guerra sudan
Foto: Finbarr O’Reilly

Il conflitto più devastante del mondo

Nel cuore del continente africano, la guerra civile sudanese non è soltanto il collasso di un ordine interno, ma lo specchio di un mondo senza regole, dove il vuoto lasciato dalle grandi potenze viene riempito da mercenari, miniere d’oro e interessi esterni in competizione.

Nel marzo 2025, l’esercito sudanese ha annunciato la riconquista del palazzo presidenziale di Khartoum. Per molti è sembrato un punto di svolta. Eppure, questa vittoria simbolica delle Forze armate sudanesi (SAF) contro le Forze di supporto rapido (RSF), una potente milizia paramilitare, non segna la fine di una guerra iniziata nel 2023. Anzi, la guerra in Sudan rappresenta oggi una lente potente per osservare cosa succede quando l’ordine liberale globale si disintegra: caos e anarchia.

La guerra civile sudanese non è nata dal nulla. Dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir nel 2019, un breve esperimento di governo civile ha lasciato intravedere la possibilità di una transizione democratica. Ma già nel 2021, un colpo di Stato guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan e dal suo vice, Hemedti (Mohamed Hamdan Dagalo), ha riportato il potere nelle mani dei militari. Il fragile equilibrio tra le due anime del potere si è rotto nell’aprile 2023, quando le RSF hanno attaccato le installazioni strategiche della capitale, aprendo un conflitto che oggi devasta il Paese da Khartoum al Darfur, passando per il Kordofan e le regioni meridionali.

Nel maggio 2024, l’ex primo ministro Abdallah Hamdok aveva provato a ricompattare le forze civili sudanesi sotto un’unica bandiera, lanciando la piattaforma Taqaddum – acronimo del Coordination of Civil Democratic Forces. A questa iniziativa avevano aderito sia componenti del Sudan Revolutionary Front (SRF), nato nel 2011 contro la dittatura di al-Bashir, sia movimenti della società civile come le Forces for Freedom and Change (FFC), protagoniste della rivoluzione del 2018. Ma l’esperimento si è incrinato presto. A febbraio di quest’anno, durante un incontro a Nairobi, una parte di Taqaddum ha rotto gli equilibri interni e firmato con le RSF un’intesa per la creazione di un governo in esilio, con base nelle aree controllate da Hemedti. Questa nuova alleanza, chiamata United Civil Forces (Qimam), ha portato pochi mesi dopo alla proclamazione del “Governo di Pace e Unità” e all’annuncio di una costituzione provvisoria. Ciò che resta di Taqaddum ha preso il nome di Sumoud, dichiarando la propria neutralità rispetto alle parti in guerra. Il risultato è una geografia politica frammentata: un governo ufficiale con base a Port Sudan controlla il nord e l’est del Paese; quello parallelo, sostenuto dalle RSF, domina invece il Darfur e parte del sud e delle regioni centrali.

L’impatto è devastante. Su una popolazione che, prima dell’inizio della guerra, superava i 45 milioni di persone, 30 milioni sono identificati dalle Nazioni Unite come bisognosi di assistenza umanitaria e quasi 25 milioni sono esposti ad alti livelli di insicurezza alimentare, mentre lo stato di carestia è stato confermato in alcune zone del Darfur e delle Montagne di Nuba. In totale, quasi tredici milioni di persone sono state forzatamente sfollate, di queste, quasi quattro milioni hanno cercato rifugio nei Paesi vicini, soprattutto in Egitto (1.5 milioni), Sud Sudan (1 milione, in buona parte sudsudanesi forzati a rientrare nel Paese da cui erano in precedenza fuggiti) e Ciad (oltre 770mila). Un numero di sfollati che supera quello registrato in Ucraina e a Gaza, messe insieme. La metà della popolazione rischia la fame; le epidemie di colera e malaria si diffondono. La crisi umanitaria è aggravata dall’assenza quasi totale di strutture statali: ospedali come l’al-Nau funzionano solo grazie all’abnegazione dei medici e al supporto di movimenti di mutuo soccorso come le Emergency Response Rooms. Il resto è lasciato a gruppi armati, milizie etniche e mercenari.

