino ai laghi di Van e Urmia, mentre gli inglesi, spintisi fino a Kut al-Amarah sul Tigri, furono accerchiati e battuti (26 aprile 1916); i turchi tentarono ripetutamente di minacciare il Canale di Suez, fallendo nel 1915-16, e dopo l’ultimo scacco (agosto 1916) gli inglesi iniziarono la controffensiva che li portò verso la Palestina.

La guerra sui mari: dal blocco al sottomarino, da Coronel allo Jutland

L’assetto navale, definito dall’accordo franco-britannico del novembre 1913, assegnò alla Grand Fleet britannica la difesa degli oceani e del Mare del Nord, mentre alla marina francese spettarono compiti nel Mediterraneo e nella Manica occidentale; già il 29 luglio 1914 la flotta britannica si concentrò a Scapa Flow, base strategica per il controllo del Nord.

Nel 1914 si combatté a Coronel (1° novembre), dove von Spee inflisse una dura sconfitta ai Britannici, e alle Falkland (8 dicembre), dove Sturdee annientò le unità tedesche, ristabilendo la superiorità inglese sulle rotte oceaniche; ma la vera novità fu il sottomarino, che il 22 settembre 1914 affondò tre incrociatori corazzati britannici al largo di Hook of Holland, inaugurando una guerra al traffico destinata a cambiare la politica mondiale.

Dopo l’affondamento del Lusitania (7 maggio 1915), per evitare una rottura con gli Stati Uniti, la Germania ridusse temporaneamente l’impiego indiscriminato dei sommergibili in alcune aree, pur mantenendo attività in Mediterraneo; nel 1916, con Capelle alla guida della Hochseeflotte, la Germania tentò un’azione offensiva di superficie e il 31 maggio si combatté lo Jutland, unica grande battaglia navale del conflitto: tatticamente i tedeschi inflissero danni maggiori, ma strategicamente prevalse la Gran Bretagna, poiché la flotta tedesca non osò più affrontare in mare aperto la Grand Fleet.

1917: crisi degli eserciti, rivoluzioni, intervento USA e Caporetto

Fronte occidentale: Nivelle, Chemin-des-Dames, Pétain e Cambrai

L’offensiva generale dell’Intesa prevista per la primavera 1917 non poté contare sul concorso russo, travolto dalla rivoluzione di febbraio, e l’attacco di Nivelle (9 aprile-5 maggio), mirato a una rapida rottura del fronte, fallì, pur consentendo la conquista dello Chemin-des-Dames a prezzo di sacrifici tali da demoralizzare l’esercito francese; Pétain, nuovo comandante, si oppose a ulteriori azioni di sfondamento e puntò a operazioni più circoscritte, come la ripresa del Mort-Homme (20-25 agosto) e la battaglia della Malmaison (21-26 ottobre).

Gli inglesi, più forti e sostenuti dall’impero coloniale, cercarono di spingere l’iniziativa per allontanare i tedeschi dalle coste belghe, mentre l’attacco di Cambrai (20-23 novembre), primo impiego massiccio dei carri d’assalto, produsse un’avanzata rapida in profondità, poi in parte annullata dalla controffensiva tedesca del 23.

Fronte orientale: dissoluzione russa, Riga e Brest-Litovsk

L’attacco russo del 1° luglio, lanciato nonostante la disgregazione interna, si arrestò sotto la controffensiva dei centrali; l’occupazione tedesca di Riga (3 settembre) segnò lo sfacelo definitivo dell’esercito zarista, e dopo la presa del potere bolscevica, i nuovi governanti chiesero l’armistizio (15 dicembre), avviando negoziati che si chiusero con la pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), con rinunce enormi a Baltico, Polonia e Ucraina; seguirono accordi separati anche con Ucraina (8 febbraio) e Romania (7 maggio).

Intervento USA e guerra sottomarina illimitata

La ripresa della guerra sottomarina illimitata (febbraio 1917) accelerò l’intervento statunitense, legato all’Intesa anche da interessi economici e finanziari: il 6 aprile 1917 Washington dichiarò guerra alla Germania, innestando nel conflitto una capacità industriale e demografica che, pur dispiegandosi pienamente nel 1918, cambiò il rapporto di forze in prospettiva.

