Adrian Heath rapimento

Un colloquio fantasma, un rapimento e la carriera di un allenatore che il calcio ha portato ovunque, tranne che in salvo

Il sole stava scivolando sotto l’orizzonte mentre l’auto tagliava il nord del Marocco. Adrian Heath guardava il paesaggio cambiare colore e, senza volerlo, faceva quello che fanno tutti quando la luce cala e la testa si svuota. Ripassava la propria vita come un nastro consumato, scena dopo scena, campo dopo campo. Il calcio lo aveva tirato fuori da Knutton, un villaggio operaio vicino a Newcastle-under-Lyme, dove da ragazzino aveva imparato presto due cose: disciplina, quella ruvida e quotidiana che gli aveva trasmesso il nonno ferroviere; e un istinto per il gol. Da lì Stoke City, poi Everton, dove nel 1982 diventò l’acquisto più caro della storia del club. E poi un gol in Coppa di Lega nel 1984 contro l’Oxford United, uno di quelli che cambiano le giornate e, a volte, anche le carriere. Si disse che avesse salvato la panchina di Howard Kendall e trasformato Heath in un monumento di Goodison Park. Più tardi, quando per un inglese andare in Spagna era ancora una piccola spedizione antropologica, fu tra i primi a tentare La Liga e firmò con l’Espanyol nel 1988. E quando smise di giocare, il calcio trovò un modo per continuare a trascinarlo in giro. Stavolta da allenatore, con tappe negli Stati Uniti ad Austin, Orlando e Minnesota. Per quei club girò mezzo mondo a caccia di giocatori e arrivò perfino ad allenare Kaká.

Per questo, quel viaggio in Marocco aveva il sapore consueto dell’avventura professionale. Un colloquio per un incarico in Arabia Saudita, un altro continente, un’altra parentesi da aggiungere alla mappa di un uomo che aveva sempre lavorato con la valigia. Seduto sul sedile posteriore di una berlina a quattro porte, Heath guardò di lato, verso l’uomo al volante. Non era un dirigente, non era un intermediario, era il suo rapitore. E in quella frazione di secondo si chiese se il calcio, dopo avergli dato tutto, stesse per toglierli ogni cosa.

Il dettaglio che non tornava

Ci sono abitudini che si sedimentano in decenni di matrimonio, soprattutto quando il lavoro porta spesso uno dei due lontano. Adrian e Jane Heath non facevano eccezione. Si erano conosciuti nel 1990, quando lui giocava a Manchester sponda City, e con il tempo avevano costruito una routine semplice e quasi scaramantica. Messaggio quando atterrava, chiamata quando arrivava in hotel. Quando Jane ricevette il messaggio che confermava l’atterraggio a Tangeri, tirò un sospiro. Quando non arrivò la videochiamata, però, cominciò a sentire quella pressione sottile dietro lo sterno che di solito ha ragione.

Gli scrisse. Stai bene.

Risposta. Sì, tutto ok. Sono solo impegnato.

Eppure qualcosa non tornava. La grammatica. Jane chiamò.

Stai bene, davvero?

Sì, sto bene.

Ma nella voce c’era un’ombra che non riusciva a spiegare. Un attimo dopo, Adrian chiuse con una frase che avrebbe dovuto rassicurare e invece fece l’effetto opposto. Ci sentiamo domattina.

E riattaccò.

Passò circa un minuto, e poi Heath si trovò con una lama alla gola.

Per un anno, quasi silenzio

Heath non aveva nessuna intenzione di raccontare questa storia. Per più di un anno rimase chiusa dentro un cerchio ristretto di amici, e dentro un canale istituzionale, quello della League Managers Association, l’associazione che tutela gli allenatori nel calcio inglese. Poi arrivò una telefonata di un agente dell’FBI. Era successo di nuovo a un altro allenatore. Quando ti convinci che sia finita, che il peggio sia passato, scopri invece che non passa mai davvero, e che altrove un’altra famiglia sta entrando nello stesso incubo. A quel punto rimanere zitti non sembrava più prudenza.

Nel dicembre del 2025, i coniugi Heath hanno deciso di raccontare ciò che avevano vissuto in quei giorni di novembre del 2024, senza fare nomi e senza fornire dettagli che potessero interferire con un’indagine ancora aperta tra Stati Uniti e Regno Unito. E se l’FBI ha ribadito la sua linea abituale, cioè non confermare e non smentire l’esistenza di un’indagine, la National Crime Agency britannica, invece, ha confermato in una dichiarazione pubblica che sta indagando su presunte attività legate a un falso consorzio calcistico che avrebbe offerto impieghi inesistenti a professionisti del pallone, accompagnando l’inganno con minacce e richieste di denaro.

