La scissione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) nel 1903 non fu un incidente di percorso né una lite di corridoio. Fu l’emersione di due modi incompatibili di pensare l’organizzazione, la rivoluzione e lo Stato. Da un lato Julius Martov e i menscevichi, fautori di un partito ampio, radicato e inclusivo, con un’evoluzione politica graduale; dall’altro Vladimir Lenin e i bolscevichi, convinti che solo un’avanguardia ristretta di professionisti rivoluzionari potesse tenere insieme disciplina, clandestinità e direzione strategica.
Quando durante il II congresso del POSDR nell’estate del 1903 si votò sul semplice articolo dello statuto che definiva chi potesse essere “membro del partito”, la differenza si fece abisso. Lenin ebbe la maggioranza temporanea, e i suoi si autoproclamarono bol’shinstvo (“maggioranza”); gli altri, per opposizione, men’shinstvo (“minoranza”).
«Non serve un circolo di discussione», scriveva Lenin in Che fare?, «serve un’organizzazione di rivoluzionari di professione».
Sul piano strategico la distanza si fece abisso. I menscevichi, nella scia di Plekhanov e di una lettura “ortodossa” di Marx, ritenevano necessaria una rivoluzione borghese preliminare: rovesciare l’autocrazia, allargare le libertà, sviluppare l’industria, rafforzare le organizzazioni operaie, e solo dopo passare alla rivoluzione proletaria. In mezzo, pressione permanente “dal basso” tramite soviet, sindacati, cooperative e municipi.
Meglio dunque collaborare, almeno in un primo momento, con i liberali per rovesciare lo zarismo, e soltanto dopo preparare la seconda fase, quella socialista.
I bolscevichi, al contrario, non avevano pazienza per le due tappe: Lenin riteneva che la borghesia russa fosse troppo compromessa con il potere per guidare una rivoluzione vera, meglio puntare a una transizione rapida con i soviet al centro del potere. In questa direzione si mosse anche Lev Trotsky, che teorizzò la rivoluzione “permanente”, cioè lo slittamento in continuità dei due momenti.
«Chi se non il proletariato?» – si domandava Lenin – «Chi, se non gli operai organizzati nei soviet, può guidare la storia verso il socialismo?».
Le differenze non furono solo teoriche. Lenin costruì con tenacia un apparato efficace: stampa, finanze, quadri. Nel 1912 la Pravda divenne l’organo legale del partito in Russia, più volte chiuso e risorto sotto altri nomi, fino a diventare, dal 1918, la voce ufficiale del potere sovietico. L’uso intelligente della stampa, degli slogan semplici e della propaganda di fabbrica diede ai bolscevichi una penetrazione superiore nelle città.
La questione del finanziamento della rivoluzione passò anche per sentieri opachi. Le casse del partito erano costantemente in rosso, e la sopravvivenza dei comitati clandestini in Svizzera, Germania e Georgia dipendeva da espedienti, donazioni di simpatizzanti e, talvolta, da operazioni al limite della legalità. La più celebre fu l’“espropriazione di Tiflis” del 1907: un assalto spettacolare a un convoglio della Banca di Stato, in pieno giorno, nella piazza Erivansky di quella che oggi è Tbilisi.
In pochi minuti, bombe e colpi di revolver lasciarono decine di morti. Il bottino – oltre 300mila rubli, trasportati su carrozze blindate – divenne leggenda nei circoli rivoluzionari, un misto di eroismo e scandalo.
Le responsabilità precise restano ancora oggetto di disputa, ma molti storici concordano nel ritenere che dietro l’operazione ci fosse una cellula bolscevica del Caucaso, collegata al circuito organizzativo di Lenin. Tra i protagonisti figurava un giovane militante georgiano noto allora solo con il nome di Koba; si chiamava Iosif Džugašvili, e sarebbe passato alla storia come Stalin.
