carney devos

Il discorso di Carney

A Davos Mark Carney non ha provato a rassicurare nessuno. Al contrario, ha chiarito una volta per tutte e senza falsi moralismi la fine della Pax Americana. Nel discorso la parola chiave è stata rottura, e se l’ordine si spezza, la prima domanda non è come salvarlo, ma chi paga il conto della frattura.

Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.

La brutalità del discorso sta proprio qui. Carney descrive il sistema internazionale non più come una comunità imperfetta ma correggibile, ma come un ambiente basato sulla forza, e lo fa citando il manifesto della realpolitick, il discorso degli ambasciatori ateniesi ne La guerra del Peloponneso di Tucidide (“I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono)”. Non è una provocazione culturale, è un invito ad adeguare immediatamente strategia e strumenti.

Carney accusa chi si considera “parte giusta” della storia. Non si limita a dire che la regola del diritto internazionale è sotto attacco. Dice che l’ordine basato sulle regole è stato a lungo applicato a geometria variabile, con eccezioni implicite per i più forti. Questo spiega perché la retorica occidentale oggi perda potere persuasivo fuori dall’Occidente. Non basta rivendicare valori comuni se il sistema è stato percepito come parzialmente truccato.

Attacca la tentazione delle potenze medie di adeguarsi, di “andare d’accordo” per evitare punizioni, di credere che la conformità compri protezione. La strategia dell’adattamento, rivela, è solo un modo elegante di accettare la subordinazione.

Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero autoesentati quando gli sarebbe convenuto. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno per la risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più.

E in questo collasso delle relazioni, il ruolo delle potenze medie, come il Canada, è cambiato. Ora non rischiano soltanto di essere ignorate, ma di essere scambiate come posta in gioco tra le potenze maggiori, attraverso tariffe, pressioni territoriali, ricatti tecnologici e controllo delle materie prime. Groenlandia docet.

Il bersaglio è evidente anche senza nominarlo. Carney costruisce tutto il discorso come risposta a un contesto in cui Washington usa dazi e minacce come strumenti di disciplina geopolitica, mentre riapre il tema della sovranità su Groenlandia e alleati NATO. Serve mostrare cosa comporta un’America che non garantisce più automaticamente il quadro dentro cui gli altri respirano. La mossa, però, non è antiamericana in senso ideologico, perché riconosce il ruolo storico della Pax Americana, ma la liquida come un fatto che non può più essere dato per scontato. Il tema non è sostituire un egemone con un altro, ma ridurre la vulnerabilità che nasce quando un Paese vive dentro un’unica dipendenza strutturale.

Qui entra il Canada come caso di studio. La sua economia è integrata con quella statunitense in modo quasi organico, e la sua sicurezza è intrecciata con l’architettura nordamericana. In un mondo in cui l’egemone diventa imprevedibile, questa integrazione smette di essere un vantaggio automatico e diventa anche un fattore di rischio. Carney trasforma Davos nel luogo in cui dichiarare che Ottawa si slaccia formalmente dal legame a doppio filo con Washington.

La parte più interessante, perché più politica che filosofica, però, è l’idea di multilateralismo “a moduli”. Carney non propone il ritorno al grande multilateralismo liturgico delle istituzioni che tutti citano e pochi rispettano. Propone una vera realpolitik di coalizioni variabili, costruite per obiettivi specifici, come difesa, commercio e minerali critici. Una strategia di rete che serve per rendere più costosa la coercizione, perché moltiplica i canali alternativi e riduce il potere di veto del più forte.

Invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto. E significa ridurre le leve che consentono la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni… Sappiamo che questa rottura richiede più di un adattamento. Richiede onestà sul mondo per quello che è. Noi stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia.

Insiste su deterrenza, Artico, investimenti militari, autonomia in energia e catene di approvvigionamento. Il messaggio è che i valori, da soli, non proteggono nessuno. Possono farlo solo se hanno dietro capacità, risorse e alleanze operative. Nulla di nuovo, ma almeno ha avuto il coraggio di dirlo senza falsi moralismi.

C’è poi un secondo livello di brutalità, rivolto agli alleati occidentali. Carney dice, in sostanza, che non si può chiedere disciplina agli altri e allo stesso tempo applicare standard diversi agli amici. È un richiamo che punta dritto alla crisi di credibilità del blocco occidentale, soprattutto nel Sud globale. Non si recupera credibilità con campagne di comunicazione, ma con la coerenza, e la coerenza costa.

Alla fine, però, resta la domanda delle domande: quanto di questa postura regge in politica interna? Carney parla come se il suo Paese fosse già entrato in una modalità di mobilitazione strategica, ma il consenso domestico ha tempi e priorità diverse. La diversificazione commerciale è lenta, le alternative agli Stati Uniti sono parziali, le scelte sull’Artico e sulla difesa sono costose, e l’opposizione può descrivere l’attivismo internazionale come distrazione dai problemi sul costo della vita e casa. Una volta riconosciuta la diagnosi, bisogna pagare il conto. E se gli altri leader non sono ancora pronti a pagare le conseguenze delle cure, Carney, invece, è venuto a Davos per dire che la cura va pagata subito, e che i Paesi medi devono smettere di comportarsi come spettatori educati.

Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di nominare la realtà, di costruire forza in patria e di agire insieme.

La sua “crudeltà” è questa. Non chiede di credere in un ordine che torna, chiede di attrezzarsi per un ordine che non tornerà più. E in un’epoca in cui gran parte della politica internazionale vive di eufemismi, il leader canadese ha scelto le parole che possono sembrare le più impopolari, ma sono, di certo, le più utili.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,