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Foto: Lynsey Addario

L’intensità della violenza che devasta il Sudan si spiega anche con l’oro. Da millenni estratto dalle sue terre, oggi questo metallo prezioso è al centro di una competizione feroce, interna e internazionale. In un atlante ideale del Sudan non dovrebbero comparire solo confini e fiumi, ma anche una mappa in movimento delle miniere aurifere e delle mani, visibili e invisibili, che cercano di metterci sopra il proprio sigillo.

Nel nord del Darfur, il controllo di Hemedti sul ricchissimo giacimento di Jebel Amir ha rafforzato il suo potere all’interno delle RSF, rendendolo uno degli uomini più influenti del Sudan. I due schieramenti finanziano i propri eserciti esportando oro illegalmente, spesso eludendo le sanzioni grazie al passaggio attraverso gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2024, un’inchiesta del New York Times ha rivelato che un aereo carico di 25 milioni di dollari in oro del Darfur era pronto a decollare da Juba, diretto proprio verso gli Emirati.

Ma non sono solo le fazioni interne a contendersi il bottino. Il nuovo volto del gruppo russo Wagner (ora ribrandizzato come Africa Corps, in un richiamo non casuale all’Afrika Korps nazista) ha interessi diretti nel settore aurifero sudanese. Così come Egitto, Arabia Saudita, Qatar e altri attori regionali. Ognuno spinge denaro, armi e ideologia nel buco nero del Sudan, nella speranza di guadagnare influenza, ostacolare i propri rivali o semplicemente assicurarsi una fetta dell’oro.

Non è più il tempo del colonialismo né quello della Guerra Fredda. Siamo entrati in un’epoca senza nome, post-americana, in cui non esistono superpotenze dominanti, ma solo potenze medie che combattono guerre per procura, anche solo per non lasciare spazio al nemico.

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Foto: Lynsey Addario

Tra il 2024 e il 2025, le alleanze regionali si sono rafforzate: al-Burhan ha ottenuto droni turchi, armi iraniane e una rinnovata cooperazione militare con la Russia in cambio della promessa di una base navale a Port Sudan. Persino l’Arabia Saudita e l’Etiopia si sono avvicinate alle SAF, sebbene Addis Abeba mantenga legami anche con Hemedti. Le RSF, al contrario, hanno perso credito a livello internazionale: la loro narrazione iniziale come movimento liberatore è crollata sotto il peso delle accuse di genocidio e crimini di guerra. La devastazione del Museo nazionale di Khartoum e i massacri nel Darfur hanno indebolito la posizione di Hemedti, che continua però a ricevere armi e supporto dagli Emirati Arabi Uniti, anche attraverso il Ciad e la Libia di Haftar. Nel 2025, il Kenya ha ospitato un incontro tra alcune forze dell’opposizione e il movimento Qimam, considerato il braccio politico delle RSF, con l’obiettivo di creare un governo in esilio nei territori da loro controllati.

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Foto: Lynsey Addario

Fino a pochi anni fa, il Sudan era oggetto anche dell’interesse umanitario americano ed europeo. Dalla metà degli anni Ottanta al 2011, gli Stati Uniti hanno sostenuto la pace tra nord e sud, promosso l’indipendenza del Sud Sudan, fornito fondi, mediazione e leadership. Ma oggi, Washington è assente. Con la prima amministrazione Trump, l’idea della “responsabilità di proteggere” è stata subito archiviata, e con essa, anche il fragile impegno internazionale. L’entusiasmo per la rivoluzione democratica del 2019 non ha mai davvero attecchito negli USA. Più che sostenere il tentativo sudanese di costruire un nuovo ordine politico, l’allora Dipartimento di Stato era interessato a un obiettivo molto più pragmatico: portare il Sudan a firmare gli Accordi di Abramo e a riconoscere Israele. Il governo civile sudanese accettò, nel gennaio 2021, in cambio della rimozione del Paese dalla lista nera degli sponsor del terrorismo; e come parte dell’accordo, furono promessi fondi per sostenere la transizione, ma il colpo di Stato dell’ottobre seguente congelò tutto.