La trappola era costruita bene

Dopo l’esonero dal Minnesota United nell’ottobre del 2023, Heath aveva passato mesi in viaggio con Jane. Visite ai figli, tempo con i quattro nipoti, una pausa che dopo quindici anni filati di panchine negli Stati Uniti sembrava quasi necessaria. Nell’estate del 2024, però, arrivò la chiamata di un agente inglese che gli chiese se fosse interessato a una panchina in Arabia Saudita. Heath rispose sì, con la prudenza di chi sa che nel calcio le chiacchiere sono sempre più veloci dei contratti, ma quando entrarono nei dettagli sul club e sullo stipendio, l’idea sembrava concreta. Heath aveva voglia di tornare ad allenare. Si sentiva ancora affamato.

Quell’incarico, alla fine, fu affidato a un altro allenatore. Qualche mese dopo, però, la situazione del club peggiorò e lo stesso agente tornò a contattarlo. Stavolta sembrava davvero che l’opportunità potesse riaprirsi. Nei giorni successivi parlarono di tutto, dallo stipendio al budget per lo staff, dall’alloggio fino all’assistenza sanitaria. Spesso le telefonate erano in vivavoce e Jane ascoltava con lui. Tutto sembrava lineare, senza esitazioni o zone d’ombra, e mancava proprio quel senso di fretta e confusione che di solito tradisce una fregatura. Heath fece anche qualche verifica informale. Chiamò persone che avevano già lavorato in Arabia Saudita, tra cui Steven Gerrard. I riscontri furono incoraggianti: il club era considerato serio, il campionato offriva opportunità e l’intera proposta sembrava credibile. Il proprietario voleva incontrarlo di persona, ma non in Arabia Saudita. L’agente spiegò che lo “sceicco” si trovava in Marocco, dove possedeva hotel e altri affari. Se l’accordo fosse stato definito entro martedì, lo avrebbero poi portato in Arabia per l’annuncio ufficiale.

Poco dopo arrivò il biglietto aereo per la domenica, insieme alla prenotazione in un hotel di lusso affacciato sul Mediterraneo. Heath partì via Manchester e atterrò a Tangeri la sera del 18 novembre. All’uscita dell’aeroporto lo attendevano due uomini. Gli porsero dei fiori, lo accompagnarono a una berlina nera e si misero in marcia verso quello che lui pensava fosse l’hotel.

Dopo circa quaranta minuti, però, l’auto abbandonò la strada principale.

All’inizio Heath pensò a una scorciatoia. Poi la strada si restrinse, la luce cominciò a calare e il paesaggio cambiò tono. Le case diventavano più basse, i vicoli più stretti, e l’idea di arrivare a un hotel di lusso iniziò a suonare ridicola. L’auto infine infilò un passaggio laterale e si fermò. I due uomini lo accompagnarono dentro un edificio anonimo e poi in un appartamento quasi spoglio, saturo di fumo. Divani contro le pareti, qualche soprammobile e tende pesanti che chiudevano le finestre. In sottofondo musica e voci. Nella stanza c’erano un uomo più anziano, uno sulla trentina e un ragazzo molto giovane. Per circa un’ora si comportarono come se nulla fosse. Bevevano, fumavano, facevano domande generiche. Gli offrirono da bere. Lui rifiutò, a quel punto aveva già capito che era meglio non toccare nulla.

Poi l’uomo sulla trentina lo fece sedere sul divano e andò dritto al punto.

Hai capito che non sei qui per quello che pensavi. Adesso funziona così: ci mandi dei soldi.

La cifra era altissima, nell’ordine di centinaia di migliaia di euro, ma Heath non ha mai voluto indicarla con precisione. Ricorda invece, con lucidità, la frase successiva.

Se non lo fai, non rivedrai tua moglie. Non rivedrai i tuoi figli. Non rivedrai i tuoi nipoti.

Era evidente che avevano fatto ricerche su di lui. Conoscevano i nomi, la famiglia, tutto. Gli presero portafoglio e telefono. L’unica sua strategia era prendere tempo. Si aggrappò al fuso orario come a un appiglio. In Marocco era tardi e negli Stati Uniti le banche erano chiuse. Anche volendo, insistette, non si poteva fare un trasferimento immediato. Quando Jane chiamò, uno degli uomini gli mise il telefono davanti con il vivavoce attivo. Poco dopo apparve una lama, lunga e sottile, e gli sfiorò la gola come un avvertimento.

Heath passò la notte seduto sul divano, fingendo di dormire mentre loro bevevano e fumavano. Dice che quelle ore furono le più dure non perché accadesse qualcosa di particolare, ma perché finalmente c’era spazio per pensare. E pensare, in certe condizioni, diventa una tortura: ti costringe a immaginare ogni esito possibile.

All’alba sentì il richiamo alla preghiera. E poi arrivò la moglie dell’uomo sulla trentina con un bambino piccolo. Il bimbo guardò per qualche minuto i cartoni animati in tv, poi l’uomo gli mise lo zaino e lo accompagnò a scuola. Heath era lì, in mezzo al salotto, eppure per loro era come se non esistesse. A quel punto capì che non c’era una soluzione “pulita”. Se avesse pagato, avrebbero continuato a chiedere. Se avesse rifiutato, la lama sarebbe tornata.

