12 cavalieri tra storia e leggenda

Quando pensiamo ai cavalieri medievali, è naturale immaginarli lanciati al galoppo, con la spada levata e l’armatura che scintilla al sole. Ma la cavalleria, oltre alla guerra e ai tornei, rappresentò un vero fenomeno sociale e culturale che cambiò il volto dell’Europa tra l’XI e il XV secolo. Come sottolinea Jean Flori, essa nacque come élite militare al servizio dei signori feudali, per poi assumere progressivamente un’aura morale e religiosa. Diventare cavaliere non significava più soltanto saper combattere, ma incarnare un ideale di lealtà al proprio signore, di coraggio sul campo, di generosità verso i deboli e di difesa della fede cristiana.

La cavalleria era una vera e propria “casta guerriera”, in cui la dimensione militare si intrecciava a quella sacra. L’investitura non era un semplice passaggio di carriera; si celebrava con riti solenni, veglie d’armi in chiesa, preghiere e benedizioni che trasformavano lo scudiero in un miles Christi, un soldato di Cristo. Al tempo stesso, la cultura cavalleresca si nutriva di letteratura. I romanzi definivano modelli di comportamento, diffondevano l’ideale dell’eroe cortese e, in molti casi, influenzavano direttamente la condotta dei cavalieri in carne e ossa. Realtà e mito si specchiavano l’uno nell’altro: la cronaca diventava leggenda e la leggenda finiva per orientare la vita reale.

È proprio in questo intreccio che si collocano i dodici cavalieri più celebri, figure a metà strada tra storia e mito, che hanno incarnato – e in parte inventato – l’idea stessa di cavalleria.

San Giorgio

san giorgio

Pur non essendo stato un cavaliere medievale in senso stretto, San Giorgio divenne il patrono di tutti i cavalieri e il modello universale di cavalleria cristiana. La sua figura si ispira ad un soldato dell’esercito romano, martirizzato nel 303 d.C. a Lydda (l’attuale Lod, in Israele) per la sua fede. Da quel momento la sua storia iniziò a diffondersi fino a trasformarsi in leggenda.

Già nell’VIII secolo il culto di San Giorgio aveva raggiunto l’Europa, e nel XII secolo il suo mito era ormai consolidato. Lo si immaginava a cavallo del suo destriero bianco, Bayard, mentre affrontava il drago che terrorizzava la popolazione libica. Uccidere la creatura era l’allegoria eterna del trionfo del bene sul male, dei cristiani contro i pagani. Nel racconto, Giorgio salva anche una principessa destinata al sacrificio, e la sua liberazione diventa simbolo della difesa dell’innocenza.

Secondo alcune versioni, il santo brandiva una spada leggendaria, Ascalon, forgiata dai Ciclopi della mitologia greca, e indossava una scintillante armatura di acciaio libico. Non sorprende che la sua immagine venisse presto adottata anche dai regni europei: alla fine del XII secolo, Riccardo Cuor di Leone decise di utilizzare la croce rossa su sfondo bianco del vessillo di San Giorgio come insegna degli eserciti inglesi.

Il racconto fu ulteriormente diffuso dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, cronista italiano del XIII secolo, che rese popolare la vicenda in tutta Europa. Da allora San Giorgio rimase uno dei simboli più amati e persistenti della cavalleria. Nel 1326 in Ungheria venne persino fondata in suo onore la prima confraternita cavalleresca laica della storia.

Ancora oggi, la sua memoria è celebrata in tutto il continente. San Giorgio è patrono di Paesi – dall’Inghilterra alla Grecia, fino alla Russia – e di città come Mosca e Beirut. La sua leggenda continua ad incarnare i valori di coraggio, fede e protezione degli innocenti, i principi stessi che i cavalieri medievali avrebbero cercato di seguire per secoli.

Sir Galahad

Sir Galahad

Tra i cavalieri della Tavola Rotonda, pochi hanno incarnato l’ideale della cavalleria quanto Sir Galahad. Le leggende arturiane, sviluppatesi tra il XII e il XV secolo, offrirono al Medioevo un immaginario ricco di simboli e modelli morali, e Galahad divenne il cavaliere perfetto, l’esempio che tutti gli altri avrebbero dovuto seguire.

