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Un lupo, mille paure: il ritorno che sta dividendo l’Europa

Un nuovo libro racconta cosa significa il ritorno del lupo in un continente che, per decenni, aveva dimenticato la sua presenza.

Nel 2012, un giovane lupo sloveno di nome Slavc lasciò il suo branco e cominciò a camminare verso ovest. Partì da una foresta tra le montagne della Slovenia e, seguendo solo il suo istinto, attraversò valli, fiumi e confini per oltre 1.900 chilometri. Arrivò infine nei monti Lessini, nelle Prealpi Venete, dove di lupi non se ne vedevano da più di un secolo e mezzo. Gli abitanti del posto custodiscono ancora la memoria dell’ultimo lupo ucciso nella zona, segnata da una pietra che indica il punto esatto in cui fu abbattuto intorno al 1860. Ma Slavc poco dopo il suo arrivo incrociò il cammino di una femmina solitaria proveniente dal sud. I due si riconobbero, si unirono e diedero vita a una nuova famiglia. Quella coppia fu la prima a stabilirsi nella regione dopo generazioni di silenzio. Un evento che ha segnato l’inizio di una nuova era.

Da allora i lupi hanno ripreso a popolare il nostro Paese. In meno di dieci anni sono diventati circa duemila, suddivisi in una ventina di branchi distribuiti lungo tutto lo stivale. Ma il ritorno dei lupi non riguarda solo l’Italia. In tutta Europa, dove a metà del Novecento erano quasi del tutto scomparsi, oggi se ne contano oltre ventimila. A eccezione delle isole come Malta, Cipro, Irlanda, Islanda e Regno Unito, il loro ululato è tornato a risuonare in gran parte del continente.

Secondo lo scrittore e viaggiatore Adam Weymouth, che ha seguito a piedi il percorso di Slavc e ne ha raccontato la storia nel suo libro Lone Wolf, il ritorno del lupo è stato tanto rapido quanto sorprendente. Nonostante l’assenza durata più di un secolo, questi animali si sono riappropriati dei territori con una naturalezza impressionante, quasi come se non se ne fossero mai andati.

Weymouth descrive l’Italia come una terra che sembrava inconsapevolmente pronta a riaccogliere il lupo. Valli disabitate, boschi giovani, alberi che aspettavano di essere marcati e branchi di cervi che potevano tornare a essere prede naturali. Tutto sembrava predisposto per un ritorno silenzioso e potente, capace di cambiare di nuovo il rapporto tra uomo e natura.

lone wolf Weymouth

Un viaggio a piedi dietro le orme di un lupo

Weymouth non è il classico scrittore di viaggi. Nei suoi libri non si limita a descrivere paesaggi o avventure, ma intreccia la natura con la cultura, la politica e le tensioni sociali. Nel suo primo lavoro, Kings of the Yukon, aveva seguito in canoa per 2 mila chilometri il corso del fiume Yukon, accompagnando la migrazione dei salmoni reali e raccontando il legame profondo tra questi pesci e le comunità del Grande Nord. Per Lone Wolf, invece, ha scelto un solo animale, ma carico di significati: il lupo.

Nel 2022 ha deciso di mettersi in cammino, seguendo a piedi le orme lasciate da Slavc grazie ai dati GPS raccolti anni prima. Ha percorso più di 1.600 chilometri tra Slovenia e Italia, attraversando foreste e passi di montagna, dormendo nei luoghi in cui il lupo si era fermato. Lungo il cammino ha parlato con allevatori, pastori, agricoltori, politici e attivisti. Voleva ascoltare da vicino chi vive ogni giorno a contatto con questa nuova, antica presenza.