L’“esproprio” segnò un punto di non ritorno. Per Lenin, che ne approvò il principio ma prese le distanze dal massacro, fu la dimostrazione che la rivoluzione poteva – e doveva – sporcarsi le mani. Per i menscevichi, invece, quell’episodio rivelava la deriva moralmente pericolosa dei bolscevichi, pronti a trasformare la politica in un mestiere di cospiratori. Come avrebbe scritto più tardi il menscevico Fyodor Dan:
Dove i bolscevichi vedevano il coraggio dell’azione, noi vedevamo l’inizio della tirannide.
Dopo anni di accuse reciproche e congressi paralleli, la Conferenza di Praga del gennaio 1912 sancì ciò che nei fatti era già accaduto: la separazione definitiva tra menscevichi e bolscevichi. Lenin approfittò dell’assenza di molti delegati per far approvare la linea più dura, quella che prevedeva l’espulsione dei cosiddetti liquidatori, ossia coloro che, secondo lui, volevano “sciogliere” il partito nella legalità borghese e rinunciare alla clandestinità rivoluzionaria.
Fu un passaggio cruciale, perché da quel momento il POSDR smise di essere un unico movimento per creare due partiti di fatto distinti: da un lato i bolscevichi, con una struttura centralizzata, una stampa militante e una rete internazionale di comitati; dall’altro i menscevichi, più aperti, ma sempre più marginali nelle fabbriche e nei soviet.
Lenin ne uscì vincitore. Aveva trasformato una fazione in un’organizzazione autonoma, con regole, fondi, gerarchie e un giornale che sarebbe diventato il suo strumento più potente. Quella di Praga fu, per molti versi, la vera nascita del partito bolscevico come macchina politica moderna: chiusa, efficiente, disciplinata, capace di sopravvivere all’esilio e prepararsi a tornare in patria con l’ordine di costruire una nuova Russia.

Quando nel luglio del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, la frattura interna alla sinistra russa divenne insanabile. Il conflitto travolse partiti, alleanze e ideali. Molti socialisti europei, a cominciare dai tedeschi della SPD, votarono i crediti di guerra nei rispettivi parlamenti, sostenendo di dover “difendere la patria”. In Russia, anche una parte dei menscevichi si schierò con questa linea, invocando una guerra “difensiva” contro l’imperialismo tedesco.
Lenin, in esilio a Zurigo, reagì con furia. Chiamò i compagni a trasformare la guerra imperialista in guerra civile, a usare la crisi del capitalismo per rovesciare i governi che l’avevano scatenata. In un’Europa che si lacerava nelle trincee, le sue parole sembravano follia. Ma nella sua logica, la catastrofe era una condizione necessaria. Scrisse:
La guerra è la levatrice della rivoluzione.
Nel frattempo, il Paese scivolava nel disastro. L’esercito zarista, male equipaggiato, subì sconfitte devastanti; le città erano allo stremo, il pane mancava, le fabbriche chiudevano. Nel febbraio del 1917, Pietrogrado esplose. Le manifestazioni per il pane si trasformarono in scioperi, poi in insurrezione. I soldati si rifiutarono di sparare. Lo zar Nicola II abdicò.
Quando nel luglio del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, la frattura interna alla sinistra russa divenne insanabile. Il conflitto travolse partiti, alleanze e ideali: molti socialisti europei, a cominciare dai tedeschi della SPD, votarono i crediti di guerra nei rispettivi parlamenti, sostenendo di dover “difendere la patria”. In Russia, anche una parte dei menscevichi si schierò con questa linea, invocando una guerra “difensiva” contro l’imperialismo tedesco.
Lenin, in esilio a Zurigo, reagì con furia. Chiamò i compagni a trasformare la guerra imperialista in guerra civile, a usare la crisi del capitalismo per rovesciare i governi che l’avevano scatenata. In un’Europa che si lacerava nelle trincee, le sue parole sembravano follia. Ma nella sua logica, la catastrofe era una condizione necessaria: “La guerra”, scrisse, “è la levatrice della rivoluzione.”
