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L’Iran in rivolta, perché questa volta è diverso

In tutto il Paese, la rabbia esplode mentre il regime si mostra sempre più fragile, schiacciato da una crisi economica devastante e dall’erosione dei suoi alleati storici nella regione.

Il 10 gennaio, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha nuovamente minacciato i manifestanti, definendoli “vandali al soldo degli americani” e promettendo una repressione ancora più dura. L’economia iraniana, affondata da anni di sanzioni internazionali e cattiva gestione interna, è al collasso. Di fronte alla crescente rabbia popolare, il governo ha reagito tagliando l’accesso a Internet e scatenando le forze di sicurezza contro i cortei. Le violenze hanno già provocato migliaia di morti secondo le ONG, con oltre duecento vittime registrate solo in sei ospedali di Teheran.

Appena sei mesi fa, Israele ha eliminato buona parte della leadership militare iraniana in una guerra-lampo durata dodici giorni. A peggiorare la situazione, gli Stati Uniti hanno ordinato nuovi bombardamenti contro i siti nucleari del Paese. Sul piano regionale, l’Iran è sempre più isolato. In Siria, Bashar al-Assad è fuggito dopo che la rivoluzione — sedata a lungo proprio grazie al sostegno iraniano — ha infine trionfato. E in Libano, Hezbollah ha perso gran parte della sua influenza dopo anni di attacchi israeliani mirati.

Per capire le dinamiche di questa nuova rivolta, Isaac Chotiner del The New Yorker ha intervistato Fatemeh Shams, docente di letteratura persiana alla University of Pennsylvania, attivista femminista ed esule dal 2009. La studiosa descrive una situazione esplosiva, molto diversa dalle precedenti ondate di protesta. Il punto centrale, dice, è che oggi non si lotta più solo per i diritti o la libertà individuale, ma per la pura sopravvivenza. L’inflazione è fuori controllo, la moneta nazionale ha perso valore, le importazioni si sono quasi fermate. Mancano beni di prima necessità come l’olio e il pollo, e migliaia di piccole imprese hanno chiuso. “Questo non è solo malcontento“, dice. “È una rivolta di un popolo affamato. È una rivolta per poter vivere.”

Se in passato il dissenso era legato a questioni identitarie, come il velo e i diritti delle donne o delle minoranze etniche, oggi coinvolge l’intera società, dal basso all’alto. E ciò che più colpisce è la diffusione geografica delle proteste: persino a Mashhad, città santa e roccaforte simbolica del regime, le manifestazioni hanno travolto ogni previsione. Anche gli slogan sono cambiati. Se nel 2022 la parola d’ordine era Donna, Vita, Libertà oggi si grida Morte al dittatore. E, per la prima volta, si registrano scioperi diffusi, su larga scala. A Teheran, le proteste sono partite dal bazar Ala’addin, punto di riferimento del commercio tecnologico, frequentato da venditori storicamente conservatori. Da lì si sono propagate al Gran Bazar e a molte altre città.

A peggiorare il quadro c’è la sensazione diffusa che il regime non sia nemmeno più in grado di garantire la sicurezza nazionale. Dopo la guerra con Israele, la popolazione ha visto la guida suprema sparire nel silenzio, mentre i principali comandanti militari venivano uccisi. “Se non riescono a proteggere i loro vertici, come possono proteggere la gente?“, si chiede Shams.

L’isolamento internazionale e l’ambizione nucleare, spiega, hanno aggravato la crisi interna.

Il programma nucleare è visto da molti iraniani come un fallimento costoso che ha portato solo povertà e sanzioni.

Il popolo non si riconosce più nella linea dura del regime e preferirebbe un accordo con gli Stati Uniti per uscire dall’isolamento. Anche il ruolo dell’Iran nello scacchiere regionale è messo in discussione. Dopo la caduta di Assad e l’indebolimento di Hezbollah, sempre più cittadini si chiedono perché continuare a finanziare milizie all’estero mentre la popolazione muore di fame.È tutto dichiarato pubblicamente“, spiega Shams. “Non si nascondono: parlano apertamente di soldi mandati a Hezbollah o ad Hamas. La gente lo vive come un tradimento.” E non mancano slogan chiari in piazza: “Né Gaza né Libano, la mia vita la sacrifico per l’Iran.

Il regime ha fatto della causa palestinese un elemento identitario, sin dai tempi di Khomeini, ma le immagini della devastazione di Gaza negli ultimi due anni, e l’incapacità dell’Iran di offrire un sostegno concreto, hanno minato anche questo pilastro. La caduta del regime di Assad ha inoltre innescato una serie di voci sul futuro di Khamenei stesso. Si mormora che possa fuggire in Russia, seguendo l’esempio del suo alleato siriano. Shams però non crede a questo scenario: “Vuole restare fino alla fine. Vuole essere ‘martire’, non esule.

Intanto, la repressione si fa sempre più feroce. La guida suprema ha bollato tutti i manifestanti come agenti di Israele e degli Stati Uniti, e ha ordinato una nuova ondata di arresti. Il blackout di Internet ricorda quello del 2019, quando vennero uccise più di 1.500 persone.

Temo soprattutto ciò che avviene nelle carceri. Negli ultimi mesi ci sono state oltre duemila esecuzioni, molte legate ad accuse arbitrarie di collaborazione con Israele. Temo che stavolta sarà ancora peggio.

Con pochi alleati rimasti, un’economia al collasso e una popolazione sull’orlo del baratro, il regime iraniano è di fronte a un bivio storico. Ma la domanda più urgente, oggi, per milioni di iraniani, è una sola: come sopravvivere un altro giorno?

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