Come è emerso da un reportage del New Yorker, nell’aprile del 2024 una donna ucraina di poco meno di quarant’anni, che gli autori dell’inchiesta hanno chiamato Anna per ragioni di sicurezza, ricevette una telefonata che sembrava provenire da una vita precedente. Dall’altra parte c’era Daniil Gromov, un vecchio conoscente incrociato anni prima a Kharkiv. All’epoca tutto era diverso, ma ora Anna viveva a Vilnius, in Lituania, dove si era rifugiata dopo l’invasione del 2022.
Gromov aveva bisogno di un favore. Un amico, disse, cercava qualcuno che potesse ritirare un pacco in città. Nulla di complicato, assicurò. Una richiesta semplice, almeno in apparenza. Ma in tempo di guerra anche ciò che sembra banale porta con sé una zona d’ombra. Anna accettò, forse per abitudine, forse per un residuo di fiducia. Poco dopo arrivò un contatto su Telegram, con il nome Warrior2Alpha, che le inviò lo screenshot di una ricevuta e un codice. Il pacco si trovava in un armadietto del deposito bagagli alla stazione ferroviaria di Vilnius. Quando Anna vi si recò, trovò una borsa blu dell’IKEA. All’interno c’erano oggetti messi insieme senza un’apparente logica. Prese la borsa e, come spesso accade in casi simili, la ripose nell’armadio.
Tre giorni dopo ricevette un messaggio vocale, sempre da Warrior. Le chiedeva di fotografare il contenuto e di riportare la borsa in un altro armadietto della stessa stazione. Nel frattempo, sul profilo Telegram dell’uomo erano comparse immagini di pistole e munizioni, qualcosa che somigliava a un missile e una bandiera russa. Anna iniziò a temere di stare aiutando, senza saperlo, lo sforzo bellico di Mosca. Chiamò la sorella, che le consigliò di cancellare immediatamente la foto e di avvisare le autorità lituane.
Pochi giorni dopo, alla porta dell’appartamento di Anna si presentarono gli investigatori dell’antiterrorismo. Gli agenti stabilirono che quegli oggetti erano componenti per inneschi, detonatori in grado di provocare incendi o esplosioni. Chiesero ad Anna di continuare a rispondere ai messaggi, ma sotto sorveglianza. La borsa venne riempita con oggetti fittizi e dotata di un localizzatore GPS nascosto. Anna rimise la borsa dell’IKEA nell’armadietto e inviò a Warrior la foto della ricevuta. “Grazie”, rispose lui, come se stesse concludendo una consegna qualsiasi. Due giorni più tardi, un ragazzo si presentò al deposito bagagli, prese la borsa e salì su un autobus diretto a Riga. Poco prima delle due del pomeriggio, in una stazione di servizio nei pressi di Panevėžys, nel nord della Lituania, gli agenti fermarono il bus e arrestarono il giovane.
Si chiamava Daniil Bardadim. Aveva diciassette anni e proveniva dal sud dell’Ucraina. Durante l’interrogatorio ammise di aver già appiccato un incendio e di essere diretto a Riga per compierne un altro.
La biografia di Daniil Bardadim è una di quelle che la guerra produce in serie, replicando fragilità simili in vite diverse. Cresciuto a Kherson, una città portuale affacciata sul Dnipro, nota per i campi di girasoli e le angurie e poi, suo malgrado, diventata uno dei simboli più evidenti dell’aggressione russa. Con l’occupazione arrivarono nuove autorità, i servizi pubblici si paralizzarono, le scuole rimasero chiuse per mesi. Bardadim aveva quindici anni e lavorava in una stazione di servizio.
Nel settembre del 2022 le forze di occupazione organizzarono un referendum farsa, seguito dall’annessione proclamata da Mosca. Il controllo russo, però, durò poco. A metà novembre l’esercito ucraino riconquistò la città, ma la liberazione non coincise con la pace. Le truppe russe restarono sull’altra sponda del Dnipro e continuarono a colpire con razzi e artiglieria. Poi arrivarono i droni, che trasformarono le strade in bersagli mobili, così Kherson cominciò a svuotarsi. Nel novembre del 2023 la famiglia di Bardadim si trasferì a Haivoron, vicino al confine con la Moldova. Il ragazzo concluse lì gli studi, ma il denaro continuava a scarseggiare. Era ormai vicino ai diciotto anni, l’età in cui sarebbe stato obbligato a registrarsi al distretto militare, perdendo la possibilità di lasciare il Paese. Raccolse tremila hryvnia, poco meno di sessanta euro, e decise di scappare.