Nel frattempo, il paese scivolava nel disastro. L’esercito zarista, male equipaggiato, subì sconfitte devastanti; le città erano allo stremo, il pane mancava, le fabbriche chiudevano. Nel febbraio del 1917, Pietrogrado esplose. Le manifestazioni per il pane si trasformarono in scioperi, poi in insurrezione. I soldati si rifiutarono di sparare. Lo zar Nicola II abdicò.
La Rivoluzione di febbraio sembrò aprire una nuova era. Nacque un Governo provvisorio, guidato da liberali e socialisti moderati, e un sistema di potere duale con i soviet dei lavoratori e dei soldati. I menscevichi vi entrarono con entusiasmo. Per loro era il compimento della “rivoluzione borghese” teorizzata da Martov. Lenin, invece, vide subito il pericolo.
Dalla Svizzera, organizzò il suo ritorno in patria con l’aiuto dei tedeschi, che speravano di destabilizzare la Russia portando dentro i suoi confini la rivoluzione. Il treno piombato che attraversò la Germania nella primavera del 1917 è una delle immagini più potenti del Novecento. Quando scese alla stazione di Finlandia, a Pietrogrado, il 3 aprile, la folla lo accolse come un profeta.
Il giorno dopo pronunciò le Tesi di aprile, un manifesto radicale che chiedeva “tutto il potere ai soviet”, la fine immediata della guerra, la nazionalizzazione della terra e delle banche. Era un programma estremo, ma semplice, concreto, diretto ai bisogni della gente. “Pane, pace, terra”: in tre parole, Lenin aveva sintetizzato la promessa bolscevica.
Nel caos del 1917, quelle parole suonarono come l’unico ordine possibile. Mentre il Governo provvisorio di Kerenskij si logorava tra esitazioni e compromessi, i bolscevichi guadagnavano terreno nei soviet e nelle fabbriche. In ottobre, quando il colpo di mano partì dal Palazzo d’Inverno, non ci fu una vera guerra civile, almeno non ancora; fu un passaggio quasi inevitabile, il momento in cui la disciplina di partito, costruita negli anni dell’esilio, trovò la sua ragione d’essere.
Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917 (secondo il calendario giuliano allora in uso), i bolscevichi passarono dalle parole ai fatti. Sotto la direzione di Lev Trotsky, presidente del Soviet di Pietrogrado e mente organizzativa della rivolta, gruppi armati di marinai, guardie rosse e soldati presero d’assalto i punti nevralgici della città: il telegrafo, le centrali elettriche, i ponti, la Banca di Stato. Il Palazzo d’Inverno, sede del Governo provvisorio, cadde quasi senza resistenza.
La rivoluzione bolscevica non fu un’epopea di barricate, ma una presa di potere silenziosa e chirurgica, eseguita con la precisione di un colpo militare e la determinazione di chi sapeva di avere la Storia dalla propria parte. Lenin, rientrato a Pietrogrado travestito, proclamò la nascita del Governo dei Lavoratori e dei Contadini. Non era un regime parlamentare né una dittatura personale, ma qualcosa di inedito: il primo esperimento di potere fondato su un partito unico, che si dichiarava al servizio delle masse ma ne temeva l’anarchia.
Per i menscevichi, fu la fine. Avevano sostenuto il Governo provvisorio in nome della “rivoluzione borghese”, credendo che il tempo del socialismo sarebbe arrivato più tardi, gradualmente. Ma la realtà li travolse. Quando protestarono contro il bombardamento del Palazzo d’Inverno e abbandonarono il Soviet di Pietrogrado, Trotsky li liquidò con una frase destinata a entrare nella storia:
Andate dove dovete stare: nella pattumiera della Storia.
Da quel momento la rivoluzione non avrebbe più avuto spazio per il dissenso interno. Lenin, pragmatico e inflessibile, sciolse l’Assemblea Costituente pochi giorni dopo le elezioni di gennaio 1918, quando i bolscevichi ottennero solo un quarto dei voti. Il potere divenne totale.