Adrian Heath
Adrian Heath al Goodison Park | Foto: Paul Ellis / AFP / Getty Images

La bugia più intelligente della giornata

Quando a Minneapolis era mattina presto, i rapitori gli rimisero in mano il telefono e gli imposero di chiamare Jane. Lei era a letto, ma l’ansia la teneva sveglia da ore. Adrian le disse che doveva andare in banca e trasferire del denaro. Jane scoppiò a piangere e in un attimo capì. Gli rispose che avevano cambiato conto meno di un anno prima e che lui risultava intestatario principale. Da sola, quindi, non poteva fare un bonifico di quel tipo senza la sua presenza. La chiamata si interruppe. Poco dopo richiamarono. La cifra scese, ma restava enorme. Jane ripeté la stessa versione, senza esitazioni. Prima di chiudere, Adrian provò a tranquillizzarla. Le disse di non preoccuparsi e che si sarebbero risentiti.

Appena terminata la telefonata, Jane chiamò il figlio, Harrison. Lui tentò più volte di contattare il padre. A un certo punto Adrian rispose, ma era chiaro che non poteva parlare liberamente. Harrison gli disse di uscire dalla stanza e spiegare cosa stesse succedendo. Adrian gli rispose in modo brusco, quasi aggressivo: Non posso.

A prendere in mano le cose fu Kaylyn Kyle, moglie di Harrison. Disse a Jane di controllare subito l’app di condivisione della posizione. Ed ecco l’errore dei rapitori, incredibile e banalissimo. Avevano preso il telefono di Adrian, ma non avevano disattivato la localizzazione. Jane fece uno screenshot della posizione e lo inviò a Harrison. Questi chiamò l’agente che aveva organizzato l’incontro e gli mandò lo screenshot con la posizione del padre. Infine entrò in gioco un dettaglio da romanzo, di quelli che capitano una volta e sembrano inventati. Il padre di un ragazzo della squadra giovanile che Harrison allenava nel New Jersey lavorava nell’ufficio dell’FBI a New York. Harrison lo chiamò subito.

Un interruttore scattato nel buio

In Marocco, intanto, Heath si comportava come se stesse negoziando un contratto, solo che il contratto era la propria vita. Disse ai rapitori che non avrebbero ottenuto nulla lì dentro. Se volevano anche solo sperare in un trasferimento, avrebbero dovuto lasciarlo tornare a casa. Avrebbero dovuto “fidarsi”. Era una parola assurda in quel contesto, ma anche l’unica moneta che aveva da offrire. La discussione si scaldò e la lama riapparve.

Poi, improvvisamente, qualcosa cambiò. L’uomo sulla trentina entrò nella stanza e gli ordinò di prendere la borsa. Si va in aeroporto. Lo fece sedere davanti, in auto. Mentre il sole calava e le luci della città si spegnevano alle loro spalle, Heath riuscì a mandare a Jane un messaggio: Sono in macchina. Ci fu un tratto di strada in cui sembrava che la notte inghiottisse tutto. Ogni tanto un distributore, un’insegna, un locale. Adrian cercava di mantenere viva la conversazione, come se parlare potesse abbassare la probabilità di essere eliminato. Quando arrivarono vicino all’ingresso dell’aeroporto, l’auto rallentò. L’uomo gli disse di aprire la portiera, poi lo afferrò e lo spinse fuori. L’auto ripartì prima ancora che lui riuscisse ad afferrare bene la borsa.

Heath aveva con sé il passaporto e il portafoglio, anche se mancavano seicento dollari in contanti che aveva all’inizio del viaggio. Considerando tutto, dice, fu quasi un miracolo. Corse dentro l’aeroporto e chiese al primo banco il prossimo volo per l’Europa. C’era un volo per Madrid a breve. Comprò il biglietto senza chiedere il prezzo e si lanciò ai controlli, voltandosi continuamente, incapace di capire dove potesse sentirsi al sicuro.

Videochiamò Jane dal gate. Lei racconta che vederlo in quel momento fu uno shock. Sembrava devastato. Poi il cielo si aprì con un temporale violento. Heath guardò fuori e si ritrovò a pregare affinché l’aereo partisse. E alla fine partì.

Ritorno a casa e dopo, il lungo dopoguerra

In tutto, Heath rimase circa ventiquattro ore in quell’appartamento. Riuscì a ripartire il martedì sera e, il giorno dopo, era di nuovo negli Stati Uniti, nell’area di Minneapolis. Jane e l’FBI lo attendevano all’arrivo. Nelle quattro settimane successive, l’FBI garantì protezione alla famiglia.

Heath usa una parola che, detta così, sembra quasi sbagliata: fortuna. Ma la ripete. Dice di essere stato fortunato. Anche gli agenti gli dissero la stessa cosa, che era rientrato a casa per un soffio. Dopo il rientro avvisò la League Managers Association, convinto che la sua esperienza dovesse servire a costruire una barriera in più. Un protocollo, un passaggio di verifica, un modo per controllare offerte e colloqui attraverso canali ufficiali e federazioni. L’associazione confermò di essere al corrente dell’indagine britannica, senza aggiungere dettagli.

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