Ernest Wilimowski

Eroe o traditore? La leggenda contesa di Ernest Wilimowski

Nel cuore dell’Alta Slesia, in una terra divisa da secoli tra identità mutevoli e confini instabili, la memoria di Ernest Wilimowski continua a bruciare. Per alcuni è un eroe calcistico, per altri un uomo che ha venduto l’anima alla Germania nazista. E nel mezzo, una comunità che non si riconosce né polacca né tedesca, ma slesiana, cerca di reclamare la propria voce attraverso la storia di uno dei suoi figli più controversi.

Nato nel 1916 in una regione che a turno è stata tedesca e polacca, Wilimowski parlava la lingua slesiana, si formò calcisticamente nei club locali e fu, per un periodo, una delle stelle più luminose del calcio europeo. Con la maglia della Polonia segnò quattro gol contro il Brasile nel mondiale del 1938, prima di indossare quella della Germania durante la guerra; una maglia con la svastica sul petto, mentre molti dei suoi ex compagni polacchi venivano deportati o uccisi.

Allo stadio di Chorzów, il volto di Wilimowski campeggia ancora sui muri, e il suo nome riecheggia come quello di una leggenda del calcio. Il club Ruch Chorzów, dove brillò negli anni Trenta, ha lanciato una raccolta fondi per garantire una nuova sepoltura al suo ex campione, dopo che la città tedesca di Karlsruhe ha deciso di demolire parte del cimitero dove è sepolto dal 1997. Il gesto, pensato come omaggio sportivo, ha però acceso un’ondata di indignazione tra i nazionalisti polacchi; in molti non perdonano quel passato in divisa tedesca.

Ernest Wilimowski
Ernest Wilimowski | Foto: ullstein bild

Ma in Slesia la storia è più complicata. Per molti Wilimowski non fu un traditore ma un sopravvissuto, intrappolato in una realtà che non offriva scelte nette. La sua lealtà non si legava a una bandiera, ma a una terra senza Stato, con una lingua propria e un’identità che sfugge alle logiche binarie del nazionalismo. “Anche noi abbiamo avuto il nostro Messi, ed è giusto rivendicarlo”, ha raccontato Arnold Reinhold Langer, attivista e commerciante a Katowice, dove vende bandiere, libri e magliette con scritto: Né polacco né tedesco, ma slesiano. Il suo obiettivo, precisa, non è rompere l’unità della Polonia, ma proporre un’idea più elastica e concreta di appartenenza.

Una proposta che ha incontrato il muro della politica nazionale. Il partito Diritto e Giustizia, a lungo al potere, ha liquidato la questione slesiana come una “copertura per l’influenza tedesca”. L’ex presidente Andrzej Duda ha posto il veto alla legge che avrebbe riconosciuto lo slesiano come lingua distinta, definendolo un semplice dialetto. A suo avviso, la difesa dell’identità nazionale è urgente in tempi segnati da guerre ibride e spinte separatiste. Eppure, secondo i dati ufficiali, sono quasi mezzo milione le persone che parlano slesiano ogni giorno.

Grzegorz Joszko, storico del club di Chorzów e consigliere comunale, ricorda come Wilimowski sia stato chiamato “nazista” dalla stampa polacca e “polacco” da quella tedesca. Troppo slesiano per essere incasellato, troppo complesso per adattarsi alle narrazioni ufficiali, troppo umano per sopravvivere senza contraddizioni. “Aveva sei dita, era alcolizzato, sosteneva l’invasione: tutte leggende inventate dopo il ’45”, dice Joszko. A suo avviso, Wilimowski fu vittima della propaganda di un regime che aveva bisogno di eroi puri e nemici assoluti.

Tra i tifosi, però, ciò che conta è il giocatore. Adam Bilek, sedici anni, ha raccontato: “Cercava solo di sopravvivere. La gente non sa davvero cosa è successo.” Anche Seweryn Siemianowski, presidente del Ruch Chorzów ed ex calciatore del club, ha difeso l’iniziativa per la nuova tomba, sostenendo che non si tratta di un gesto politico, ma di un atto di rispetto verso un talento fuori dal comune, capace di segnare dieci gol in una sola partita nel 1939:

Non possiamo sapere cosa lo abbia guidato, né cosa abbia vissuto. Non siamo in grado di giudicare. Ma ha regalato felicità a molti, e questo merita di essere ricordato.

La sua figura continua a dividere. Miljenko Jergovic, scrittore bosniaco, gli ha dedicato un romanzo, convinto che la sua vicenda racchiuda una lezione più grande. Nessuno è mai solo una cosa. Le identità si sovrappongono, mutano, sfuggono ai confini. E Wilimowski, con la madre tedesca e il cognome del patrigno polacco, con un piede nella propaganda del Reich e l’altro nelle statistiche della FIFA, resta l’immagine di una Slesia che non vuole più essere dimenticata.

E dietro la polemica per una tomba c’è ben più di una vecchia maglia o di una partita rimasta negli archivi. C’è una memoria che ancora divide. E una domanda rimasta in sospeso, che nessuno Stato ha il coraggio di affrontare fino in fondo: cosa vuol dire appartenere, quando la nazione a cui dovresti appartenere cambia volto, lingua e frontiera mentre tu sei ancora lì, nello stesso posto, a cercare solo di restare in piedi?

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