Nel marzo del 2024 attraversò il confine con la Polonia insieme a un amico di Kherson, identificato nei documenti giudiziari polacchi come Oleksandr. Per Bardadim era la prima volta fuori dall’Ucraina. In Polonia trovarono lavori saltuari, caricando divani sui camion in una fabbrica di mobili a Kluczbork. Cinquanta dollari al giorno, in contanti. Dopo circa un mese ricevettero una chiamata da un conoscente più grande, Serhiy Chaliy, che li invitò a Varsavia. Chaliy li sistemò in un ostello nella periferia est della città, a Stara Miłosna. Pagava a intermittenza vitto e alloggio, ma con una contabilità che sapeva di ricatto. Annotate tutto, diceva. Poi mi restituite. Anche quando offriva lavoro la formula era la stessa. Promesse di soldi facili, spiegazioni vaghe. Bardadim raccontò in seguito di aver guidato un’auto da Bucarest a Varsavia per consegnarla a Chaliy. Un viaggio lungo, estenuante, quasi da corriere clandestino. Intanto il legame si stringeva. Dipendenza economica, debiti, pressioni implicite, una quotidianità fatta di obbedienza e umiliazioni.
È in questo punto che la storia individuale di Bardadim si intreccia con un fenomeno più ampio, riconosciuto ormai da anni dalle intelligence europee. A partire dalla fine del 2022, offerte di “lavoretti” iniziarono a circolare su Telegram e in chat frequentate da persone russofone: russi, ma anche bielorussi e ucraini. I compensi venivano promessi in criptovalute. I compiti sembravano banali. Attaccare adesivi, scattare fotografie, trasportare un pacco da un luogo all’altro. I servizi polacchi coniarono un termine tanto efficace quanto brutale: jednorazowi agenci, agenti usa e getta.
Con il tempo, il copione si è intensificato. Si parte dal vandalismo o dalla propaganda, si passa alla sorveglianza di linee ferroviarie che trasportano aiuti e materiale militare verso l’Ucraina, fino ad arrivare a sabotaggi veri e propri. In diversi Paesi europei si sono registrati episodi che sembrano pensati per alimentare tensione sociale, paranoia e sfiducia nelle istituzioni. Simboli tracciati sui muri, memoriali profanati, messinscene macabre, pacchi spediti con oggetti apparentemente casuali e, in alcuni casi, con dispositivi incendiari. Una strategia priva di eleganza ma estremamente funzionale, persistente, economica e facilmente replicabile.
È dentro questo schema che Bardadim ricevette le istruzioni attraverso un’altra app di messaggistica, Zangi, dopo che Chaliy gli chiese di installarla. Dall’altra parte comparve un interlocutore chiamato Q. Prima fotografie e video all’interno dell’IKEA di Vilnius, con un’attenzione mirata ad alcune aree, come il reparto materassi. Poi una lista di acquisti che non lasciava più spazio alle ambiguità: fiammiferi, carburante e sapone. E istruzioni su come mescolare benzina e diesel con il sapone triturato, ottenendo un gel altamente infiammabile. Bardadim lavorò nel bagno di un albergo come in un laboratorio improvvisato. Q chiedeva fotografie per verificare ogni fase; Oleksandr lo aiutò a raschiare lo zolfo dai fiammiferi (non è chiaro se per paura o per rassegnazione). In seguito arrivarono altri componenti, recuperati alla stazione ferroviaria: telefoni economici, cavi, caricabatterie. L’obiettivo era costruire un innesco temporizzato.
Secondo i dettami di Q, Bardadim avrebbe dovuto indossare un casco da motociclista, non solo mentre guidava il motorino, ma anche all’interno dell’IKEA, ma Bardadim non lo fece. Camminare tra gli scaffali con un casco in testa gli sembrava ridicolo e sospetto. Quella notte l’incendio all’IKEA di Vilnius scoppiò davvero, ma senza devastare. Gli allarmi si attivarono quasi subito, partirono gli sprinkler, arrivarono i pompieri. I danni furono stimati in meno di mezzo milione di euro, una cifra enorme per un singolo gesto ma troppo limitata per essere “strategica”.