A differenza del padre Lancillotto – valoroso ma macchiato dal tradimento nei confronti di Artù per la sua relazione con Ginevra – Galahad rappresentava la purezza assoluta. Secondo la tradizione, la sua genealogia risaliva addirittura al re biblico Davide: sua madre era Elaine, figlia del Re Pescatore, custode del Santo Graal. Fin dalla nascita, dunque, la sua vita sembrava intrecciata al destino dell’oggetto sacro per eccellenza.

La leggenda narra che Galahad giunse un giorno a Camelot, dove dimostrò di essere l’eletto. Sedette senza danno sul Siege Perilous, il seggio magico della Tavola Rotonda che uccideva chiunque non fosse destinato a trovare il Graal. E subito dopo estrasse la spada dalla pietra, confermando la sua natura eccezionale.

Le sue armi, raccontano i testi, erano reliquie di enorme potere: la lancia che aveva trafitto il corpo di Cristo sulla croce, la spada appartenuta a re Davide e uno scudo bianco segnato da una croce tracciata con il sangue di Giuseppe d’Arimatea, il leggendario portatore del Graal in Europa.

Ma non erano solo le armi a renderlo unico. Galahad era descritto come umile, innocente, incontaminato dalle debolezze che avevano piegato altri cavalieri. Abile giostratore, sconfisse chiunque gli si opponesse – tranne il padre – e mantenne intatta la sua purezza.

Secondo le diverse versioni, Galahad giunse al castello del Re Pescatore, dove finalmente vide il Graal e ascese al cielo dopo la visione, accolto come un santo; altri lo narrano in viaggio in Terra Santa, dove avrebbe ritrovato il Graal e lo avrebbe portato con sé nella vita ultraterrena.

In ogni caso, la sua figura rimase per il Medioevo un modello irraggiungibile: il cavaliere senza macchia, l’uomo che univa valore in battaglia e perfezione spirituale.

Siegfried

Tra le grandi figure epiche del Medioevo germanico spicca Siegfried, cavaliere e principe leggendario celebrato nel Nibelungenlied, il poema composto intorno al 1200 che ancora oggi rappresenta uno dei capisaldi della letteratura europea. La sua figura è più mito che storia: un personaggio modellato su antiche saghe germaniche e nordiche, forse ispirato a un cavaliere franco del VII secolo o addirittura a un capo germanico che, secoli prima, aveva osato sfidare le legioni romane.

Come San Giorgio, anche Siegfried fu trasformato dal Medioevo in una versione cavalleresca di eroi arcaici; un guerriero purificato dal linguaggio della cavalleria, pronto a incarnare i valori cristiani e cortesi. Non a caso, anche lui affronta un drago, creatura simbolo del caos e del male. Dopo averlo ucciso, secondo la leggenda, si immerse nel suo sangue e divenne invulnerabile, tranne che in un piccolo punto sulla schiena, coperto da una foglia rimasta incollata alla pelle.

Ma il vero banco di prova non fu il drago, bensì l’amore. Il suo cuore era rivolto a Crimilde, principessa burgunda, sorella del re Gunther. Un sogno aveva avvertito la giovane che qualunque marito avrebbe avuto una morte violenta, e per questo rifiutava il matrimonio. Né le ricchezze accumulate da Siegfried né le sue vittorie contro danesi e sassoni riuscirono a convincerla.

Intanto Gunther si era invaghito della regina Brunilde, donna guerriera che accettava di sposarsi solo con chi fosse stato in grado di batterla in combattimento. Fu allora che Siegfried, grazie a un mantello magico che lo rese invisibile, combatté al posto del re e sconfisse Brunilde. Gunther poté così sposarla e, in cambio, Siegfried ottenne la mano di Crimilde. Ma l’inganno non rimase nascosto, e tempo dopo, un diverbio tra le due donne portò Crimilde a rivelare l’inganno a Brunilde.

L’orgoglio ferito scatenò una catena di rancori. Hagen, fedele di Gunther, decise di vendicare l’onore del suo re. Scoprì l’unico punto vulnerabile di Siegfried e lo uccise a tradimento durante una battuta di caccia. La tragedia, però, non si concluse lì: Crimilde, spinta dal dolore e dal desiderio di vendetta, finì per uccidere Hagen con la stessa spada del marito, chiudendo così il cerchio di sangue.

