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Gli iraniani ne hanno abbastanza

Le proteste che stanno scuotendo la Repubblica Islamica riflettono un malessere profondo, tanto economico quanto politico. A dicembre, una nuova ondata di manifestazioni è partita dai bazar di Teheran, dove i commercianti sono stati i primi a scendere in strada. Dopo un anno segnato da un crollo del tenore di vita e da un senso sempre più diffuso di paralisi istituzionale, in pochi si sono stupiti nel vedere le piazze tornare a riempirsi.

La miccia, stavolta, è stato il forte calo del valore della valuta iraniana, il rial. In pochi mesi, il dollaro è arrivato a sfiorare quota 1,5 milioni di rials, dimezzando il suo valore rispetto all’anno precedente. Solo quattro anni fa ne bastavano 250 mila, e dieci anni fa, appena 30 mila. Questo declino ha eroso i risparmi, messo ancora più in difficoltà la classe media e lasciato ferite profonde tra i lavoratori. Le prime a muoversi sono state le categorie legate all’importazione di prodotti elettronici, dato che con i prezzi ormai fuori portata, molti non riescono più a vendere. Ma come già accaduto nel 2017, nel 2019 e nel 2022, la protesta si è allargata in fretta. Ha raggiunto città come Hamedan, Isfahan, Lorestan, e ha coinvolto studenti, pensionati e giovani, soprattutto quelli della Gen Z.

Anche stavolta, lo scontento si è fatto politico. In tanti hanno gridato “Morte al dittatore“, prendendo di mira l’anziano ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese dal 1989. Gli studenti dell’Università Beheshti di Teheran, in un comunicato, sono stati espliciti:

Questo sistema criminale tiene in ostaggio il nostro futuro da 47 anni. Non sarà il riformismo a cambiarlo. Né le solite promesse vuote.

Il presidente Masoud Pezeshkian, eletto nel 2024 con la promessa di una svolta riformista, non è riuscito finora ad incidere. Mentre il Paese affronta blackout e razionamenti d’acqua, restano disattese le promesse simboliche, come l’eliminazione della censura su internet. Nel tentativo di segnare una discontinuità con il predecessore, Pezeshkian ha dichiarato di voler incontrare i manifestanti, ribadendo il diritto costituzionale alla protesta pacifica, ma non avendo alcun controllo sulle forze di sicurezza, le sue parole hanno avuto ben poco peso.

Le repressioni infatti non si sono fatte attendere. Decine di persone sono state arrestate, e in città come Kuhdasht e Fasa la polizia ha aperto il fuoco. A Kuhdasht è morto un membro delle forze dell’ordine, secondo le autorità. E si sono registrati scontri anche ad Hamedan e Najafabad.

La settimana scorsa, Pezeshkian ha incontrato alcuni rappresentanti dei commercianti e promesso miglioramenti economici. Dopo un anno e mezzo al potere, ha finalmente licenziato il governatore della Banca centrale, Mohammadreza Farzin, figura vicina all’ala più dura del regime. Al suo posto è stato nominato Abdolnasser Hemmati, ex ministro delle Finanze ed economista riformista, che ha promesso stabilità.

Ma il compito è proibitivo. Hemmati potrebbe ridurre i tassi d’interesse (attualmente al 40%) e riformare il sistema bancario e di cambio, ma, nessuna di queste misure basta a rimettere in sesto un’economia martoriata da sanzioni internazionali, isolamento politico e decenni di cattiva gestione interna.

Il salario minimo mensile in Iran è di circa 104 milioni di rials, appena sufficiente per acquistare un grammo d’oro a 18 carati (spesso usato come misura del valore reale). Infermieri e insegnanti guadagnano fra i 150 e i 250 milioni, mentre un appartamento modesto a Teheran ne costa almeno 200 milioni al mese. Molti professionisti sono costretti a fare i tassisti o arrotondare con lavoretti. Altri, a migliaia, hanno scelto l’espatrio.

Come se non bastasse, l’ipotesi di nuovi attacchi militari da parte di Israele o degli Stati Uniti aleggia costante.

In questo Paese non puoi nemmeno fare un piano per due settimane. Senza stabilità, non c’è futuro. Si vive alla giornata.

Uno dei contestatori scesi in piazza

Per cambiare rotta, servirebbe un accordo con gli Stati Uniti, anche solo per allentare le sanzioni o tenere l’Iran al riparo da una guerra. Ma la linea ideologica intransigente di Khamenei verso Israele e Washington rende tutto molto difficile. I manifestanti hanno rilanciato slogan contro l’interventismo militare del regime, accusato di sprecare risorse sostenendo gruppi armati come Hamas e Hezbollah, allontanando il Paese tanto dall’Occidente quanto dai vicini Paesi arabi.

Riusciranno i manifestanti a cambiare il regime?

Ogni volta che in Iran esplodono le proteste, dall’estero arrivano dichiarazioni di solidarietà. E anche stavolta il copione è stato lo stesso, ma per quanto scossa, la Repubblica Islamica ha già resistito a mobilitazioni di massa. E l’opposizione interna, oggi come ieri, appare divisa e disorganizzata.

Alcuni hanno invocato il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede al trono in esilio, ma molti iraniani, pur contrari al regime, non lo considerano un leader legittimo. I suoi sostenitori attaccano regolarmente dissidenti noti come Narges Mohammadi (premio Nobel per la Pace), l’attrice Taraneh Alidoosti e il rapper Toumaj Salehi. Proprio Mohammadi è stata aggredita a inizio mese da manifestanti pro-Pahlavi a Mashhad.

In realtà, nessuna fazione d’opposizione ha saputo costruire una struttura organizzata o una rete duratura capace di orientare le proteste. Senza una guida, anche questa ondata rischia di affievolirsi e scomparire, come le precedenti. E se un cambiamento dovesse davvero arrivare, è più probabile che provenga da una frattura interna al regime piuttosto che dalla piazza.

Sono felice di vedere altra gente in strada, ma so anche che economicamente siamo a pezzi e che non cambierà nulla nel breve. E non abbiamo un modo semplice per sconfiggere questi bastardi. È difficile restare ottimisti.

Uno dei manifestanti

Il coraggio degli iraniani è fuori discussione. Ma per trasformarlo in cambiamento serve una strategia che, al momento, sembra ancora lontana.

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