E quello che ha scoperto è stato molto diverso da quanto aveva trovato lungo il fiume Yukon. Là, i salmoni rappresentavano un legame, una risorsa condivisa, un motivo di coesione. I lupi, invece, portano con sé divisione e paura. Lone Wolf non è soltanto il racconto del ritorno di un predatore, ma una lente con cui osservare le spaccature che attraversano oggi l’Europa. I contrasti tra città e campagna, tra tradizione e innovazione, tra chi teme il cambiamento e chi lo accoglie. Un animale solo, capace di far emergere tutte le crepe del nostro tempo.

La paura dietro i denti

Il ritorno del lupo avviene in un momento già complesso per chi vive e lavora nelle aree rurali. In molte zone d’Italia, e in particolare nel nord, la vita di pastori e agricoltori è messa a dura prova da diversi fattori. La politica è sempre più frammentata, il cambiamento climatico rende il terreno arido e difficile da sfruttare, la richiesta di latte è in calo, e le campagne si stanno svuotando. I giovani preferiscono trasferirsi in città, lasciandosi alle spalle pascoli e stalle. Intanto, nuove comunità di migranti portano abitudini diverse, e le regole europee che dovrebbero aiutare spesso finiscono per confondere o rallentare.

In Lessinia, una terra che un tempo viveva in equilibrio con il ritmo delle stagioni, il lupo è diventato il simbolo di tutte queste tensioni. Tra il 2020 e il 2021, più di 400 animali da allevamento sono stati uccisi. Ma per molti pastori, i problemi non si limitano ai predatori. L’aria è sempre più secca, i pascoli rendono meno, e per poter accedere ai sussidi dell’agricoltura biologica, gli animali devono passare metà dell’anno all’aperto. Quando arrivano i lupi, però, proteggerli diventa quasi impossibile. E ottenere l’autorizzazione per abbattere un lupo, anche dopo un attacco, è un’impresa lunga e spesso inutile.

In Austria, i contadini sono furiosi, la gente ha paura, e ovunque si respira l’idea che tutto stia andando in pezzi.

Adam Weymouth

In questo clima teso, alcuni politici populisti hanno trovato nel lupo un capro espiatorio perfetto. Raccontano la storia, semplice e efficace, del contadino che lavora con fatica ma viene ignorato da chi vive nelle grandi città, da chi prende decisioni senza conoscere davvero la terra. E intanto, in tutta Europa, ogni anno centinaia di lupi vengono uccisi illegalmente. I loro corpi vengono lasciati in bella vista, decapitati, scuoiati, appesi come monito. Non solo per gli animali, ma anche per chi osa difenderli.

Un nemico antico

Per lunghi secoli, il lupo è stato considerato una creatura pericolosa, una presenza da temere e respingere. In Francia, tra il 1571 e il 1920, ne vennero uccisi migliaia. Si credeva che avessero causato la morte di oltre 5.400 persone, e storie come quella della leggendaria “Bestia del Gévaudan” alimentarono per generazioni l’idea che il lupo fosse un assassino. Secondo i racconti dell’epoca, nel Settecento, questa creatura avrebbe ucciso oltre cento persone nelle campagne del sud della Francia, terrorizzando interi villaggi. Narrazioni simili, tramandate oralmente o fissate in cronache locali, hanno contribuito a creare un’immagine del lupo come nemico naturale dell’uomo. E in molte aree rurali, quella paura non si è mai del tutto spenta. Quando, a inizio Novecento, il lupo sparì quasi completamente da gran parte dell’Europa occidentale, la notizia fu accolta come una liberazione.

Ma la storia non finisce lì. Il ritorno del lupo non è stato frutto del caso. È il risultato di decenni di cambiamento nel nostro modo di pensare la natura. A partire dagli anni Settanta, con l’avanzare dei movimenti ambientalisti e l’approvazione di leggi più attente alla tutela della fauna selvatica, si sono creati gli spazi per un lento ma deciso ritorno. Le battute di caccia sono diminuite, gli habitat si sono ampliati, le montagne e le foreste hanno cominciato a offrire nuove possibilità di rifugio. Così, un animale quasi scomparso ha ricominciato a popolare i paesaggi europei.