Roberto il Guiscardo, “l’Astuto”

Roberto il Guiscardo, “l’Astuto”

Tra i cavalieri realmente esistiti che hanno segnato il Medioevo europeo, Roberto il Guiscardo occupa un posto d’onore. Nato attorno al 1015, fu uno dei tanti avventurieri normanni che, partiti dal nord della Francia, si riversarono in Italia meridionale nel corso dell’XI secolo in cerca di fortuna. Ma a differenza di molti compagni, Roberto seppe trasformare ambizione e abilità militare in un vero dominio politico.

Dal 1057 iniziò la sua ascesa, combattendo contro bizantini e arabi. Nel 1059 ottenne persino il riconoscimento del papa, che lo investì formalmente come duca di Puglia, Calabria e Sicilia.

La sua tenacia si vide nell’assedio di Bari, capitale bizantina in Italia, che cadde dopo tre anni di resistenza (1071). L’anno seguente toccò a Palermo, cuore arabo della Sicilia, e nel 1076 anche Salerno entrò nei suoi domini. In meno di vent’anni, Roberto aveva plasmato un ducato che si estendeva su gran parte del Mezzogiorno, gettando le basi di quello che sarebbe diventato il Regno di Sicilia.

Il suo appetito, però, non si fermò qui. Nel 1081 conquistò Corfù e nello stesso anno sconfisse l’imperatore bizantino Alessio I Comneno a Durazzo, in Dalmazia. E tre anni dopo inflisse un duro colpo anche ai veneziani, fedeli alleati dei bizantini. Sembrava ormai proiettato verso il suo obiettivo più ambizioso: la conquista di Costantinopoli.

Il destino, però, lo fermò poco prima. Nel 1085 morì di tifo durante la spedizione, lontano dalla battaglia ma nel pieno del suo sogno imperiale.

Il soprannome di Guiscardo, dall’antico francese viscart (“astuto come una volpe”), ben descrive la sua natura: spregiudicato, abile nel colpire al momento giusto, capace di combinare forza militare e calcolo politico. Non sorprende che Dante Alighieri, due secoli più tardi, lo ricordasse nella Divina Commedia tra i grandi cavalieri del passato.

Rodrigo Díaz de Vivar, “El Cid”

Rodrigo Díaz de Vivar, “El Cid”

Pochi cavalieri medievali hanno lasciato un segno così profondo nell’immaginario europeo come Rodrigo Díaz de Vivar (1043-1099), meglio conosciuto con il soprannome di El Cid, dal termine arabo assid, “signore”.

Rodrigo si impose giovanissimo, a soli ventidue anni, come comandante delle truppe di re Ferdinando I di Castiglia e León. Ma il suo carattere indomito lo portò presto al conflitto con altri nobili, e nel 1081, dopo uno scontro con un rivale, fu esiliato. Lontano dalla sua terra, entrò al servizio del re musulmano al-Mu’tamin di Saragozza, dimostrando che la fedeltà cavalleresca poteva piegarsi alla necessità e alla convenienza.

Fu in quegli anni che Rodrigo guadagnò un altro titolo: El Campeador, “il Campione”, grazie a una serie impressionante di vittorie sia contro altri regni musulmani sia contro i cristiani. La sua abilità in battaglia superava i confini religiosi e faceva di lui un condottiero capace di muoversi con spregiudicatezza nel mosaico complesso della Penisola Iberica dell’XI secolo, divisa tra regni cristiani in continua rivalità e potenti dinastie musulmane.

Nel 1090 decise di non combattere più per altri, ma solo per sé. Conquistò Valencia, instaurando un dominio personale che, almeno formalmente, riconosceva ancora l’autorità del re Alfonso VI, ma che di fatto lo rendeva un sovrano indipendente. La città divenne il cuore del suo potere e il palcoscenico della sua leggenda.

La sua morte, nel 1099, non spense la sua forza. Anzi, la alimentò. Secondo la tradizione, El Cid aveva sognato san Pietro che gli aveva consigliato di non lasciare la sua armata senza guida. Così, quando morì, il suo corpo fu vestito con l’armatura, issato sul cavallo Bavieca e mostrato ai soldati durante un attacco nemico. La vista del loro signore ancora in sella incusse terrore agli avversari e convinse i suoi uomini a resistere. Valencia fu salva, almeno temporaneamente (pochi mesi dopo cadde comunque nelle mani degli Almoravidi).