Fronte italiano: decima e undicesima battaglia dell’Isonzo, poi Caporetto e la linea del Piave

Sul fronte italiano, la decima battaglia dell’Isonzo (12 maggio-7 giugno), pur superiore alle precedenti per mezzi e intensità, non ottenne lo sfondamento, mentre l’undicesima (17 agosto-15 settembre) produsse una penetrazione significativa, al prezzo di perdite elevate; il 24 ottobre 1917 una massiccia offensiva austro-tedesca, volta ad allontanare il pericolo su Trieste e respingere gli Italiani oltre l’Isonzo, travolse le difese e raggiunse Caporetto, imponendo una ritirata generale e la ricerca di una nuova linea d’arresto.

Dopo il convegno di Peschiera e la sostituzione di Cadorna con Armando Diaz, la linea fu stabilita sul Piave, mentre gli Italiani riuscirono a fermare ulteriori attacchi sull’altopiano d’Asiago, sul Piave e sul Monte Grappa; e poiché la crisi mostrò la necessità di un coordinamento alleato, il convegno di Rapallo (7 novembre) portò all’istituzione di un Consiglio superiore della guerra interalleata, passo ulteriore verso un comando più unificato.

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Fronti minori: Grecia, Baghdad, Allenby e la rivolta araba

Nel settore balcanico, l’entrata in guerra della Grecia a fianco dell’Intesa (27 giugno) rafforzò il fronte di Salonicco; in Mesopotamia gli Inglesi occuparono Baghdad (11 marzo), mentre in Palestina il generale Allenby, dopo Bersabea (1° ottobre), prese Gaza, Giaffa e Gerusalemme, sostenuto dall’azione di guerriglia e sabotaggio associata alla rivolta araba, a cui contribuì T. E. Lawrence.

Mare: apice della guerra al traffico e risposta dei convogli

Nell’aprile 1917 l’offensiva sottomarina toccò il massimo, con circa un milione di tonnellate di naviglio mercantile affondato in un mese; la sopravvivenza britannica e il trasporto delle truppe statunitensi furono garantiti dall’adozione efficace del sistema dei convogli scortati e dal potenziamento dei mezzi antisommergibile, dalle mine ai pattugliamenti con strumenti di localizzazione, che aumentarono progressivamente i rischi operativi per gli U-Boot.

1918: offensive tedesche, comando unico alleato, Piave, cento giorni e crollo degli Imperi centrali

Occidente: Ludendorff all’attacco, Foch e la controffensiva alleata

Eliminata la Russia e neutralizzata la Romania, Ludendorff preparò nel 1918 una strategia di annientamento basata su una serie di offensive ravvicinate: tra marzo e giugno ne furono lanciate tre, con grande dispiegamento di uomini e mezzi, ma senza raggiungere gli obiettivi strategici — separare Inglesi e Francesi, conquistare i porti della Manica, prendere Amiens o dominare la valle dell’Oise — mentre gli Stati Uniti decuplicavano gli effettivi in Europa, e tra maggio e giugno sbarcarono in Francia oltre mezzo milione di uomini.

Il 21 marzo, in Piccardia, la prima offensiva guadagnò in quindici giorni un’avanzata di circa sessanta chilometri, con perdite enormi soprattutto tra gli Inglesi; il 9 aprile un nuovo attacco nelle Fiandre puntò ai porti del passo di Calais e, nonostante successi iniziali e la conquista del Monte Kemmel (25 aprile), l’offensiva fu sospesa per l’afflusso di riserve alleate; il 27 maggio, infine, l’attacco sullo Chemin-des-Dames, favorito anche dall’impiego di iprite, portò i Tedeschi fino alla Marna (1° giugno), minacciando Parigi, ma Foch riuscì a fermare l’avanzata concentrando riserve sulle direttrici principali, mentre l’opinione pubblica francese, scossa, oscillava tra paura e determinazione.

Dopo il quarto attacco tedesco del 15 luglio, arrestato con gravi perdite, Foch reagì il 18 luglio colpendo la sacca tedesca tra Chemin-des-Dames e la Marna e minacciandone le comunicazioni; Ludendorff ripiegò su Vesle e Aisne, e quando il 3 agosto la controffensiva fu sospesa, i guadagni tedeschi della primavera risultavano in larga parte erosi, preparando la fase delle offensive concentriche dell’autunno.

