Non sappiamo se ci sarà davvero una guerra in Groenlandia, né se quella guerra segnerà la fine della NATO, ma sappiamo che, se accadrà, sarà figlia diretta della crisi climatica. Perché senza lo scioglimento dei ghiacci, senza la scomparsa dell’Artico come confine fisico e barriera naturale, nulla di tutto questo sarebbe plausibile. È la prima volta che la crisi climatica produce un effetto geopolitico così ampio. E non sarà l’ultima.
Per i leader del nuovo secolo – da Donald Trump a tutti i Trump che verranno – il riscaldamento globale non è una crisi da risolvere, ma un’occasione da sfruttare. Dove il ghiaccio si ritira, spuntano giacimenti, rotte commerciali, nuovi spazi di influenza. È una dinamica che abbiamo già visto altrove. Uno studio sui conflitti religiosi nel Mali ha dimostrato come la violenza tra cristiani e musulmani fosse in realtà la copertura di uno scontro tra pastori nomadi e agricoltori stanziali, per secoli coesistiti grazie a un delicato equilibrio d’accesso a pascoli e acqua. Quando la crisi climatica ha modificato le piogge e le stagioni, è esploso un conflitto per le risorse. In Groenlandia, stiamo forse per assistere allo stesso teatro, ma su scala globale.
E c’è un altro effetto, meno evidente ma forse ancor più pericoloso, della volontà di potenza americana in Artico: l’oscuramento della scienza. Mentre gli Stati Uniti minacciano una guerra nel nord estremo, stanno al tempo stesso lavorando per spegnere gli occhi che abbiamo sull’Artico. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha interrotto le collaborazioni scientifiche internazionali, chiudendo ventuno stazioni di monitoraggio e sospendendo ogni raccolta dati sul proprio lato di Artico. Il risultato è stato un primo, drammatico blackout di conoscenza sul luogo più vulnerabile del pianeta. Trump sta facendo lo stesso. E questa volta, è l’intero blocco occidentale a rischiare la cecità. Il sistema di osservazione artico degli Stati Uniti si sta gradualmente spegnendo sotto il peso dei tagli alla ricerca climatica imposti nel 2025. Il che significa meno dati, modelli meno accurati e previsioni sempre più inaffidabili. E, soprattutto, meno cooperazione tra istituzioni scientifiche internazionali, che è l’anima stessa della scienza moderna. Come ha detto Sandra Starkweather, direttrice dello US Arctic Observing Network: «Tutto ciò che oggi non osserveremo, domani non potremo più osservarlo».
Se la Groenlandia finisse nelle mani di un blocco russo-americano, con l’espulsione dell’Unione Europea e della cooperazione scientifica, non perderemmo solo il controllo politico, ma anche la memoria del clima, delle correnti, degli stock ittici, dell’innalzamento dei mari. Secondo un’inchiesta di Bloomberg, i tagli voluti da Trump hanno già reso lo US National Snow and Ice Data Center incapace di monitorare il ghiaccio marino. Otto dataset artici su dieci oggi arrivano dagli Stati Uniti, ma le agenzie che li producono sono ormai a rischio operativo. Stiamo già ricevendo meno dati su indicatori fondamentali, come lo stato di vegetazione della tundra, essenziale per capire gli effetti a catena del riscaldamento globale.
Intanto, mentre l’Artico scivola verso il caos, il Polo Sud sembra appartenere a un altro mondo. Lì, in Antartide, non ci sono armi né rivendicazioni territoriali né basi militari. C’è solo un trattato, firmato nel 1959 a Washington anche da Stati nemici come Stati Uniti e Unione Sovietica, che da oltre sessant’anni garantisce pace, cooperazione e ricerca scientifica sul continente bianco. Fa impressione ricordare che fu proprio un presidente repubblicano, Dwight Eisenhower, a promuovere quel trattato. Un esempio che smentisce chi oggi presenta la legge del più forte come una condizione naturale, inevitabile. Non lo è. L’Antartide pacificata è la prova che un altro mondo è possibile, se lo si vuole davvero.
In quella cornice giuridica e culturale esistono progetti come la stazione italo-svizzera Concordia e l’Ice Memory Sanctuary, un archivio naturale dove vengono custodite carote di ghiaccio prelevate dai ghiacciai di tutto il mondo. Le ultime arrivate, lo scorso gennaio, vengono dal Monte Bianco e dal Grand Combin, due cilindri di ghiaccio trasportati in Antartide per essere custoditi in una grotta scavata cinque metri sotto la neve compatta, in un ambiente a -50°C che non richiede né cemento né energia.
Quelle carote di ghiaccio, che non avrebbero resistito ancora a lungo sulle Alpi, sono strumenti di valore inestimabile. Le bolle d’aria intrappolate al loro interno ci raccontano la composizione atmosferica di secoli fa, le concentrazioni di gas serra, le temperature, le polveri vulcaniche. E chissà cosa potranno rivelare in futuro, quando avremo nuovi e più potenti strumenti per leggerle. In fondo, è questo il senso dell’Ice Memory: salvare ciò che sappiamo oggi, per permettere alle generazioni future di farsi domande che oggi non siamo ancora in grado di immaginare. È un atto di fiducia nella scienza, nella cooperazione e nel futuro stesso del genere umano. Un gesto semplice, silenzioso, ma di fronte alla fame di potere e risorse che sta dilaniando il nord del mondo, è anche un gesto di resistenza.