Tornato a Varsavia, Bardadim scoprì che i soldi promessi non arrivavano. Chaliy smise persino di coprire le spese essenziali, e così i due ragazzi finirono a dormire in macchina. Q, intanto, continuava a scrivere. Nel maggio del 2024 Bardadim venne inviato nei pressi del grande centro commerciale Marywilska, a Varsavia, con l’ordine di filmare alle quattro del mattino. Partì, si addormentò sull’autobus, arrivò in ritardo. Quando raggiunse l’area era quasi tutto finito. Il centro commerciale stava bruciando. Un incendio violento che divorò circa due terzi dell’edificio, riducendolo a metallo annerito e cenere.
Poco dopo, Q lo rimandò a Vilnius per ritirare un altro pacco. Fu il viaggio in cui Bardadim venne arrestato, grazie alla trappola organizzata con Anna e la polizia lituana. Per gli investigatori europei, quasi tutti i fili conducono alla stessa ipotesi. Dietro le operazioni degli agenti usa e getta ci sarebbe soprattutto l’intelligence militare russa, il GRU, attraverso strutture dedicate alle cosiddette operazioni “sotto soglia”, azioni ostili progettate per non superare il livello che costringerebbe a una risposta militare diretta. Una zona grigia in cui diritto, diplomazia e sicurezza si muovono più lentamente delle piattaforme di messaggistica. Ed è proprio in quello spazio che la strategia diventa conveniente. Reclutare un ragazzo senza soldi costa poco. Indagare, processare e ricostruire reti transnazionali costa molto di più. Il paradosso è che questi giovani raramente sono mossi da convinzioni ideologiche. Sono precari, disorientati, migranti, adolescenti ai margini che scambiano il rischio per una scorciatoia. In una guerra che ha già sottratto loro quasi tutto, il denaro diventa l’unica cosa a cui appellarsi.
Dopo l’arresto, Bardadim è stato processato in Lituania in un procedimento in gran parte coperto dal segreto. È stato condannato a tre anni di carcere, con possibilità di uscita anticipata per il periodo già scontato in custodia cautelare e per la libertà condizionale. Resta aperta l’ipotesi di un secondo processo in Polonia. Chaliy, dopo l’arresto del ragazzo, è ricercato dall’Interpol.
In Lituania un alto funzionario della sicurezza nazionale ha provato a ricondurre la vicenda a un quadro più ampio. Un incendio, da solo, non sposta la geopolitica, ha ammesso. Ma una sequenza di episodi, cinque, dieci, venti, crea un clima. E in quel clima la democrazia respira male perché le persone diventano sospettose, i governi appaiono impotenti, la paura si infiltra nel discorso quotidiano. Allo stesso tempo, ogni risposta ha un costo. Ripetere ogni giorno che “la Russia ci attacca” rischia di alimentare esattamente l’ansia che queste operazioni vogliono generare. Minimizzare, invece, significa aprire spazi per escalation più gravi.
Non esiste una vittoria pulita, soltanto una gestione del rischio. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: se oggi il livello è basso, se oggi si bruciano magazzini, si spediscono pacchi, si reclutano ragazzi disperati, che cosa impedisce domani di alzare di dieci tacche lo stesso metodo? La vera inquietudine non è ciò che è già accaduto, ma ciò che questo sistema dimostra di poter fare a costi minimi, con distanza emotiva totale, utilizzando persone sacrificabili che spesso non comprendono nemmeno per conto di chi stanno agendo. Una studiosa polacca che si occupa di minacce ibride ha raccontato di essersi convinta che una serie di incendi ai trasformatori elettrici fosse frutto di sabotaggi, salvo poi scoprire che all’origine c’era un’ondata di caldo anomala. Anche la paranoia è una trappola. Ed è proprio questo a rendere il quadro così tossico. Vivere in uno stato di dubbio permanente, in cui ogni evento può essere sia un guasto banale sia un messaggio politico.
Nel frattempo Anna resta la figura più singolare di tutta questa storia. Non è un’agente né una criminale. È una persona comune trascinata dentro una guerra laterale, combattuta con pacchi, chat, corrieri improvvisati e ragazzi disperati. La sua vicenda mostra quanto poco basti per innescare una catena. Una telefonata e all’improvviso l’Europa si scopre vulnerabile.







