Il 5 agosto 1945, mentre il mondo era sull’orlo di una svolta epocale, Frank Sinatra si trovava in un circolo nautico a San Pedro, California. Si racconta che quel giorno, in un circolo nautico affacciato sull’oceano, abbia salvato un bambino di tre anni che stava per annegare. A migliaia di chilometri da lì, tra le foreste del Lower Saranac Lake, nelle Adirondack, Albert Einstein si godeva l’estate nella cabina numero 6 del Knollwood Club. Passava le giornate in canoa, come molti villeggianti, ma non sapeva nuotare, e al contrario di Sinatra, tempo prima, fu un bambino di dieci anni a salvarlo da un annegamento certo.
Né Sinatra né Einstein potevano immaginare che, il giorno dopo, il mondo sarebbe cambiato per sempre. Alle 8:15 del mattino, ora giapponese, un bombardiere B-29 chiamato Enola Gay sganciò su Hiroshima Little Boy, la bomba all’uranio. Nell’arco di pochi secondi, 80 mila persone furono vaporizzate. Altre decine di migliaia morirono nei giorni e mesi successivi per le ustioni, le ferite e gli effetti delle radiazioni.
Fu, come lo chiamò anni dopo Kurt Vonnegut, «il giorno in cui il mondo finì». Vonnegut sapeva di cosa parlava. Durante la guerra era stato catturato dai tedeschi e rinchiuso in un mattatoio a Dresda. La notte in cui gli alleati rasero al suolo la città, lui sopravvisse rifugiandosi nei sotterranei. All’alba, salendo in superficie, trovò solo cenere e pietre roventi.
Il sole sembrava una testina di spillo furiosa. Tutti gli altri nel quartiere erano morti.
Mattatoio n. 5
L’attacco atomico su Hiroshima, seguito tre giorni dopo da quello su Nagasaki, portò alla resa del Giappone e alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma introdusse nel mondo un nuovo livello di terrore.
Ma chi era al comando del bombardiere che sganciò la bomba? Il colonnello Paul Tibbets aveva solo 30 anni; il copilota, Robert A. Lewis, ne aveva 27; Thomas Ferebee, l’uomo che premette il grilletto, 26; il navigatore, Theodore Van Kirk, appena 24. In una foto scattata prima del decollo, sembrano giovani, sorridenti, ignari della portata simbolica del gesto che stanno per compiere. O forse no.
Intanto, in mezzo all’Atlantico, il presidente Truman stava tornando a casa. Era a bordo della USS Augusta, di ritorno dalla conferenza di Potsdam in Germania. Il pranzo stava per cominciare quando il comandante della nave gli consegnò un dispaccio. Truman lesse in silenzio, poi sorrise. La bomba era stata sganciata.
Quel pomeriggio, sul ponte della nave, si organizzò uno spettacolo per distrarre l’equipaggio: musica, boxe, risate. Intanto, a Hiroshima, migliaia di corpi bruciavano. Questo era il mondo il 6 agosto 1945. Un mondo diviso tra quelli che sapevano e quelli che, come gli ignari marinai dell’Augusta, Sinatra, Einstein e milioni di altri, avrebbero scoperto solo dopo che la modernità aveva appena mostrato il suo volto più spaventoso.
Il giorno seguente, il mondo cominciò a capire in modo confuso e parziale che era successo qualcosa di inimmaginabile. Il New York Times usciva in edicola con un titolo che sembrava più adatto a una rivista di fantascienza che a un quotidiano: «Atomic bombs made with power from the sun». (“Bombe atomiche realizzate con l’energia del Sole»). L’incipit parlava di «una rivoluzione scientifica destinata a cambiare il futuro dell’umanità”.
Alla Casa Bianca, Truman davanti ai giornalisti, lesse un comunicato con tono solenne: «Sedici ore fa, un aereo americano ha sganciato una bomba su Hiroshima. Aveva più potenza di 20.000 tonnellate di tritolo. E ne stiamo già producendo di più potenti».
Era la fine della guerra, certo, ma anche l’inizio di qualcosa di molto più grande. L’umanità aveva aperto una porta su un mondo nuovo, dove la distruzione era diventata una possibilità tecnica, non solo teorica.
Nel deserto del New Mexico, qualche settimana prima, la prima bomba atomica era esplosa durante il test Trinity. Tra le dune, alcuni degli scienziati del progetto Manhattan guardarono il fungo atomico salire nel cielo con un misto di stupore e paura. Robert Oppenheimer, che aveva diretto il progetto, citò in seguito il Bhagavad Gita, e ora prendevano forma:
Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi.
Non tutti, però, reagirono con angoscia. Alcuni ufficiali firmarono lettere di congratulazioni. Il generale Leslie Groves, responsabile militare del progetto Manhattan, parlò senza esitazioni: «L’arma ha dimostrato la superiorità assoluta degli Stati Uniti».
