Affrontare il cambiamento climatico non è mai stato semplice. Non si può cambiare dall’oggi al domani l’equilibrio energetico di un intero Pianeta né sostituire in fretta un’economia basata sui combustibili fossili che sostiene miliardi di persone senza scatenare tensioni politiche. Eppure oggi la sfida appare ancora più complessa.
Negli Stati Uniti, l’Agenzia per la Protezione Ambientale ha annunciato la rinuncia al suo principale strumento di regolamentazione delle emissioni, proseguendo la linea inaugurata da Donald Trump con l’attacco sistematico alle politiche verdi e persino alla scienza del clima. In Europa, l’urgenza della guerra in Ucraina ha spinto a un aumento delle spese militari, riducendo così lo spazio di bilancio per le politiche ambientali e alimentando nuove resistenze politiche. Molti elettori considerano il costo della transizione troppo alto, o ritengono che debba essere pagato da altri. Nei Paesi in via di sviluppo, storicamente responsabili di una quota molto ridotta di emissioni, cresce il risentimento verso regole percepite come imposte dall’esterno e insensibili ai bisogni immediati di energia. Intanto, le grandi aziende globali hanno abbassato i toni sul tema ambientale.
Eppure, dal punto di vista tecnico, il mondo non è mai stato così vicino alla possibilità di decarbonizzare. I costi delle energie rinnovabili crollano, l’innovazione accelera, la domanda cresce. Il vero ostacolo non è la tecnologia, ma la politica.
Molti elettori guardano ai target di “net zero” con sospetto. Non li percepiscono come un vantaggio per la loro vita quotidiana, anzi. C’è chi si sente ingannato, costretto a sostenere i costi della transizione mentre altri Paesi, come la Cina, continuano a emettere più di Europa e Stati Uniti messi insieme. Da qui nasce un senso di frustrazione, alimentato dalla convinzione che la partita sia truccata e che i sacrifici non siano distribuiti in modo equo.
Eppure, dal punto di vista scientifico, la necessità della neutralità climatica è indiscutibile: fermare il riscaldamento globale significa impedire che i gas serra continuino ad accumularsi nell’atmosfera. In altre parole, bisogna azzerare le emissioni o compensarle interamente. È anche un obiettivo politico potente, perché semplice da comunicare e misurare. Ma la realtà è che il percorso verso il “net zero” richiede tagli rapidi, profondi e dolorosi, spesso difficili da immaginare sul piano sociale e politico.
Ecco perché un traguardo percepito come irraggiungibile non otterrà mai il consenso necessario. Abbandonarlo, però, sarebbe un errore fatale. Significherebbe consegnare munizioni ai negazionisti e spegnere l’entusiasmo di chi continua a credere nella transizione ecologica. La via più realistica è trasformare i target in linee guida elastiche, capaci di mantenere l’ambizione ma adattandola al principio, caro a Bismarck, secondo cui la politica resta sempre l’arte del possibile.
Alcuni leader hanno capito che la transizione ecologica non si gioca solo sulle tecnologie, ma soprattutto sul consenso. Mark Carney, premier canadese ed economista raffinato, lo sa bene: la carbon tax è lo strumento più lineare per ridurre le emissioni, ma è anche la più indigesta per gli elettori. Non sorprende che abbia ridimensionato la riforma, togliendo le parti che colpivano direttamente i cittadini.
Molti governi, invece, hanno scelto la scorciatoia dei sussidi, incentivando le tecnologie pulite anziché penalizzare i combustibili fossili. È una soluzione comoda, che consente di dire “stiamo facendo qualcosa” senza affrontare lo scontro aperto con le lobby e senza sfidare l’opinione pubblica. Una soluzione che distorce i mercati, costa di più di una tassa diretta, ma ha comunque prodotto risultati: il prezzo di pannelli solari, turbine e batterie è crollato, innescando un ciclo virtuoso che il mercato continuerà ad alimentare da solo.
Il problema, però, è che si continua a guardare la transizione dall’alto, dimenticando la quotidianità delle persone comuni. È facile scrivere leggi che obbligano le famiglie a installare pompe di calore; è meno facile trovare tecnici che sappiano montarle. È bello parlare di auto elettriche; meno bello scoprire che le colonnine non bastano e che i modelli accessibili sono bloccati da barriere commerciali. Alla fine, chi paga la disorganizzazione della politica non sono le élite, ma i cittadini.
E qui si nasconde il vero rischio: una transizione percepita come elitista, calata dall’alto da chi può permettersi ogni comodità. Marine Le Pen, con toni populisti ma efficaci, ha colpito nel segno quando ha denunciato che in Francia i palazzi dei potenti hanno l’aria condizionata, mentre gran parte della popolazione continua a sudare. Se la transizione ecologica diventa sinonimo di disuguaglianza, non sarà solo il clima a soffrirne, ma la democrazia stessa.
L’ostruzionismo europeo (e con Trump anche americano) sta frenando la nascita di un’industria delle rinnovabili capace di competere con la Cina, mentre la domanda crescente di energia, supportata anche dalla fame di calcolo dell’intelligenza artificiale, spinge i prezzi verso l’alto e rende l’Occidente più vulnerabile.
Eppure, non tutto è bloccato. Su tecnologie di frontiera come la geotermia avanzata o la fusione nucleare, il consenso politico resta bipartisan: un segnale che dimostra come una “politica del possibile” non solo esista, ma possa aprire scenari concreti di innovazione. È su questo terreno che va costruita una nuova narrativa: meno promesse astratte, più storie di progresso tangibile, di risparmio, di sicurezza energetica.
Gli elettori non si mobilitano davanti a un grafico sulle emissioni, ma reagiscono a ciò che tocca la loro vita quotidiana: l’aria pulita contro lo smog, la stabilità di un futuro sicuro contro l’angoscia di uno minacciato. È qui che la politica climatica deve affondare le sue radici. La “politica del possibile” può sembrare un compromesso grigio, ma è in realtà il linguaggio della speranza. E senza speranza, la transizione ecologica rischia di restare solo un enunciato, una promessa scritta sulla carta.