Il suo corpo trovò sepoltura nel monastero di San Pedro de Cardeña, in Castiglia. Anche il suo cavallo, secondo la leggenda, rimase fedele fino alla fine, rifiutandosi di lasciarsi montare da chiunque altro.

La leggenda di El Cid si accrebbe rapidamente. Nel 1142 venne composto il poema epico Cantar de mio Cid, che ne fissò l’immagine di un eroe forte e leale, modello di virtù cavalleresche e di orgoglio nazionale.

Sir William Marshal, “Il più grande cavaliere mai vissuto”

Sir William Marshal

Se c’è un uomo che, più di ogni altro, ha incarnato l’ideale della cavalleria medievale, quello è Sir William Marshal (circa 1146-1219). Non a caso i cronisti e persino l’arcivescovo di Canterbury lo definirono senza esitazione “the greatest knight that ever lived”.

La sua storia iniziò in modo drammatico: a soli sei anni fu consegnato come ostaggio al re Stefano d’Inghilterra, che aveva assediato il castello della sua famiglia. Invece di morire in ostaggio, William divenne un pupillo della corte reale, entrando così nel mondo che lo avrebbe trasformato in leggenda.

Cavaliere dal 1166, si distinse nei tornei cavallereschi, il “circo” bellico del Medioevo. In quell’arena conquistò una fama senza eguali: sedici anni da imbattuto, oltre cinquecento cavalieri catturati e riscattati. Un successo che gli permise di accumulare ricchezze e prestigio, guadagnandosi il soprannome affettuoso di gaste-viande (“mangiatore di carne”).

La sua carriera politica decollò nel 1168, quando Eleonora d’Aquitania lo volle come maestro d’armi del figlio Enrico il Giovane. Servì re Enrico II e, durante le campagne del 1188-89 contro Filippo II di Francia, arrivò persino a trovarsi faccia a faccia con il principe Riccardo, futuro Cuor di Leone; avrebbe potuto ucciderlo, ma lo risparmiò, colpendo solo il cavallo.

Nel 1189 divenne conte di Pembroke, con terre e castelli in Galles. Alla partenza di Riccardo per la Crociata, William fu nominato maresciallo d’Inghilterra e membro del consiglio di reggenza. Fu tra i firmatari della Magna Carta (1215) e dopo la morte di Giovanni Senza Terra assunse persino la reggenza del giovane Enrico III.

Aveva settant’anni quando, nel 1217, guidò ancora l’esercito inglese alla vittoria nella battaglia di Lincoln, respingendo i baroni ribelli e le truppe francesi di Luigi VIII. Impresa che consacrò definitivamente la sua leggenda.

Alla sua morte, nel 1219, William chiese di essere accolto tra i Templari. Fu sepolto così nella Temple Church di Londra, luogo sacro ai cavalieri crociati, dove la sua effigie giace ancora oggi.

Riccardo I, “Cuor di Leone”

Riccardo I, “Cuor di Leone”

Passato alla storia come Cœur de Lion, “Cuor di Leone”, trascorse gran parte del suo regno lontano dall’isola che governava, impegnato in battaglie sul continente e nelle crociate, eppure la sua fama rimase intatta come simbolo di coraggio e ardimento.

La sua carriera militare iniziò già negli anni Ottanta del XII secolo, quando domò una ribellione baronale in Aquitania e conquistò il castello di Taillebourg, considerato imprendibile. Sostenuto da sua madre, l’indomita Eleonora d’Aquitania, arrivò persino a ribellarsi due volte al padre, Enrico II, in un intricato gioco di alleanze e rivalità familiari.

Il suo nome è legato soprattutto alla Terza Crociata (1189-1192), che lo vide tra i protagonisti insieme a Federico Barbarossa e a Filippo II di Francia. Riccardo dimostrò subito il suo valore, conquistando Messina nel 1190 e Cipro nel 1191 e, appena giunto in Terrasanta, riuscì in poche settimane a espugnare San Giovanni d’Acri, dopo un assedio durato mesi. Colpito dallo scorbuto, non rinunciò a guidare i suoi uomini (veniva trasportato su una barella, da cui continuava a combattere con la balestra). Nel settembre dello stesso anno sconfisse l’esercito di Saladino nella battaglia di Arsuf, una delle rare vittorie nette dei crociati contro il grande sultano.