E questo, nel quadro più ampio, è un buon segno. Un ambiente con molte specie è un ambiente più stabile, più resistente agli effetti del cambiamento climatico, più capace di adattarsi e di proteggere anche noi. Un ecosistema in equilibrio non si costruisce eliminando i predatori, ma riconoscendone il ruolo.

Perché un sistema funzioni davvero, ha bisogno di tutte le sue parti. Anche quelle più scomode. Anche i lupi.

Adam Weymouth

Convivere si può, ma non è facile

Che i conflitti tra esseri umani e lupi esistano è un dato di fatto. Il punto non è evitare lo scontro a ogni costo, ma trovare modi intelligenti per gestirlo. Servono strategie pratiche, basate sul dialogo, su investimenti mirati e sulla volontà di tenere conto delle esigenze di tutte le persone coinvolte.

Weymouth cita diversi esempi internazionali in cui le soluzioni hanno dato risultati concreti. In Paesi come Kenya, Belize e Cina, l’uso di recinzioni elettrificate, l’impiego di cani da pastore addestrati e la semplice presenza dell’uomo durante il pascolo hanno contribuito a ridurre gli attacchi. Sono misure efficaci e applicabili anche in Europa. Eppure, in zone come la Lessinia, l’adozione di questi strumenti incontra ancora una forte resistenza. Chi alza una recinzione o cambia metodo rischia di essere visto come un traditore, uno che ha ceduto alle pressioni di ambientalisti, politici o funzionari lontani dalla realtà delle campagne.

Il ritorno del lupo potrà davvero avere successo solo se gli abitanti delle aree interessate sentiranno di far parte del progetto. Quando, nel 2024, un lupo attaccò un bambino nei pressi di Roma e fu semplicemente spostato invece che abbattuto, molti italiani reagirono con rabbia. L’episodio fu interpretato come una prova che lo Stato difendeva l’animale più della sicurezza delle persone.

Ricostruire la fiducia richiederà inevitabilmente dei compromessi. Alcuni lupi dovranno essere rimossi, e chi difende la conservazione dovrà essere più trasparente. Dire che un lupo sano non rappresenta mai un pericolo è una semplificazione rischiosa. Gli attacchi sono rari, ma non impossibili. Ignorare questi fatti significa alimentare sfiducia e paura. Riconoscerli con onestà, invece, è il primo passo per trovare un equilibrio.

Capire un lupo significa seguirlo

Oggi la scienza osserva gli animali da lontano. Collari GPS, droni, immagini satellitari raccontano gli spostamenti e i comportamenti della fauna con grande precisione. Ma Adam Weymouth ha scelto una strada diversa. Ha deciso di seguire le tracce del lupo con il passo e con il fiato, camminando nei boschi dove Slavc aveva dormito, attraversando valli e confini, parlando con chi in quei territori ci vive davvero. Non ha portato tesi da dimostrare, né soluzioni da imporre. Ha ascoltato, osservato, raccolto voci e silenzi, cercando di capire cosa significhi convivere con un animale che riapre ferite antiche. Scrive:

In tutta la zona delle Alpi si stanno vivendo cambiamenti profondi. Ghiacciai che si sciolgono, boschi che muoiono, paesi che si svuotano. Ho visto come le persone hanno paura del futuro, come desiderano fermare il tempo. E intanto, alcuni politici alimentano quelle paure promettendo che tutto potrà restare com’era.

Ma nulla resta com’era. Il mondo cambia, e l’idea di poterlo bloccare è una promessa vuota. Forse, il primo passo per non subirlo è proprio quello fatto da Weymouth: mettersi in cammino e guardare da vicino ciò che spesso osserviamo solo da lontano. È così che si può cominciare a ricucire il rapporto tra uomini e natura, accettando la complessità, senza semplificare né schierarsi per forza da una parte sola.

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