A Hiroshima, intanto, i sopravvissuti vagavano tra le rovine, coperti di ustioni, nudi, con la pelle che cadeva a brandelli. I bambini chiamavano le madri. Le madri cercavano i figli. Chi era ancora in grado di camminare aiutava chi era rimasto sotto le macerie. Il silenzio dopo l’esplosione era rotto solo dai lamenti e dai crepitii degli incendi.
Il primo reporter occidentale a entrare in città fu Wilfred Burchett, un giornalista australiano. Riuscì a passare i controlli americani e raggiunse Hiroshima da solo, in treno. Il suo reportage, I write this as a warning to the world (Scrivo questo come un avvertimento al mondo), fu pubblicato sul Daily Express con una frase che nessuno aveva ancora osato scrivere: «Hiroshima non è stata solo distrutta. Hiroshima è malata».
Burchett parlava di uomini e donne che morivano senza ferite apparenti, colpiti da un male invisibile. Nessuno allora sapeva cosa fossero le radiazioni, ma le emorragie, la febbre altissima, la perdita dei capelli raccontavano giù tutto.
Truman, qualche giorno dopo, ribadì la sua posizione: «Abbiamo salvato milioni di vite evitando l’invasione del Giappone». E concluse con una frase glaciale: «Non ho mai perso un minuto di sonno».
Non tutti però riuscirono a dormire. Einstein, che pure non aveva preso parte direttamente al progetto Manhattan, si sentiva corresponsabile. Era stato lui, insieme a Leo Szilard, ad aver scritto nel 1939 la lettera che aveva spinto Roosevelt ad avviare la ricerca sull’arma atomica. Dopo Hiroshima, Einstein fu laconico:
Se avessi saputo che i tedeschi non ci sarebbero riusciti, non avrei mai alzato un dito.
Vonnegut rimase ossessionato da una domanda semplice e irriducibile: come era stato possibile? Non tecnicamente, ma moralmente. Come avevano fatto persone intelligenti, razionali, istruite, a costruire qualcosa che non poteva essere usato senza distruggere ciò che pretendeva di difendere?
Nei suoi libri, la risposta non fu mai Dio, né il destino, né la necessità storica. Fu l’assurdo. Fu l’incapacità umana di fermarsi in tempo. Fu quella tendenza tutta moderna a confondere il possiamo con il dobbiamo.
Gli scienziati di Los Alamos parlarono spesso della bomba come di qualcosa di “elegante”, “pulito”, “tecnicamente dolce”. Victor Weisskopf, uno dei fisici del progetto, ammise anni dopo che nessuno di loro riuscì davvero a smettere, perché era una sfida irresistibile. E una volta vinta, il resto — i morti, le città, le ombre sui muri — divenne un dettaglio secondario.
Nel frattempo, Hiroshima è diventata un simbolo, un nome inciso nella coscienza collettiva. Da quel giorno, la bomba atomica ha smesso di essere un’invenzione scientifica per diventare cultura, paura e tema politico.
Nel dopoguerra, le potenze mondiali si lanciarono in una corsa agli armamenti senza precedenti. Gli Stati Uniti non erano più gli unici a possedere l’atomica. L’Unione Sovietica la testò nel 1949, poi toccò al Regno Unito, alla Francia, alla Cina. Le bombe si moltiplicarono, così come le testate pronte all’uso. E con loro, anche il concetto di deterrenza. Nessuno poteva più colpire senza sapere che avrebbe ricevuto in cambio la propria fine. Nacque così quella che venne chiamata Mutua Distruzione Assicurata. La sicurezza globale era affidata non alla pace, ma all’equilibrio del terrore.
Nel frattempo, la bomba entrava anche nella cultura popolare. A Hiroshima, ogni anno il 6 agosto, la città si ferma. Si tengono cerimonie, letture e preghiere. Al Parco della Pace, nel cuore della città ricostruita, sopravvive l’unico edificio rimasto in piedi dopo l’esplosione: la cupola della Prefettura per la Promozione Industriale. La chiamano Genbaku Dome, la cupola della bomba. È lì, silenziosa, come se tenesse in sé tutto quello che non si riesce a dire.
I pochi sopravvissuti ancora in vita — gli hibakusha — continuano a raccontare. Alcuni hanno trascorso decenni a testimoniare davanti a scuole, parlamenti, assemblee delle Nazioni Unite, perché chi non ricorda è condannato a ripetere.
I sopravvissuti hanno imparavano a vivere con un’altra forma di assurdo. Molti di loro dissero semplicemente shikata ga nai, un’espressione che significa “non si può fare nulla” o “così va la vita“, Non è rassegnazione, ma l’accettazione di un evento talmente grande da rendere inutile qualsiasi spiegazione. È il riconoscimento che, a volte, il mondo accade e basta.
