È cominciato come un dettaglio di cronaca: due giovani in una sala di lettura a Varsavia, tessere con nomi fittizi, otto volumi ottocenteschi sul tavolo, misure prese con il righello, qualche foto con il telefono. Dopo la pausa sigaretta i bibliotecari hanno trovato cinque libri scomparsi e, al loro posto, dei facsimili. Solo che il colpo polacco era l’ultimo fotogramma di un piano in movimento da mesi. Tra la primavera 2022 e l’inverno 2023 fino a 170 edizioni rare di classici russi, tra cui Pushkin, Gogol’ e Lermontov, sono evaporate dagli scaffali di Riga, Tallinn, Tartu, Vilnius, Helsinki, Praga, Lione, Parigi, Ginevra, Berlino, Monaco. Valore stimato oltre 2.5 milioni di sterline, ma il prezzo dice poco; quel che conta è la funzione simbolica degli autori presi di mira. In Russia, da due secoli, Pushkin è al tempo stesso fondazione linguistica e capitale politico, un serbatoio di “universalità nazionale” che ogni regime riformatta a proprio uso.
La trama investigativa ha scalzato l’ipotesi del collezionista solitario e del furto romantico. Arresti in Lettonia ed Estonia hanno portato a un primo nome, il georgiano Beqa Tsirekidze, ex antiquario. Nel 2024 Eurojust ha coordinato una squadra comune tra Francia, Lituania, Polonia e Svizzera, con la Georgia in appoggio. Le piste hanno rivelato un circuito elastico di complici georgiani che si muovevano a coppie, cambiando copertura e cittadinanza di comodo, a volte fingendosi rifugiati ucraini, a volte dottorandi bulgari in Democrazia nella letteratura russa. Il metodo era semplice: ordinare dai magazzini le edizioni di pregio, staccare con un coltellino le etichette magnetiche se presenti, sostituire il frontespizio con una stampa a getto d’inchiostro o infilare un blocco di pagine ottocentesche qualsiasi nella legatura originale. Niente capolavori di falsificazione, ma abbastanza per ingannare, per pochi minuti, uno sguardo non allenato.
Il racconto giudiziario ha intanto messo a fuoco figure ricorrenti. L’arresto a Bruxelles di Mikheil Zamtaradze, altro georgiano con un passaporto pieno di timbri europei e il braccio finto ingessato per nascondere fogli sottratti alla Bibliothèque nationale di Parigi, ha aggiunto nuovi tasselli. In Lituania, dove è stato condannato nel 2025, il giudice ha parlato di “gruppo organizzato” con ruoli divisi, più collaborazione che gerarchia e una punta di concorrenza interna. A Varsavia, infatti, la deposizione di una giovane complice, Ana Gogoladze, ha mostrato come bande diverse battevano gli stessi scaffali in tempi ravvicinati, sovrapponendo copie a copie, con un effetto di vertigine archivistica.
Restano però ancora troppe domande. Perché proprio Pushkin, Gogol’, Lermontov? E chi è il mandante? Le logiche di mercato convincono fino a un certo punto. Certo, le “edizioni in vita” sono feticci assoluti di ogni bibliofilo russofono, proprio perché la morte precoce (37 anni per Pushkin, 26 per Lermontov e 42 per Gogol’) cristallizza l’autore nel mito e spinge verso l’alto le curve d’asta. Prima della guerra in Ucraina, una prima di Evgenij Onegin ha superato i 500mila euro; dopo il 2022, con le case occidentali caute sulla vendita a clienti russi, l’offerta si è rarefatta e i prezzi hanno continuato a salire in circuiti alternativi. È qui che il profilo culturale scivola nel geopolitico. In patria, il canone pushkiniano è stato riarmato. Se in Russia Sergej Lavrov declama Ai calunniatori della Russia e gigantografie del poeta compaiono nei territori occupati in Ucraina, a Kyiv è in atto un processo di de-puškinizzazione. Il libro raro diventa così un oggetto di contesa identitaria, un frammento di patrimonio che alcuni considerano “da rimpatriare” e altri da difendere proprio perché segna, con tutti i suoi paradossi, la storia europea della Russia.
È inevitabile che in questa zona grigia si affacci il sospetto di una “politica ombra”. L’inchiesta finora non ha evidenziato nessuna prova di una regia statale, ma una tolleranza di un ecosistema che beneficia della chiusura informativa fra giurisdizioni in conflitto. L’assenza di cooperazione ufficiale da Mosca, la ritrosia di alcune case d’asta a fornire dettagli, il vuoto di diritto esecutivo transfrontaliero rendono improbabile il rientro degli originali nel breve termine. E, ad oggi, nessuno dei 170 volumi trafugati è tornato al proprio scaffale.
L’altra metà del problema è casa nostra. Biblioteche abituate a proteggere incunaboli e manoscritti trascurano spesso le edizioni ottocentesche, considerate “di studio”, con profili di rischio sottostimati, sensoristica non applicata per timore di danni alla carta, e sale di deposito senza supervisione costante. La prudenza filologica fa aggio sulla sicurezza, e le catene di custodia si rompono nei passaggi più banali. La risposta non può essere la serrata museale, ma un investimento tecnico puntuale: marcature non invasive, inventari fotografici di dettaglio, protocolli di prestito con tracciabilità marcata, formazione del personale alla diagnosi di falsi minimi. La frontiera, oggi, è l’archivio.
Sotto la superficie dell’inchiesta corre un filo culturale ancora più lungo. In un mondo dove la memoria è merce e il patrimonio è leva di potere, i classici non “spariscono”, ma si spostano di Stato, cambiano funzione, diventano strumenti. Il furto seriale di edizioni in vita, con la loro aura quasi reliquiaria, trasferisce valore economico a un luogo opaco e, insieme, sottrae ai lettori europei una prova materiale della lunga, contraddittoria parentela culturale con la Russia. In questo senso i facsimili grossolani sono la didascalia ironica di un’epoca che scambia autenticità con fruibilità e neutralità con disattenzione.
Il punto non è moralistico. Nessuna retata basterà finché resteranno convenienti l’asimmetria dei mercati, l’inerzia delle procedure e l’idea romantica che il furto di libri sia un peccato veniale. Servono accordi di cooperazione giudiziaria che prevedano restituzioni e accesso agli archivi commerciali, liste rosse condivise e obblighi di due diligence per le case d’asta, e un lessico pubblico capace di dire che Pushkin è patrimonio europeo non perché “nostro”, ma perché la sua circolazione ha fatto l’Europa che abitiamo. E serve, soprattutto, riconoscere che chi controlla i luoghi della memoria, anche quando sono sale di lettura con una moquette consunta, orienta ciò che una comunità può ancora ricordare. In questo, i ladri di Pushkin hanno già vinto una mano. La partita, però, non è finita. Si gioca sulla nostra capacità di trasformare la cura dei libri in una politica della cultura, all’altezza del conflitto che li coinvolge.







