A Hiroshima, la pace è ovunque. C’è un Peace Boulevard, una Peace Bell, un Peace Memorial Park. Accade spesso di vedere, vicino alla Fiamma della Pace, gruppi di bambini in divisa scolastica intenti a piegare con cura gru di carta. Il loro gesto ricorda la storia di una bambina che, colpita dagli effetti della bomba atomica, aveva deciso di realizzarne mille, seguendo un’antica tradizione giapponese che porta fortuna. Non bastò: morì comunque di avvelenamento da radiazioni.
Dalle macerie e dalla cenere radioattiva Hiroshima è rinata, insieme a Nagasaki, come simbolo di un pacifismo profondo, radicato nell’anima dei sopravvissuti (gli hibakusha) capaci di trasformare la tragedia in perdono e il dolore in impegno politico e morale.
Dal 1949, grazie alla Peace Memorial City Construction Law, la città ospita conferenze, concerti, mostre e spettacoli dedicati alla pace. Nel 2024, l’associazione giapponese dei sopravvissuti alla bomba atomica ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la sua instancabile campagna contro le armi nucleari.
Eppure, ottant’anni dopo, la pace in Giappone non è più un concetto unanime. Cina, Russia e Corea del Nord, suoi vicini, dispongono di armi atomiche. Il mondo è attraversato da conflitti, dall’Ucraina a Gaza. Nel Pacifico, la Cina rafforza la propria influenza, mentre quella americana sembra indebolirsi. E il tempo stringe, dato che il prossimo anno scadrà l’ultimo grande trattato di controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia.

La Costituzione giapponese, redatta sotto supervisione americana nel 1947, rinuncia alla guerra e limita le forze armate a funzioni difensive. Oggi, però, il Paese appare diviso: c’è chi difende il pacifismo come tratto identitario e chi invece crede sia arrivato il momento di superare la “posizione inginocchiata” davanti alle minacce esterne.
“Siamo a un punto di svolta“, ha affermato Noriyuki Kawano, direttore del Center for Peace dell’Università di Hiroshima. Tra i giovani si fa strada l’idea che “la pace per la pace” non sia sufficiente. Le ricerche del centro mostrano un aumento degli studenti favorevoli alla deterrenza nucleare: se tutti possiedono l’arma atomica, la guerra diventa meno probabile.
Un termine che ritorna spesso nei dibattiti è shoganai, “non si può far nulla”. Non si può far nulla di fronte all’aggressività cinese nei mari né di fronte alle crepe dell’alleanza con Washington, soprattutto da quando Donald Trump ha chiesto a Tokyo di assumersi maggiori oneri per la difesa. Non si può far nulla contro l’avanzare dell’oblio: i sopravvissuti hanno ormai più di ottant’anni e questa potrebbe essere l’ultima grande commemorazione con le loro voci in prima persona.
E mentre Hiroshima vende dolci e asciugamani “brandizzati pace”, poco distante, nella città portuale di Kure, storica sede della più grande base navale imperiale, si vive una realtà opposta. Qui, i visitatori possono ammirare sottomarini, fregate stealth e la portaelicotteri Kaga. Il museo militare espone ventagli di carta, decorati con l’immagine della Yamato, la “corazzata inaffondabile” della Seconda guerra mondiale.
“La pace non arriva solo pregando“, ha affermato Masanari Tade, figlio di un hibakusha e leader locale di Nippon Kaigi, potente gruppo ultranazionalista che vuole abolire il divieto costituzionale di avere un esercito tradizionale. Per lui, il Giappone deve “andare oltre” la narrazione della guerra come colpa esclusiva nazionale, e critica Hiroshima come simbolo “fallito” di città della pace.

