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COP30, il funerale del multilateralismo climatico

È finita la COP30. È finita come peggio non poteva, tra strette di mano diplomatiche, pacchetti linguistici sgonfiati e un comunicato finale che si sforza di sembrare risolutivo mentre si limita a prendere atto del fallimento. È da qui che bisogna partire, non dai dettagli, non dai martelletti sui testi adottati. Ma dal vuoto che questa conferenza lascia dietro di sé. Un vuoto rivestito di formule concilianti, ma che parla chiaramente: abbiamo portato a casa così poco da rasentare il nulla.

La retorica diffusa è che, almeno, si è salvato il “processo multilaterale”. Un refrain stanco, ripetuto con rassegnazione da quella parte della società civile che ogni anno tiene in piedi il sistema con idee, pressione pubblica e pazienza diplomatica. “Meglio un compromesso al ribasso che la fine del dialogo”, dicono.

Ma è una forma di autoinganno. Il multilateralismo esce da Belém non rafforzato, ma devastato. Paralizzato, cerimoniale, autoreferenziale. Sempre più simile alla caricatura che ne fa Donald Trump. Uno strumento che ha perso il potere di cambiare la realtà e ha conservato solo quello sterile di perpetuare se stesso.

A questo punto va detto chiaramente: il multilateralismo climatico è diventato parte del problema. Non funziona più. È troppo lento, troppo facile da sabotare, troppo debole per reggere l’urto di interessi petroliferi e inquinatori. Serve una riforma. Profonda e strutturale. E serve adesso.

Realismo, ma quale?

Nel palazzo delle COP si parla continuamente di realismo. Il realismo delle policy incrementali, degli equilibri geopolitici, dei vincoli economici, della diplomazia paziente. Tutto vero. Ma c’è un altro realismo che lì dentro non trova più spazio: il realismo della fisica, della termodinamica, della glaciologia, della biologia. Il realismo della scienza.

Quello per cui le COP esistono. Quello che ci dice che la soglia di 1,5 °C è ormai persa. Rimane nei documenti come un feticcio retorico, un fossile lessicale di speranze passate. Ma nessuno ci crede più. L’overshoot è stato certificato e normalizzato. E la finestra per rientrare è talmente stretta che i sistemi fisici potrebbero semplicemente chiudersela dietro alle spalle.

Questa è la chiesa da rimettere al centro del villaggio.

Il cuore politico della COP30 avrebbe dovuto essere il Global Mutirão, il pacchetto più ambizioso, costruito per includere anche ciò che inizialmente non era stato previsto. Doveva essere il luogo in cui correggere la rotta insufficiente degli NDC, le promesse climatiche dei governi che oggi ci conducono verso oltre +2,5 °C.

Ma la roadmap promessa per l’uscita dalle fonti fossili ( il vero banco di prova di questa COP) è sparita. Non solo non è stata adottata. Non è nemmeno stata menzionata nel documento finale.

Siamo andati indietro rispetto al “transitioning away” ottenuto a fatica a Dubai. Ora quel linguaggio, una volta criticato per la sua vaghezza, ci sembra addirittura coraggioso. La verità è che la linea dei Paesi produttori ha vinto, con la complicità passiva di troppi altri. Il concetto di “omertà fossile” non è più un’esagerazione polemica, è cronaca.

Ursula von der Leyen al G20 lo ha detto chiaro: “Siamo contro le emissioni, non contro i combustibili fossili”. Come dire: siamo contro le pallottole, ma non contro le armi.

Cosa ci ha lasciato la COP in cambio? Due strumenti vaghi e volontari: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5. Suonano bene, ma sono gusci vuoti. Non hanno forza vincolante, non hanno obiettivi chiari, non hanno strumenti di controllo. Sono soli meccanismi di procrastinazione.

Sulla finanza climatica, altro tema strutturale, l’unica decisione è un “work programme” per triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035, dentro i 300 miliardi decisi a Baku. Un orizzonte temporale tragicamente scollegato dall’urgenza del problema.

Anche sul fronte dell’adattamento, i risultati sono minimi. Sono stati adottati più di cinquanta indicatori per il GGA (Global Goal on Adaptation), ma tutti volontari e non condizionanti. Il tutto rimandato alla COP africana di Addis Abeba nel 2027.

E intanto, per intestarsi simbolicamente il dossier, alcuni Paesi africani hanno accettato un testo che congela il processo per due anni. La COP sta diventando una vetrina geopolitica, una fiera delle sovranità più che una sede di soluzioni comuni.

L’unico spiraglio di luce arriva dal tema della giusta transizione, con la creazione di un meccanismo ancora da strutturare, ispirato al BAM (Belém Action Mechanism) promosso dalla società civile. Ma anche qui, manca l’elemento decisivo: i fondi. E senza risorse, restano solo le intenzioni.

Infine, un’assenza clamorosa. Nessuna roadmap sulla deforestazione. In Amazzonia. Alla COP ospitata in Amazzonia. La presidenza ha preferito lanciare il Tropical Forest Forever Fund, che però ha raccolto molto meno del previsto.

Siamo realistici, la COP va rifondata

Nel suo comunicato finale, l’International Cryosphere Climate Initiative ha scritto:

Apprezziamo il riferimento alla scienza, ma senza azioni concrete, quel riferimento è privo di significato.

È esattamente ciò che possiamo dire anche noi.

La COP30 è stata annunciata come la “COP della verità”. E la verità è che il miracolo del multilateralismo climatico è finito. È fragile, sabotabile, inefficace. Se vogliamo salvare l’Accordo di Parigi, dobbiamo riformare la COP. Cambiarla radicalmente. E subito.

Continuare così significa solo prendere tempo. Che è la cosa che oggi abbiamo meno.

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