La battaglia del Piave: giugno 1918 e la svolta morale sul fronte italiano

Sul fronte italiano, tra febbraio e marzo 1918 le unità potevano considerarsi ricostituite grazie a rinforzi consistenti in uomini e artiglierie. Nell’offensiva austriaca di giugno, gli attacchi si svilupparono contemporaneamente sul fronte montano e su quello del Piave: sul primo, la difesa impose al nemico di desistere già la sera del 15; sul secondo, l’intervento delle riserve bloccò l’azione sul Montello il 16 giugno, e la controffensiva di Diaz, avviata il 19, indusse in pochi giorni il ripiegamento generale. Le perdite — circa novantamila italiani e centocinquantamila austriaci — mostrano la scala dello scontro, ma soprattutto la battaglia del Piave ebbe un valore decisivo sul piano psicologico e politico, perché segnò l’impossibilità per l’Impero asburgico di ottenere una soluzione militare in Italia.

Balcani, Medio Oriente e collasso progressivo

Prima dell’offensiva finale sul fronte occidentale, l’attacco nei Balcani del 15 settembre costrinse la Bulgaria all’armistizio (29 settembre), aprendo il fianco meridionale austro-ungarico; in Medio Oriente, mentre truppe turche occupavano nel Caucaso e in Iran posizioni come Batum, Ardahan, Tabriz e Urmia e arrivavano a sottrarre Baku agli Inglesi, le forze britanniche occuparono Mossul in novembre, e in Palestina Allenby sferrò il 19 settembre l’offensiva che portò alla caduta di Tiberiade, Damasco, Beirut e Aleppo, fino alla resa ottomana.

Vittorio Veneto e la fine dell’Austria-Ungheria

L’offensiva italiana del 24 ottobre 1918 incontrò difficoltà iniziali per terreno e piena del Piave, ma il 29, grazie anche alla manovra di Caviglia, fu liberata Vittorio Veneto; il comando austriaco avviò trattative per la resa, mentre le forze italiane raggiungevano Trento e Trieste, accelerando la dissoluzione dell’Impero, già minato da nazionalità in fuga dal centro.

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Armistizi e pace: dalla fine delle ostilità ai trattati del 1919–1920

La Bulgaria firmò l’armistizio il 29 settembre 1918, la Turchia il 30 ottobre; la Germania, sollecitata dallo Stato Maggiore, avviò trattative il 3 ottobre sulla base dei Quattordici punti di Wilson, e dopo l’abdicazione di Guglielmo II il nuovo governo firmò l’armistizio l’11 novembre a Compiègne; l’armistizio italo-austriaco fu firmato a Villa Giusti il 3 novembre, e nel giro di pochi giorni l’imperatore Carlo I abdicò, mentre in Austria e Ungheria si proclamavano repubbliche e il vecchio edificio asburgico cessava di esistere.

La Conferenza di Parigi del 1919 stabilì le condizioni dei trattati e poiVersailles (Germania, 28 giugno 1919), Saint-Germain (Austria, 10 settembre 1919), Neuilly (Bulgaria, 27 novembre 1919), Trianon (Ungheria, 4 giugno 1920), Sèvres (Turchia, 10 agosto 1920), ridisegnarono l’Europa con nuovi Stati e imponendo alla Germania limitazioni militari e riparazioni che avrebbero alimentato tensioni future.

Le caratteristiche militari della guerra: trincea, fuoco, tecnologia e mobilitazione totale

Dal punto di vista strategico e tattico, la Grande Guerra segnò la transizione dall’attacco ottocentesco — fanteria e cavalleria in manovra — a un sistema dominato da armi automatiche e artiglieria, che rendevano l’offensiva frontale estremamente costosa; di qui la centralità della trincea e della guerra di logoramento, l’introduzione progressiva del carro armato (1916), l’impiego di gas asfissianti con la conseguente diffusione della maschera antigas, l’uso dell’aeroplano soprattutto per ricognizione e bombardamenti, e la dimensione strategica del sottomarino, capace di colpire il “fronte interno” economico.

La mobilitazione di massa — decine di milioni di uomini — e la conversione industriale imposta dalle commesse statali trasformarono le società in macchine belliche: razionamenti, pianificazione agricola, censura, propaganda, repressione del dissenso, fino all’idea stessa di “fronte interno” come spazio bellico, mentre il 1917, anno di maggior tensione sociale, mostrò come l’esaurimento morale potesse diventare fattore operativo e politico, culminando nel crollo russo e nella rivoluzione.

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