Il 16 aprile 2025 è stato un giorno storico per la Spagna. Per la prima volta, in un giorno feriale, l’intero fabbisogno elettrico del Paese è stato soddisfatto da fonti rinnovabili: il 46% proveniva dall’eolico, il 27% dal solare, il 23% dall’idroelettrico, con piccole quote da solare termico e altre fonti minori. È stato un traguardo simbolico e tecnico insieme, la dimostrazione concreta che un sistema elettrico alimentato quasi esclusivamente da energie rinnovabili è possibile, persino nei giorni di massima domanda lavorativa.
Eppure, solo due lunedì dopo, il 28 aprile, l’entusiasmo ha lasciato spazio al panico. Alle 12:33, nel cuore della giornata, 15 gigawatt di potenza sono improvvisamente scomparsi dalla rete elettrica spagnola, causando un blackout senza precedenti che ha coinvolto anche il Portogallo e parte della Francia. È stato il peggiore blackout europeo mai registrato secondo Reuters, e il primo nella storia delle energie rinnovabili. Un evento traumatico, certo, ma anche ricchissimo di significati, analisi, e — soprattutto — strumentalizzazioni.
Oltre la retorica del disastro
La narrativa che si è imposta nelle ore e nei giorni successivi al blackout è stata per molti versi prevedibile: le energie rinnovabili sono instabili, inaffidabili, pericolose. Una sveglia per l’Europa, hanno scritto i commentatori, ma per svegliarsi da cosa, esattamente?
La prima verità da sottolineare è questa: le energie rinnovabili non sono state la causa diretta del blackout. Secondo l’operatore spagnolo Red Eléctrica, non si è trattato né di un cyberattacco né di errore umano né di condizioni metereologiche eccezionali. La causa precisa è ancora sotto indagine, ma già sappiamo che la debolezza strutturale della rete è stata il fattore scatenante e amplificante.
Non è un caso: la rete elettrica europea è nata e si è sviluppata in un mondo dominato dalle fonti fossili, progettata per reggere un flusso stabile, continuo, prevedibile. Le rinnovabili, al contrario, sono variabili per natura — dipendono dal vento, dal sole, dalle stagioni. La generazione dell’elettricità sta cambiando, ma le infrastrutture su cui questa energia viaggia non si sono ancora adattate.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, le infrastrutture elettriche sono oggi il principale collo di bottiglia della transizione energetica. Flessibilità, resilienza, stoccaggio, interconnessione: sono queste le parole chiave del nuovo sistema.
Il blackout spagnolo, quindi, non è stato tanto un fallimento delle rinnovabili, quanto un campanello d’allarme sulle fragilità di un sistema ibrido, sospeso tra passato e futuro. Un sistema progettato per un’epoca che non esiste più, ma che non è ancora pronto per quella che stiamo costruendo.
L’errore più grande che si potrebbe commettere ora è leggere l’evento del 28 aprile come una dimostrazione che la transizione è sbagliata. Il rischio è che si trasformi in un’arma retorica, un alibi per rallentare o addirittura fermare il cambiamento. Un esempio emblematico è arrivato dall’ex premier britannico Tony Blair, il cui istituto ha pubblicato un rapporto anti-Net Zero proprio nelle ore successive al blackout. Il testo, che definisce le politiche climatiche “irrealistiche” e condanna l’abbandono delle fonti fossili, ha ricevuto grande visibilità. Ma forse è utile ricordare che il Tony Blair Institute intrattiene relazioni strette con Arabia Saudita, Emirati e Azerbaigian: Paesi chiave nel mercato degli idrocarburi.
Questo episodio rivela una seconda lezione fondamentale: la transizione è diventata un terreno di scontro politico e ideologico, dove ogni inciampo viene immediatamente utilizzato per rafforzare visioni retrograde. E qui entra in gioco una domanda cruciale: a chi spetta l’onere della prova? Deve essere il nuovo sistema a dimostrare di essere perfetto, o è sufficiente mostrare che è migliore del precedente?
Il sistema fossile non era perfetto. Ha garantito sviluppo, sì, ma al prezzo di una crisi climatica potenzialmente irreversibile. Le rinnovabili non sono perfette, ma rappresentano una via per contenere questa crisi e per dare un futuro all’umanità. Il loro valore non risiede solo nell’efficienza energetica, ma nell’orizzonte etico e ambientale che rappresentano.
La transizione non è un sentiero lineare. Come ogni grande trasformazione, procede per tentativi, per correzioni e anche per momenti di caos. Il blackout iberico è uno di questi momenti. Non è un fallimento, è un passaggio. Serve a ricordarci che la transizione non è solo una questione tecnica, ma politica, economica e soprattutto culturale. Serve a ricordarci che l’elettricità sarà il cuore pulsante del mondo che verrà: più crescerà l’uso di server, intelligenze artificiali, climatizzatori, più il sistema elettrico sarà sotto pressione. E più avremo bisogno di reti intelligenti, accumuli diffusi, capacità di adattamento.
Come ha scritto Javier Blas su Bloomberg, il blackout di New York del 1977 non ha fermato il progresso elettrico americano, e allo stesso modo il blackout iberico del 2025 non deve fermare la transizione europea.
Semmai, deve svegliarci sul punto più vero e urgente: non bastano le rinnovabili, serve una nuova architettura del sistema. Non basta cambiare la fonte, bisogna cambiare la rete.