Chieko Kiriake aveva 15 anni il 6 agosto 1945. Studentessa a Hiroshima, era stata assegnata ai lavori militari di ripulire le armi e le uniformi. Quella mattina, mentre cercava un po’ di fresco sotto una tettoia, alle 8:15 il cielo esplose in una luce accecante, e in pochi istanti, la città svanì.
Si risvegliò sotto le macerie. Nei giorni successivi curò i compagni di scuola gravemente ustionati, che morivano uno dopo l’altro. Ricorda le ossa di un’amica, delicate e rosate come i primi fiori di ciliegio.
“Allora mi vergognavo di essere viva. Pensavo: quanto sarebbe stato più semplice morire insieme“, racconta oggi.
Come molti hibakusha, ha nascosto per anni cicatrici e dolore per paura delle discriminazioni. Poi ha deciso di parlare nelle scuole, raccontando come Hiroshima, fino alla bomba, fosse una capitale militare:
Eravamo tutti invasi dal militarismo.
Takashi Hiraoka, ex sindaco della città, oggi 97enne, ha mostrato più volte il suo sdegno per il fatto che il Giappone non abbia mai firmato il Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari. Non ha risparmiato critiche nemmeno all’ex premier Fumio Kishida, originario di Hiroshima, che nel 2022 ha approvato un forte aumento della spesa militare.
“Il Giappone si sta spostando a destra, tornando militarista“, ha avvertito.
All’opposto, Masanari Tade e altri nazionalisti chiedono di “chiudere il capitolo” della guerra, minimizzando i crimini dell’esercito imperiale – dal massacro di Nanchino alla schiavitù sessuale delle comfort women – come invenzioni dell’intellighenzia filo-occidentale. È la loro lettura di una “colpa giapponese” che, a loro dire, avrebbe finito per giustificare Hiroshima e Nagasaki.

La rinuncia alla guerra è scolpita nella Costituzione del 1947, eredità diretta dell’occupazione americana. In cambio, Washington ha garantito al Giappone protezione militare, mantenendo ancora oggi oltre 50mila soldati sul suo territorio. Ma quell’alleanza, pilastro della sicurezza nazionale per quasi otto decenni, è ora oggetto di discussione: il Parlamento ha recentemente approvato un incremento del 9,7% del bilancio della difesa, portandolo a 57 miliardi di dollari, una cifra che colloca il Paese tra i maggiori investitori militari al mondo.
Il rafforzamento tocca anche Kure, diventata centro di comando per la logistica navale verso Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.
“Rivitalizzare l’industria militare significa strangolarci da soli“, avverte Takashi Koretsune, attivista locale.
Oggi, il punto esatto in cui esplose la bomba è solo un parcheggio anonimo. Poco distante, l’ex Sala della Promozione Industriale della Prefettura, con la cupola ridotta a uno scheletro metallico ma ancora in piedi, rimane il simbolo più potente del bombardamento. Nel museo accanto, fotografie e reperti tacciono ogni parola: basta guardarli per capire. Eppure, anche qui, il racconto ufficiale tende a essere impersonale: “la bomba fu sganciata”, come se fosse stata una calamità naturale; solo alla fine di un percorso espositivo si accenna al contesto geopolitico e alla corsa atomica con l’URSS.
L’oleandro rosa, oggi fiore simbolo di Hiroshima, fu il primo segno di vita a rompere il silenzio delle macerie. Quando tutto sembrava morto, tra la polvere e le rovine spuntarono i suoi fiori delicati, macchiando di colore un paesaggio di cenere. Per i sopravvissuti divenne promessa di rinascita, testimonianza silenziosa che anche dalla distruzione più totale può germogliare la speranza.
Eppure anche nel clima di pace della città dell’oleandro rosa, molte storie sono state per decadi dimenticate. Come quella dei circa 85mila coreani che nel 1945 vivevano e lavoravano a Hiroshima, impegnati in mansioni pesanti e malpagate; circa 30mila morirono nell’esplosione.
“È stata una doppia sofferenza: prima l’occupazione, poi la bomba“, ha raccontato al NYT Kwon Joon Oh, figlio di un sopravvissuto, denunciando come il loro sacrificio sia stato a lungo ignorato.
Anche molte famiglie giapponesi hanno sepolto il dolore. Toshinori Tetsutani non conobbe mai il fratellino Shinichi, morto a tre anni. I genitori lo seppellirono di nascosto in giardino, insieme a una vicina e al suo triciclo. Decenni dopo, riesumarono i resti: due piccoli scheletri che si tenevano per mano. Il triciclo oggi è esposto al museo.
Oggi, la figlia di Toshinori, Yoshiko Konishi, racconta questa storia agli studenti, temendo che la memoria svanisca:
A volte ho paura che si dimentichi. Anche qui, a Hiroshima.







