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Perché Donald Trump vuole la Groenlandia (e tutto il resto)

Per Trump non esiste una strategia geopolitica complessa, ma una visione del mondo simile a una grande mappa su cui lui vuole lasciare il suo segno, grande e dorato. Già nel 2021, quando alcuni giornalisti gli chiesero perché aveva realmente provato a comprare la Groenlandia — un’idea che aveva sorpreso gli alleati europei e fatto sorridere molti negli Stati Uniti — la sua risposta fu sorprendentemente semplice. Per lui non era tanto diverso dall’avere un terreno ben piazzato in città, solo molto più grande.

A quel tempo la Groenlandia non era più un tema da prima pagina, ma non era una fantasia passeggera, tanto che alla Casa Bianca vennero condotti studi seri sull’argomento. Secondo quanto emerso, un suo grande amico, il magnate Ronald Lauder, avrebbe insistito con Trump su quell’idea, fino a proporsi come possibile “inviato” verso la Danimarca, con il presidente americano che arrivò perfino a parlare di uno scambio tra Porto Rico e la Groenlandia.

In quel momento sembrò più una delle ennesime boutade trumpiane, dato che non era più alla Casa Bianca, e Joe Biden stava lavorando per ricucire i rapporti con l’Europa e rafforzare la NATO.

Ma non lo era. Oggi quella fissazione è tornata al centro di una tensione internazionale. Trump non si limita più a “parlare di comprare” l’isola. Nel contesto di nuove tensioni globali e dopo un raid militare in Venezuela che ha fatto scalpore, ha ripetuto che gli Stati Uniti devono possedere la Groenlandia, e alla domanda sul perché non basti l’accordo del 1951 con la Danimarca, che già garantisce agli USA un ampio accesso militare allísola, ha risposto senza esitazioni: la proprietà è fondamentale. Non per motivi strategici complessi, ma perché, a suo dire, è “necessaria a livello psicologico”.

Diversi Paesi europei hanno condannato queste minacce e Trump ha risposto accusando l’Europa di non essere affidabile come alleato. Ciò che un tempo sembrava una fissazione stravagante è diventato qualcosa di molto serio. E dopo questa settimana, chi può dire con certezza che gli Stati Uniti, sotto Trump, rispetterebbero davvero l’impegno di difesa reciproca su cui si basa la NATO?

Trump sostiene che l’unico limite al suo potere sia la propria morale. Il che non rassicura nessuno. Quello che vediamo non è l’America First nel senso classico, ma l’ápoteosi della forza che diventa uno spettacolo. E questa visione è condivisa apertamente da chi gli sta accanto.

Da quando è tornato alla Casa Bianca, ha ordinato attacchi militari contro diversi Paesi, spesso passando rapidamente da una crisi all’altra. Colpisce, rivendica il successo, poi si sposta subito su un nuovo bersaglio.

Trump ama definirsi il “presidente della pace”, ma per lui l’uso della forza è un trofeo. Parlando dell’operazione in Venezuela, che ha causato decine di morti, l’ha descritta come uno spettacolo televisivo, soffermandosi sulla velocità e sulla violenza. È per questo che l’Europa ha ragione ad avere paura per la Groenlandia. Solo un anno fa, l’idea di minacciare militarmente l’isola sarebbe stata considerata follia pura, forse persino motivo di impeachment. Oggi, tutto sembra fuorché irreale. Benvenuti nel 2026.

C’è chi dice che le minacce di Trump siano solo una tattica negoziale. Probabilmente lo pensava anche Maduro. Fino a quando, una notte, i soldati americani sono entrati nella sua camera da letto.

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