Eppure, anni dopo, nel 1955, uno di quei sopravvissuti, il pastore metodista Kiyoshi Tanimoto, si sedette su un divano davanti alle telecamere di This Is Your Life. Era negli Stati Uniti per raccogliere fondi per le Atomic Maidens, le giovani donne sfigurate dalle cicatrici cheloidi delle ustioni nucleari. Accanto a lui, emerso da dietro un sipario, c’era Robert Lewis, il copilota dell’Enola Gay. Non si erano mai incontrati prima. Quando Lewis parlò, raccontando il volo, la luce accecante, le onde d’urto, la città che «scompariva davanti ai loro occhi», sembrava sul punto di crollare. Alla fine, citò ciò che aveva scritto nel suo registro di volo:
Dio mio, che cosa abbiamo fatto?
Dopo l’aeronautica, Lewis andò a lavorare nell’industria dolciaria. brevettò macchine per produrre caramelle. Zucchero, bambini, feste. Un dettaglio quasi comico, se non fosse tragicamente perfetto. Intanto, i bambini americani crescevano facendo esercitazioni sotto i banchi di scuola, imparando a riconoscere il fischio dell’allarme nucleare. Duck and cover. Abbassarsi e proteggersi.
Vonnegut osservò tutto questo con uno sguardo disincantato. In Mattatoio n. 5, C’è una scena memorabile: lui è ospite di una coppia, amici di guerra, e la moglie del suo vecchio commilitone lo affronta a muso duro. Quando Vonnegut dice che sta scrivendo un libro sulla guerra, lei sbotta:
Eravate solo dei bambini, allora! Come quelli che dormono di sopra! Ma tanto non lo scriverai così, vero? Farai finta di essere stato un uomo. E al cinema vi faranno interpretare da Frank Sinatra, John Wayne, quei vecchi attori sporchi e innamorati della guerra. E allora la guerra sembrerà una cosa meravigliosa. Così ne faremo tante altre, e le combatteranno bambini. Come quelli di sopra.
In Ghiaccio nove, crea il personaggio del dottor Felix Hoenikker, un genio freddo, apolitico e disinteressato a tutto ciò che non sia la propria invenzione. Anni dopo, Vonnegut ammise che in quel personaggio c’era qualcosa che lo inquietava davvero: «Ho capito che gli era stato permesso di concentrarsi su un aspetto della vita molto più di quanto dovrebbe fare un essere umano. Era diventato amorale per eccesso di specializzazione». E se uno scienziato si chiude in un solo frammento della realtà, rischia di diventare, senza volerlo, pericoloso.
Questa riflessione non è invecchiata. Anzi. È ancora più vera nel mondo di oggi. Cos’altro sono i nostri smartphone, i social, i tablet, se non versioni moderne di quel “tecnicamente perfetto” di cui parlava Vonnegut? Arthur C. Clarke diceva che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Ed è proprio questo il problema.
Non ci siamo mai davvero fermati a chiederci se fosse giusto farlo. Prima che ce ne rendessimo conto, avevamo già messo in tasca dei dispositivi in grado di mostrarci, in un istante, ogni verità e ogni menzogna mai dette nella storia dell’umanità. Ma se la bomba atomica era la prova concreta della potenza della scienza, come mai oggi abbiamo finito per perdere fiducia nella scienza stessa?
Forse è proprio questo il paradosso: i dispositivi più potenti che abbiamo mai creato stanno diventando il veicolo perfetto per diffondere sfiducia e disinformazione. Se la bomba atomica ci costringeva a guardare il futuro con paura, i nostri telefoni sembrano farci tornare indietro, in un’epoca in cui il pensiero critico vacilla e il sapere è solo un’opinione tra tante.

Il primo dettame di Bokonon, il fondatore immaginario di una religione inventata da Vonnegut in Ghiaccio-nove, il Bokononismo, è questo: «Tutte le cose vere che sto per dirvi sono spudorate bugie.»
Dopo la guerra, Vonnegut fece i conti con molte ferite. Una depressione cronica, che già aleggiava nella sua famiglia, fu aggravata dal suicidio della madre, dalla morte della sorella, e da quell’assurda fortuna che lo aveva tenuto in vita mentre altri morivano intorno a lui. Non riusciva a trovare una spiegazione razionale. Non si affidò a Dio, ma preferì accettare l’assurdo.
Se quella mattina a Hiroshima ci fossero state nuvole, la bomba sarebbe caduta altrove. Se Vonnegut, prigioniero di guerra, fosse stato messo in un altro vagone, in una diversa trincea, o se i tedeschi non lo avessero rinchiuso in un macello sotterraneo al suono delle sirene, forse non sarebbe sopravvissuto.
E invece è successo. Per questo, per lui, la vita è sempre stata una specie di scherzo cosmico. Una risata amara, sì, ma pur sempre una risata.
Così va la vita. Shikata ga nai.







