Da trent’anni l’India, che cresce, costruisce e produce, riceve sempre meno sole. Non per un capriccio degli dèi, ma per un eccesso di civiltà.
Una recente ricerca, firmata da sei scienziati indiani e pubblicata su Scientific Reports, racconta in modo quasi poetico un paradosso: il progresso industriale che illumina le città sta cancellando la luce del cielo. I dati raccolti da venti stazioni meteorologiche tra il 1988 e il 2018 mostrano un declino costante delle ore di sole su quasi tutto il subcontinente. Solo il Nord-Est, più verde e meno cementificato, conserva una fragile tregua stagionale.
Gli scienziati della Banaras Hindu University, dell’Indian Institute of Tropical Meteorology e dell’India Meteorological Department riferiscono che i cali annuali più marcati si sono verificati nella regione interna settentrionale, in particolare ad Amritsar e Kolkata, nonché lungo la fascia himalayana e la costa occidentale, in particolare a Mumbai. Le nubi si fermano più a lungo, la luce filtra opaca, e il giorno sembra vivere in penombra. La causa è sociale, economica e antropica. Polveri sottili, fumi industriali e incendi agricoli hanno costruito nel tempo una cappa invisibile che trattiene calore, diffonde luce, ma ne impedisce la piena intensità.
In inverno, l’elevato inquinamento atmosferico dovuto allo smog, alle inversioni termiche e agli incendi dei raccolti nelle pianure indo-gangetiche produce aerosol (minuscole particelle solide o liquide provenienti da polvere, gas di scarico dei veicoli, incendi di raccolti e altre fonti) che persistono nell’aria abbastanza a lungo da influire sulla luce solare, sul clima e sulla salute. E nei mesi di giugno e luglio, le nubi monsoniche ricoprono gran parte dell’India, riducendo drasticamente la luce solare, nonostante i livelli di aerosol siano inferiori rispetto all’inverno.
Le nuvole si formano e restano più a lungo, senza produrre pioggia.
Ha spiegato alla BBC il geofisico Manoj Kumar Srivastava
Secondo il meteorologo Sachchida Nand Tripathi, la quantità di luce solare che raggiunge il suolo indiano è calata del 13% a causa delle particelle in sospensione, e di un ulteriore 30-40% per effetto delle nubi. È un’eclissi quotidiana che non ha bisogno della Luna. Basta l’inquinamento per spegnere la stella madre.

In un Paese che punta tutto sull’energia solare, il paradosso è evidente. Oggi quasi la metà della capacità rinnovabile indiana viene dal solare (47%), e il governo promette 500 gigawatt “verdi” entro il 2030. Ma le particelle che si accumulano nei cieli riducono l’efficienza dei pannelli tra il 12 e il 40%, sottraendo all’economia fino a 800 milioni di dollari all’anno. È come costruire un impero di specchi e scoprire che il cielo si è fatto opaco. Gli studi dimostrano inoltre che un’aria più pulita potrebbe aumentare la produzione annuale di energia solare dell’India anche di 28 terawattora di elettricità, sufficienti ad alimentare milioni di case per un anno.
E non è solo l’energia a soffrire. L’agricoltura paga un prezzo altissimo. Nelle regioni più inquinate la resa di riso e grano è diminuita fino al 50%. Le piante crescono più deboli, le stagioni perdono regolarità, e il ciclo millenario della fertilità si inceppa. La luce, che un tempo significava vita, è diventata una risorsa da difendere.
Il fenomeno non è isolato. Negli anni Settanta anche l’Europa visse il proprio oscuramento; fumi industriali, carbone, centrali e automobili ridussero la quantità di luce che raggiungeva il suolo. Solo con le leggi ambientali degli anni Novanta il continente tornò a schiarirsi. Un fenomeno che gli scienziati chiamano Global brightening, il ritorno della luminosità dopo il buio artificiale.
Anche la Cina ha registrato un calo significativo delle ore di sole tra gli anni Sessanta e i Duemila, principalmente a causa dell’aumento delle emissioni di aerosol dovuto alla rapida industrializzazione.
Il mondo, nel complesso, riceve oggi più luce che quarant’anni fa. Ma l’India resta intrappolata nella sua nube. È il prezzo del progresso vissuto senza respiro, della corsa al consumo e al cemento che non lascia spazio all’aria.
Nel lessico indiano, il sole ha sempre avuto un nome sacro: Surya, il dio che guida il carro del giorno, simbolo di forza, rinascita e conoscenza. Ma oggi perfino Surya fatica a farsi strada tra i fumi. La perdita della luce è la metafora di un Paese che corre più veloce del suo cielo.
Eppure, la soluzione è già scritta nella storia di altri luoghi; dove l’aria torna pulita, il sole torna a splendere.
L’India, che ha fatto del rinnovabile la sua nuova bandiera, dovrà ora riscoprire un principio più antico: non basta produrre energia pulita, se il cielo in cui nasce resta sporco.







