Quando il sole arriva a mezzogiorno nella piazza del villaggio, Dong Tongzhou esce di casa e resta fermo sotto la luce per scaldarsi. La temperatura segna circa -2 gradi. Dong ha 68 anni e indossa un cappotto nero ormai logoro. Il riscaldamento di casa è spento. Accanto a lui altri abitanti del villaggio siedono su sedie pieghevoli attorno a un tavolino. Le galline girano tra i piedi dei presenti, becchettando il terreno gelato.
Fino a qualche anno fa Dong non avrebbe avuto bisogno di cercare il sole per scaldarsi. Come molti altri abitanti delle campagne della Cina settentrionale, riscaldava la sua piccola casa bruciando carbone. Era economico, facilmente reperibile e faceva parte della vita quotidiana in queste zone da generazioni. Poi è arrivata la politica del cielo blu.
La guerra di Pechino contro lo smog
Per molti anni Pechino è stata una delle città più inquinate del Pianeta. Durante l’inverno la capitale cinese era spesso avvolta da una nube grigiastra di smog che riduceva la visibilità e rendeva l’aria quasi irrespirabile. Le immagini della città scomparsa dietro una cortina di polveri sottili hanno fatto spesso il giro del mondo. Per questo nel 2017 il governo centrale ha lanciato una campagna ambientale ambiziosa, soprannominata “La guerra per il cielo blu” per combattere l’inquinamento atmosferico estremo.
Una delle misure più radicali è stata il divieto di bruciare carbone per il riscaldamento domestico nelle province intorno a Pechino, soprattutto nell’Hebei, la regione che circonda la capitale e che per anni è stata uno dei principali centri industriali del Paese. Milioni di famiglie rurali sono state “incoraggiate” a sostituire le vecchie stufe a carbone con sistemi a gas naturale, considerato più pulito.
Il gas costa troppo
Il problema è che il gas costa molto di più. In media, riscaldare anche solo una stanza durante l’inverno può arrivare a costare circa 1.000 yuan, poco più di 125 euro. Una cifra che pesa enormemente se si pensa che la pensione media si aggira intorno agli 800 yuan al mese.
Quando il divieto di usare il carbone è stato introdotto, molti abitanti avevano accettato il cambiamento anche grazie agli incentivi pubblici. Negli ultimi anni, però, quei sussidi sono stati progressivamente ridotti o eliminati. Il risultato è che per molte famiglie il nuovo sistema di riscaldamento è diventato difficile da sostenere. Sui social cinesi hanno iniziato a circolare numerose testimonianze, provenienti dai villaggi della regione, di persone costrette a passare l’inverno sotto strati di coperte, oppure a cercare un po’ di calore esponendosi al sole durante il giorno, proprio come fa Dong. Qualcuno ha iniziato perfino a bruciare legna di nascosto, nonostante anche questo sia vietato.
Alcuni commentatori hanno chiesto al governo di reintrodurre i sussidi o, almeno, di allentare il divieto sull’uso del carbone, ma i progressi ambientali ottenuti dalla capitale sono ormai diventati un simbolo politico troppo importante. Per questo molti di quei dibattiti sono stati rapidamente censurati.
Crisi energetica e fine dei sussidi
Dal punto di vista delle autorità di Pechino, la campagna è stata un successo quasi spettacolare. Secondo i dati ufficiali, nel 2025 la capitale ha registrato soltanto un giorno di forte inquinamento atmosferico, mentre nel 2013 giornate simili erano decine. Anche la concentrazione delle polveri sottili è crollata, con una riduzione superiore al novanta per cento.
Per i funzionari del governo questi numeri rappresentano la dimostrazione più evidente dell’efficacia della politica ambientale cinese. Eppure, come osserva l’analista della Trivium China, Cosimo Ries, si è trattato di una “politica ambientale autoritaria e dall’alto verso il basso” in cui la priorità assoluta era migliorare l’aria della capitale. Il problema è che, spesso, a pagarne il prezzo è la provincia dell’Hebei, la grande cintura industriale che circonda Pechino.
Ma negli ultimi anni questo sistema ha iniziato a mostrare alcune fragilità. Nel 2023 il mercato globale dell’energia è stato scosso dalla guerra in Ucraina, che ha fatto salire i prezzi del gas in tutto il mondo. In Hebei le compagnie energetiche hanno reagito privilegiando i clienti industriali, molto più redditizi, mentre le forniture domestiche sono state progressivamente ridotte.
Per evitare una vera e propria crisi di approvvigionamento, il governo ha deciso di allentare i controlli sui prezzi del gas. In questo modo le aziende hanno potuto trasferire l’aumento dei costi direttamente sui consumatori. Contemporaneamente molte amministrazioni locali, già appesantite da debiti crescenti e da un’economia in rallentamento, hanno iniziato a ridurre o cancellare i sussidi. Il risultato è stato un doppio colpo per le famiglie con il gas sempre più caro e gli aiuti pubblici sempre più scarsi.
Chi paga davvero
Paradossalmente, nelle aree rurali l’energia può risultare persino più cara che nelle grandi città. Diversi rapporti dei media cinesi indicano che nell’Hebei il prezzo del gas può essere dal 10 al 20 per cento più alto rispetto a quello pagato a Pechino o a Tianjin. A complicare ulteriormente la situazione c’è la distribuzione dei sussidi, che spesso segue logiche poco trasparenti e finisce per essere profondamente diseguale.
In alcune province, per esempio, i funzionari pubblici in pensione ricevono contributi che possono arrivare fino a tredici volte quelli destinati agli abitanti rurali a basso reddito. Fino a pochi anni fa il governo copriva quasi metà della spesa. Quest’anno, invece, Dong ha ricevuto appena 480 yuan, meno di 60 euro.
Il futuro potrebbe essere elettrico
Molti esperti ritengono che la vera soluzione, nel lungo periodo, non sarà il gas naturale ma l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili. La Cina è già il principale produttore mondiale di energia solare ed eolica e, con il progressivo calo dei costi dell’elettricità, tecnologie come le pompe di calore potrebbero un giorno sostituire sia il carbone sia il gas nei sistemi di riscaldamento domestico. Il problema, però, è il costo iniziale.
Installare una pompa di calore può superare i 2 mila euro, una cifra proibitiva per molti abitanti dei villaggi, che richiede anni per essere ammortizzato e, per famiglie che già faticano a pagare le bollette, resta semplicemente fuori portata.
La Cina è riuscita a migliorare in modo spettacolare la qualità dell’aria della sua capitale. In poco più di un decennio Pechino è passata dalle giornate di smog quasi permanente a cieli molto più limpidi. Ma questo successo ambientale ha avuto anche un costo sociale che non tutti riescono a sostenere. Il cielo sopra Pechino oggi appare più azzurro. In molti villaggi della campagna circostante, però, quando arriva l’inverno il problema non è più lo smog, ma il freddo.







