Rodrigo Moya è stato un testimone inquieto di un continente in fiamme. Se n’è andato il 30 luglio, nella sua casa di Cuernavaca, a 91 anni, lasciando un archivio di oltre quarantamila immagini che raccontano povertà, rivolte, volti celebri e momenti dimenticati della storia latinoamericana. Suo figlio Pablo ha spiegato che la causa della morte è stato un ictus, ma ciò che resta è la vita di un uomo che ha trasformato la fotografia in coscienza civile.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il Messico viveva la contraddizione tra modernizzazione e regime a partito unico, Moya percorreva le strade con due macchine fotografiche: una per i reportage ufficiali, l’altra per catturare la realtà che non poteva comparire sui giornali. Scioperi, proteste studentesche, baraccopoli, bambini scalzi: un volto del Paese che contraddiceva la propaganda dell’Institucional Revolucionario. Quelle foto finirono per decenni in scatole nascoste, giudicate “troppo scomode” per la stampa dell’epoca.
Ma Moya non si limitò a Città del Messico. Seguì i guerriglieri in Venezuela e Guatemala, documentò le piantagioni della United Fruit Company a Panama e raccontò l’invasione americana della Repubblica Dominicana nel 1965. Marxista convinto, con la sua Leica registrò l’eco della rivoluzione cubana degli uomini in divisa improvvisata con le armi rudimentali e i volti scavati dalla fatica. Uno dei suoi scatti più celebri nacque quasi per caso, all’Avana, nel 1964: Che Guevara, assorto e malinconico, ritratto con un sigaro.
Il Che che fotografai era un uomo senza maschera storica, gravato da un peso interiore.

Accanto ai ribelli, immortalò anche il firmamento culturale latinoamericano. Diego Rivera, Carlos Fuentes, Celia Cruz. E soprattutto Gabriel García Márquez, che si presentò a casa la prima volta per le foto promozionali di Cent’anni di solitudine, e la seconda con un occhio nero, dopo essere stato colpito da Mario Vargas Llosa in una lite rimasta leggendaria.

Rodrigo nacque a Medellín nel 1934, da padre messicano e madre colombiana, ma la sua vita si radicò presto a Città del Messico, dove la famiglia si trasferì nel 1937. Tentò la strada dell’ingegneria, salvo poi abbandonare l’università per lavorare in televisione. La sua vera formazione, però, avvenne tra le mura domestiche. La casa di famiglia era frequentata da artisti e intellettuali come il già citato Gabriel García Márquez e Pedro Nel Gómez, e lì conobbe il fotografo Guillermo Angulo, che gli insegnò i segreti della macchina fotografica in cambio di qualche lezione sull’uso delle telecamere. Il passaggio al giornalismo fu naturale. Prima un tirocinio, poi l’assunzione come fotografo alla rivista Impacto.
Nel 1967, lo stesso anno in cui morì Che Guevara, Moya decise di lasciare il fotogiornalismo. Era deluso dai limiti imposti dalla stampa messicana e sempre più distante dal dogmatismo dei movimenti armati che aveva seguito da vicino. Scelse un’altra strada, fondando la rivista Técnica Pesquera, dedicata al mondo della pesca, che avrebbe diretto per oltre vent’anni. Solo negli anni Novanta tornò ai suoi archivi, spinto dalla malattia che lo costrinse a fare i conti con il proprio passato. Fu allora che pubblicò Foto Insurrecta e altri volumi, conquistando un tardivo ma intenso riconoscimento internazionale. Le sue mostre viaggiarono dal Messico a New York, mentre le sue fotografie entrarono a far parte di prestigiose collezioni universitarie, da Austin a San Marcos.


Accanto alla fotografia, coltivò anche la scrittura. Pubblicò undici volumi fotografici e due raccolte di racconti, tra cui Cuentos para leer junto al mar del 1999, premiato dall’Istituto Nazionale di Belle Arti e Letteratura in Messico. Un riconoscimento che confermò il suo talento non solo come fotografo, ma anche come narratore capace di tradurre in parole la stessa tensione che attraversava le sue immagini.
La sua vita privata fu segnata da amori e perdite. Nel 1959 sposò Annunziata Rossi, docente di letteratura all’Università Nazionale Autonoma del Messico, e dal loro matrimonio nacquero tre figli, anche se due, Nicolás e Giovanna, morirono prematuramente. Dopo il divorzio, nel 1982, Moya si unì all’illustratrice Susan Flaherty, che rimase al suo fianco fino alla fine, insieme al figlio Pablo.


Fotografo rigoroso, fedele al bianco e nero, lavorava con macchine da 35 mm e medio formato, curando ogni inquadratura con precisione maniacale. Non si considerava un artista, ma un testimone. Amava definirsi “documentarista, realista, umanista e ideologicamente impegnato”, e di quell’impegno non si liberò mai.
Apparteneva a quella generazione di fotoreporter che fecero della macchina fotografica un’arma politica. Non cercava la bellezza ma la verità, e proprio per questo le sue immagini — bambini che guardano dai finestrini dei treni, pescatori che trasportano un marlin su una bicicletta, guerriglieri avvolti dalla nebbia — conservano ancora oggi una forza disturbante. Guardarle significa entrare in un’America Latina segnata da speranze e tragedie, in cui ogni scatto è un atto di resistenza.