Nonostante i successi, Gerusalemme rimase fuori dalla portata cristiana. Riccardo dovette accontentarsi della garanzia del libero accesso dei pellegrini ai luoghi santi. Era una vittoria diplomatica, ma non l’obiettivo che l’Europa intera si attendeva da lui.

Il ritorno in patria fu altrettanto movimentato. Nel 1192, sulla via del rientro, fu catturato dall’imperatore Enrico VI e tenuto prigioniero per due anni. Solo un riscatto astronomico, che dissanguò le casse del regno, gli restituì la libertà. Gli ultimi anni li trascorse in lotta contro Filippo II di Francia, nel tentativo di riaffermare il controllo inglese su vasti territori della Normandia e dell’Aquitania.

Morì nel 1199, colpito da una freccia durante l’assedio al castello di Châlus. Il suo stemma, con i tre leoni rampanti, è ancora oggi parte integrante della simbologia reale britannica.

Sir William Wallace

Sir William Wallace

Tra i cavalieri medievali che hanno segnato l’immaginario collettivo, pochi possiedono l’aura di William Wallace (circa 1270-1305), eroe nazionale scozzese e simbolo eterno della lotta per l’indipendenza. La sua vita, avvolta da leggenda e memoria popolare, si colloca in un periodo di feroci conflitti tra le Highlands e la corona inglese di Edoardo I.

Secondo la tradizione, la scintilla scoccò nel 1297 a Lanark, quando Wallace uccise lo sceriffo inglese, vendicando i soprusi subiti da sua moglie Marion. Da lì iniziò una stagione di attacchi fulminei contro i presidi inglesi, culminata nella ritirata strategica verso le montagne, dove le bande scozzesi potevano sfruttare il terreno a proprio vantaggio.

Il momento di gloria assoluta arrivò però con la battaglia di Stirling Bridge, dove, con forze molto inferiori, riuscì a bloccare l’avanzata inglese. Wallace venne probabilmente insignito della cavalleria da Robert Bruce, futuro re di Scozia, e divenne Guardian of Scotland, una sorta di reggente del governo scozzese.

Il sogno, però, durò poco. Nel 1298 l’esercito inglese, forte di cavalleria pesante e arcieri longbow, sconfisse gli scozzesi a Falkirk. Wallace riuscì a fuggire, ma la sua posizione politica ne uscì compromessa. Continuò comunque la guerriglia con incursioni nel nord dell’Inghilterra e per anni evitò la cattura, diventando un fantasma che alimentava la speranza dei suoi compatrioti e la frustrazione degli inglesi. Ma nel 1305, tradito a Glasgow, cadde nelle mani di Edoardo I. Trascinato a Londra, subì la più crudele delle condanne: impiccato, sventrato e squartato, in un’esecuzione concepita per spegnere qualsiasi spirito di ribellione.

Ma accadde il contrario. La sua morte lo trasformò in martire e in leggenda. E così la sua figura, tra storia e mito, continua ancora oggi a incarnare l’ideale della libertà contro l’oppressione.

Sir James Douglas, “Il Douglas Nero”

Sir James Douglas

Se Wallace rappresentò l’anima ribelle della Scozia, il suo erede spirituale fu Sir James Douglas (circa 1286-1330), cavaliere temuto dagli inglesi al punto da guadagnarsi il soprannome di Black Douglas. La sua carnagione scura accentuava la leggenda, ma per gli scozzesi egli fu sempre Good Sir James, il buon Douglas, simbolo di lealtà e coraggio.

La sua vicenda personale si intrecciò con le sorti della sua famiglia. Il castello dei Douglas, confiscato da Edoardo I d’Inghilterra e assegnato a un suo vassallo, divenne l’ossessione di James. Nel 1307, il giorno della Domenica delle Palme, attaccò la fortezza mentre i difensori erano a messa. La riconquistò con ferocia, decapitando i sopravvissuti e gettando i loro corpi in un grande rogo. L’episodio, rimasto nella memoria come la Dispensa di Douglas (Douglas larder), fissò la sua fama di guerriero spietato e inarrestabile.

