Dopo quasi un quarto di secolo, Daniel Levy non è più il presidente del Tottenham Hotspur. Un annuncio che fino a poche settimane fa sembrava impensabile ha scosso l’universo calcistico inglese e diviso una tifoseria già da tempo polarizzata sul suo operato.
La decisione ufficiale parla di “dimissioni”, ma in realtà è stata una scelta voluta e orchestrata dai proprietari del club, la famiglia Lewis, che hanno affidato il nuovo ruolo di presidente non esecutivo a Peter Charrington, uomo di fiducia entrato nel board già in primavera. L’obiettivo dichiarato è chiaro: restituire competitività in campo.
L’uscita di scena di Levy è solo l’ultimo tassello di una lunga estate di rivoluzioni. In pochi mesi sono arrivati un nuovo CEO, Vinai Venkatesham, l’allenatore Thomas Frank al posto di Ange Postecoglou, esonerato paradossalmente due settimane dopo aver vinto l’Europa League, e l’addio di figure storiche come Donna-Maria Cullen, fedele alleata di Levy. Una vera e propria rifondazione manageriale che segna una cesura netta con il passato.
Tottenham Hotspur announces departure of Executive Chairman Daniel Levy.
— Tottenham Hotspur (@SpursOfficial) September 4, 2025
Entrato nel board nel dicembre 2000, Levy ha trasformato il Tottenham da club in cerca di identità a realtà globale. Il suo capolavoro è senza dubbio il nuovo stadio da 62mila posti, aperto nel 2019 e diventato simbolo architettonico, commerciale e culturale di Londra nord. Nello stesso anno gli Spurs toccavano l’apice sportivo con la finale di Champions League persa contro il Liverpool.
Eppure, questa parabola non si è mai tradotta in una bacheca piena: in 24 anni, solo due trofei, la Coppa di Lega del 2008 e l’Europa League 2025. Troppo poco per un club che si era abituato a sognare in grande.
I tifosi lo hanno accusato di mancanza di ambizione, di aver gestito con eccessiva prudenza il mercato e di aver cambiato allenatori con un ritmo ossessivo (14 in totale). Non a caso, lo scorso anno le proteste davanti allo stadio erano diventate appuntamenti fissi, tra cori e striscioni contro la sua gestione.
In una delle sue ultime interviste, a inizio agosto, Levy aveva lasciato una frase che oggi suona quasi profetica:
Quando non ci sarò più, sono sicuro che allora riceverò il giusto riconoscimento.
E qui sta il paradosso: se da un lato è stato il presidente che ha fatto crescere il fatturato, costruito infrastrutture e reso gli Spurs un marchio planetario, dall’altro è stato percepito come un freno alle ambizioni sportive. Una figura divisiva, amata e odiata, difficile da sostituire.
E adesso?
L’arrivo di Charrington e la piena fiducia a Venkatesham segnano un nuovo corso, ma anche aprono a molti interrogativi. La famiglia Lewis, che resta azionista di controllo, potrebbe in futuro valutare l’ingresso di nuovi investitori. E non è un mistero che negli ultimi anni Levy stesso abbia sondato potenziali acquirenti.
Si parla di fondi americani o capitali del Golfo, scenari che entusiasmano alcuni e spaventano altri, vista la possibilità di scivolare nel pantano dello “sportswashing” o di un modello alla Manchester United, tanto redditizio quanto osteggiato dai tifosi.
Gli Spurs, sotto Levy, sono diventati un gigante economico con ricavi da oltre mezzo miliardo di sterline e un rapporto stipendi/fatturato tra i più virtuosi della Premier League. Ma il calcio non vive solo di bilanci in ordine: i tifosi chiedono trofei, emozioni e continuità.
La sensazione è che questa sia davvero una pagina bianca. Una parte dei tifosi esulta, convinta che la fine dell’era Levy apra finalmente a un Tottenham più coraggioso. Altri, più cauti, ricordano che con lui almeno c’era stabilità e una visione chiara, seppur non sempre amata.
Forse il giudizio definitivo sul suo operato arriverà solo nei prossimi anni, quando vedremo se la nuova dirigenza saprà davvero trasformare il Tottenham in una squadra vincente o se i tifosi, tra qualche stagione, si ritroveranno a rimpiangere quell’uomo a cui hanno chiesto a lungo di farsi da parte.







