Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni.
Soriano lo scriveva pensando all’altalena eterna delle domeniche. A Firenze oggi quelle parole fanno più paura che nostalgia.
Perché la Fiorentina non è solo in difficoltà. È ultima. E quando sei ultimo, il lessico cambia. Non si parla più di progetti, di crescita, di orizzonti europei. Si parla di sopravvivenza. Si parla di retrocessione. Una parola che a Firenze evoca fantasmi, umiliazioni mai davvero digerite.
La frustrazione dei tifosi nasce tutta da qui. Non tanto dalle sconfitte, ma dalla sensazione di essere scivolati in basso senza che nessuno abbia tirato il freno. Una squadra che doveva consolidarsi, che doveva fare il salto, che doveva finalmente smettere di vivacchiare, si ritrova a guardare tutti dall’ultimo gradino. E la classifica, quella non mente mai. È brutale, impietosa, definitiva.
Il clima è pesante. Lo stadio è teso. La città è stanca. Non c’è più rabbia esplosiva, c’è qualcosa di peggio. C’è l’inquietudine di chi sente il terreno cedere sotto i piedi. E in mezzo a tutto questo, il silenzio del presidente Commisso diventa insopportabile. Non una parola, non una presa di posizione, non un segnale. Come se la Fiorentina non fosse ultima. Come se il rischio più grande non fosse davanti agli occhi di tutti.
Ma quando una squadra è ultima, il silenzio non è prudenza. È irresponsabilità. Perché essere ultimi significa avere bisogno di una guida, di qualcuno che dica che la situazione è grave ma non disperata. Firenze non chiede miracoli, chiede presenza. Chiede che chi comanda si assuma il peso della classifica, invece di farlo ricadere solo su chi va in campo.
E proprio perché la Fiorentina è ultima, oggi più che mai serve stare accanto alla squadra. Non per indulgenza, ma per necessità. Perché la retrocessione non si combatte con i mugugni isolati, ma con una compattezza feroce. I giocatori hanno le loro colpe, nessuno lo nega. Ma sono anche gli unici che possono evitare il disastro. E lasciarli soli adesso sarebbe il modo più rapido per scivolare giù.
Sostenere la Fiorentina oggi non significa accettare tutto. Significa capire che il tempo delle analisi verrà dopo, se ci sarà un dopo. Adesso conta una sola cosa. Restare in piedi. Restare aggrappati alla categoria. Difendere la maglia mentre tutto intorno traballa.
La storia del calcio è fatta di risate e pianti, diceva Soriano. Ma ci sono momenti in cui smetti di raccontarla e inizi a viverla sulla pelle. Questo è uno di quei momenti. E la Fiorentina, ultima e fragile, ha bisogno di tutti. Ma ha soprattutto bisogno di qualcuno, in alto, che smetta di tacere e inizi finalmente a rispondere.