Negli anni successivi, colpì ancora sfruttando simbolicamente le ricorrenze religiose: nel 1314 conquistò il castello di Roxburgh la notte di Martedì Grasso, sorprendendo la guarnigione intenta ai festeggiamenti. Pochi mesi dopo, appena nominato cavaliere, affiancò Robert Bruce nella battaglia di Bannockburn, la più celebre vittoria scozzese contro gli inglesi, che consacrò l’indipendenza del regno.

I cronisti gli attribuiscono più di settanta scontri vittoriosi. Tra le sue imprese più famose figura la cattura, nel 1318, di Robert Neville di Middleham, soprannominato con disprezzo dagli scozzesi “il pavone del Nord”. Nel 1327 arrivò persino a sfiorare la cattura del giovane re Edoardo III durante una delle sue scorrerie.

Nel 1330 partì per la Spagna portando con sé il cuore imbalsamato di Robert Bruce, come da giuramento fatto al suo re morente: se non aveva potuto raggiungere la Terra Santa in vita, il suo cuore almeno vi sarebbe giunto da cavaliere. Durante la spedizione, Douglas cadde combattendo contro i musulmani in Andalusia. Il cuore di Bruce tornò in Scozia e fu sepolto nell’abbazia di Melrose, mentre il nome di James Douglas entrava definitivamente nella leggenda.

Bertrand du Guesclin, “L’Aquila di Bretagna”

Nel cuore della Guerra dei Cent’anni emerse la figura di Bertrand du Guesclin (circa 1320-1380), cavaliere bretone che seppe trasformare la sua umile nascita in una carriera leggendaria. Per i contemporanei era “l’Aquila di Bretagna”, simbolo di astuzia militare e patriottismo, destinato a diventare uno dei più grandi comandanti francesi del XIV secolo.

Il suo talento apparve presto. Nel 1354, durante un’incursione inglese in Bretagna, respinse gli invasori con tale decisione da meritarsi la nomina a cavaliere. Seguirono prove di coraggio sempre più eclatanti: la difesa di Rennes nel 1357, dove resistette a lungo all’assedio, e soprattutto la vittoria a Cocherel nel 1364, contro Carlo II di Navarra, che dovette rinunciare alle sue pretese sul ducato di Borgogna. Per i suoi meriti, fu nominato connestabile di Francia, ossia comandante supremo dell’esercito, carica che mantenne per un decennio cruciale.

Du Guesclin fu il simbolo di un nuovo modo di combattere. Meno incline ai duelli cavallereschi e più attento alle strategie sul campo, seppe sfruttare con efficacia le tattiche di guerriglia, colpendo gli inglesi con imboscate, incursioni rapide e un uso sapiente del territorio. Grazie a lui la Francia riconquistò gran parte della Bretagna e vaste zone del sud-ovest, restituendo al regno un vantaggio in una guerra che sembrava interminabile.

Non mancò, comunque, il lato cavalleresco. Da giovane partecipò ai tornei, dove leggenda vuole che vinse dodici giostre consecutive da sconosciuto, sorprendendo tutti con la sua forza e abilità.

La sua carriera non fu priva di rovesci: fu catturato due volte dagli inglesi, la prima dopo la battaglia di Auray (1364) e la seconda nel 1367. In entrambi i casi venne riscattato, come era consuetudine per i grandi cavalieri del tempo, ma a cifre sempre più elevate, segno della sua importanza.

Nel 1380, dopo l’assedio vittorioso di Châteauneuf-de-Randon, fu colpito dalla dissenteria e morì poco dopo, all’apice della gloria. Il re di Francia lo onorò seppellendolo nella basilica di Saint-Denis, accanto ai sovrani, un privilegio eccezionale per un cavaliere.

La sua memoria fu affidata al poeta Cuvelier, che scrisse la Chronique de Bertrand du Guesclin, trasformandone la vita in un poema epico. E così Bertrand, nato da famiglia modesta, divenne per sempre l’immagine del cavaliere che, con astuzia e coraggio, seppe sollevare le sorti di un’intera nazione.

Edoardo di Woodstock, “Il Principe Nero”

Figlio primogenito di Edoardo III d’Inghilterra, Edoardo di Woodstock (1330-1376) fu una delle figure più brillanti e controverse della cavalleria medievale. Dal 1343 portò il titolo di Principe di Galles, ma la sua fama rimase legata soprattutto al campo di battaglia, dove divenne il terrore della nobiltà francese durante la Guerra dei Cent’anni. Il soprannome di Principe Nero, che comparve solo nel XVI secolo, deriva probabilmente dal colore scuro della sua armatura e del suo scudo, che indossava già da bambino.