Seguì la guerra civile, una delle più violente del secolo, che devastò la Russia tra il 1918 e il 1921. Da una parte, l’Armata Rossa guidata da Trotsky; dall’altra, un mosaico di nemici: monarchici, repubblicani, socialisti moderati, potenze straniere sbarcate nei porti del Nord. Nelle campagne, i contadini affamati si ribellavano alle requisizioni forzate del grano; nelle città, la fame e il freddo decimavano la popolazione.
I menscevichi, pur schierandosi contro la restaurazione zarista, non riuscirono a sopravvivere alla logica implacabile del nuovo potere. Banditi, incarcerati o costretti all’esilio, finirono per osservare da lontano il trionfo dei loro rivali. Nel marzo 1918, Lenin ribattezzò ufficialmente il partito come Partito Comunista Russo (bolscevico). Il socialismo che nacque non fu quello immaginato da Marx o Martov, ma una forma di autoritarismo ideologico, disciplinato, totalizzante.
Là dove i menscevichi avevano sognato un percorso graduale verso la democrazia socialista, i bolscevichi edificarono un sistema in cui la rivoluzione diventò istituzione permanente, una macchina pronta a divorare i propri figli.
E tuttavia, agli occhi di milioni di contadini e operai, la promessa di “pane, pace e terra” sembrava finalmente mantenuta. Era cominciata una nuova era. Non la rivoluzione che la Russia aveva sognato, ma quella che avrebbe definito il secolo.
Eppure la storia menscevica non finì senza lasciare tracce. In Georgia, fra il 1918 e il 1921, il partito socialdemocratico georgiano – di tradizione menscevica – guidò una repubblica parlamentare riconosciuta dalle potenze europee, con una costituzione attenta ai diritti e un sistema politico pluralista, finché l’Armata Rossa non impose l’annessione sovietica. È un laboratorio spesso rimosso che mostra l’altra via del socialismo russo: parlamentarismo, autonomie locali, guardia popolare, tentativi di conciliare Stato di diritto e riforme sociali.
A posteriori, entrambe le correnti continuarono a rivendicare l’eredità di Marx. I menscevichi sostennero che senza sviluppo capitalistico, libertà civili e una classe operaia ampia la rivoluzione proletaria avrebbe inevitabilmente riprodotto il dispotismo. I bolscevichi replicarono che in una Russia arretrata la borghesia non avrebbe mai condotto fino in fondo la propria “rivoluzione” e che solo un’avanguardia coesa poteva piegare l’inerzia della storia. La pratica rese il dibattito ancora più tagliente. La transizione bolscevica passò da “comunismo di guerra” a NEP, alternando centralizzazione estrema e parziali aperture di mercato, mentre il partito si stringeva in un monolite che sopravanzava gli stessi soviet in nome dell’efficacia.
Le biografie danno corpo al contrasto. Martov, internazionalista coerente, organizzò a Zimmerwald il fronte anti-guerra e morì in esilio a Berlino nel 1923. Lenin trasformò la sua teoria dell’avanguardia in architettura istituzionale, utilizzando stampa, quadri e disciplina per risolvere a favore dei bolscevichi sia la contesa nei luoghi di lavoro sia quella fra i partiti di sinistra. Nel mezzo ci sono episodi come il “treno piombato”, descritto da Churchill come l’ingresso in Russia di un “bacillo” politico, e la costruzione de La Pravda, laboratorio di pedagogia politica prima e megafono del potere poi. Sono tasselli che hanno contribuito a scolpire tanto il mito quanto la critica del leninismo.
Timeline
- 1898 – Nasce il Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR);
- 1902 – Lenin pubblica Che fare? e propone un partito di “rivoluzionari professionisti”;
- 1903 – Congresso di Londra: la spaccatura tra “maggioranza” (bolscevichi) e “minoranza” (menscevichi);
- 1905 – Rivoluzione fallita: prime esperienze di soviet;
- 1912 – I bolscevichi si organizzano come partito autonomo;
- 1917 – Due rivoluzioni: febbraio (borghese), ottobre (bolscevica);
- 1921 – Fine della guerra civile, i menscevichi in esilio;
- 1924 – Muore Lenin: il potere sovietico è ormai un partito-Stato.