La sua leggenda cominciò prestissimo. Nel 1346, ancora adolescente, combatté a Crécy al fianco del padre; le cronache lo descrivono saldo e determinato, tanto da contribuire in modo decisivo alla vittoria inglese contro un esercito francese numericamente superiore. Dieci anni più tardi, a Poitiers (1356), catturò addirittura il re di Francia, Giovanni II il Buono. L’episodio gli valse non solo gloria militare, ma anche un’aura cavalleresca, poiché trattò con rispetto il monarca prigioniero, guadagnandosi la reputazione di cavaliere generoso e leale.

Il Principe Nero divenne celebre anche per la sua largesse, la munificenza tipica dei nobili ideali. Distribuì ricchezze e titoli ai suoi comandanti, fece generose donazioni a chiese come la cattedrale di Canterbury e si guadagnò la devozione dei suoi uomini.

Nel 1348 fu tra i fondatori, insieme al padre, dell’Ordine della Giarrettiera, la confraternita cavalleresca che ancora oggi rappresenta la massima onorificenza del Regno Unito.

La sua carriera militare culminò nel 1367, quando sconfisse gli avversari a Nájera in Spagna, riuscendo persino a catturare e riscattare a caro prezzo Bertrand du Guesclin.

Ma la sorte non gli concesse di diventare re. Colpito da dissenteria, morì nel 1376, a soli 46 anni, lasciando la corona al figlio minorenne, Riccardo II. L’Inghilterra pianse non solo la sua morte, ma anche ciò che sarebbe potuto essere: un sovrano guerriero capace di portare l’Inghilterra al culmine della sua potenza.

Sir Henry Percy, “Hotspur”

Appartenente alla potente famiglia Percy del nord dell’Inghilterra, fu celebre tanto per il suo valore quanto per il suo temperamento impetuoso, che gli valse il soprannome di Hotspur (“sperone ardente”), coniato dagli scozzesi per la rapidità con cui muoveva i suoi eserciti e l’audacia dei suoi attacchi.

Nel 1377, a soli tredici anni, fu armato cavaliere da Edoardo III, e già l’anno seguente combatté al fianco del padre per riconquistare Berwick agli scozzesi. Negli anni seguenti collezionò esperienze belliche in ogni angolo d’Europa: nel 1380 fu in Irlanda, nel 1383 prese parte a una crociata in Prussia contro i lituani pagani, prima di tornare a difendere i confini scozzesi come Warden of the East March, incarico ricevuto da Riccardo II.

La sua fama raggiunse l’apice nel 1388, durante la battaglia di Otterburn, uno scontro epico rimasto nella memoria popolare, tanto che secoli dopo il poeta scozzese Robert Burns lo celebrò in versi. In quella battaglia, gli inglesi subirono una dura sconfitta e Henry fu catturato. Il riscatto venne pagato direttamente dal re e dal Parlamento, segno dell’importanza che rivestiva.

Ma la riconoscenza non era il suo punto forte. Dopo aver contribuito a portare sul trono Enrico IV, recuperando perfino il castello di Conwy in Galles e sconfiggendo gli scozzesi a Homildon Hill nel 1402, Hotspur si ribellò contro il sovrano, deluso dalla mancanza di gratitudine e di ricompense adeguate.

La rottura fu fatale. Nel 1403, a soli 39 anni, guidò i suoi uomini nella battaglia di Shrewsbury, affrontando direttamente l’esercito del re. Lì, una freccia lo colpì in bocca mentre aveva alzato la visiera, ponendo fine alla sua parabola. Enrico IV non mostrò pietà. Il corpo del ribelle fu smembrato e la sua testa esposta su una picca alle porte di York.

Hotspur rimase comunque nella memoria collettiva come il cavaliere ribelle, impetuoso e tragico, celebrato persino da Shakespeare nell’Enrico IV come simbolo di ardore giovanile e sete di gloria. La sua vita breve e bruciante è l’esempio perfetto di come, nel Medioevo, il confine tra eroe e traditore potesse dipendere solo dall’esito di una battaglia.

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