Con l’arrivo di Biden, lo sguardo americano si spostò rapidamente altrove: prima l’Afghanistan, poi l’Ucraina, quindi Gaza. Il Sudan scomparve dal radar. Dopo il golpe, i diplomatici statunitensi – in tandem con britannici, sauditi, emiratini e l’ONU – tentarono di riportare in vita l’accordo del 2019 per la condivisione del potere, ma le trattative non furono mai prese sul serio né ebbero il peso politico di una mediazione “alla Camp David”. Quando iniziarono a circolare le prime notizie su movimenti sospetti delle RSF intorno a Khartoum, le potenze occidentali rimasero a guardare.

Da quel momento, la diplomazia americana si è ritirata. Con un’unica eccezione. Nel febbraio 2024, l’amministrazione Biden nominò Tom Perriello, come inviato speciale per il Sudan. Privo di un vero sostegno politico e costretto dalle misure di sicurezza a una permanenza di appena 24 ore a Port Sudan, lanciò un nuovo formato di colloqui settimanali. Otto mesi dopo la rielezione di Trump, nessun nuovo inviato è stato nominato. E la casella dedicata all’Africa, nell’organigramma della nuova amministrazione, è rimasta vuota.

Anche il ruolo dell’ONU e dei suoi ideali fondativi si è progressivamente svuotato. Le potenze emergenti come Russia e Cina sono diventate più ricche, e con loro una rete di alleati che va da Cuba allo Zimbabwe fino all’Azerbaigian ha iniziato a ridicolizzare e smantellare il linguaggio dei diritti umani. Come del resto, ha fatto anche l’ala più estrema del Partito Repubblicano statunitense, quella legata a Trump. I mediatori indipendenti delle Nazioni Unite hanno perso peso. L’invasione russa dell’Ucraina ha segnato la rottura definitiva: per la prima volta dalla Guerra Fredda, un membro permanente del Consiglio si è trovato in rotta aperta con gli altri, paralizzando ogni iniziativa.

In Sudan, dopo la rivoluzione del 2019, l’ONU impiegò oltre un anno per nominare un rappresentante speciale: solo nel gennaio 2021, António Guterres incaricò Volker Perthes di guidare la Missione Integrata di Assistenza alla Transizione. Ma quando, nell’ottobre dello stesso anno, il golpe militare pose fine al governo civile, Perthes si ritrovò senza alcuna “transizione” da assistere. Provò comunque a mediare, parlando con entrambe le parti. Ma proprio questa imparzialità gli valse l’ostilità dei militari sudanesi, che lo espulsero accusandolo di schierarsi con i nemici.

Da allora, i rapporti tra l’ONU e il Sudan sono rimasti freddi. Guterres rilascia di tanto in tanto dichiarazioni di principio – “Dobbiamo fare di più, e farlo subito” – ma non ha mai messo piede nel Paese. Il suo nuovo inviato è già accusato di faziosità, giacché l’ONU, nei fatti, tratta le SAF come l’unico governo legittimo.

Sul campo, lo staff delle Nazioni Unite denuncia continui ostacoli burocratici, imposti da entrambi gli schieramenti, che intralciano la distribuzione degli aiuti. In un duro intervento al Consiglio di Sicurezza, Christopher Lockyear, direttore di Medici Senza Frontiere, ha denunciato come l’accesso umanitario sia “estremamente e, in certi casi, deliberatamente complicato”, sottolineando che sia le SAF che le RSF stanno usando gli aiuti come strumenti di legittimazione politica. Un ex diplomatico ONU è stato ancora più netto:

L’esercito sudanese sta usando la fame come arma di guerra.

Eppure, queste denunce sembrano cadere nel vuoto. Gibril Ibrahim, ministro delle finanze del governo militare, ha liquidato la comunità internazionale come irrilevante, sostenendo che solo i Paesi del Golfo stanno davvero aiutando le vittime del conflitto. Si tratta di una falsità, giacché fino al 2023, milioni di dollari di aiuti americani continuavano ad arrivare. Ma il messaggio era chiaro: agli occhi dei leader sudanesi, indipendentemente dal loro schieramento, gli Stati Uniti, l’ONU, il diritto internazionale e persino la nozione stessa di aiuto umanitario non contano più nulla.

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Foto: Lynsey Addario

Quella sudanese non è solo una guerra africana. È un archetipo. Un Paese abbandonato dalle istituzioni internazionali, dove le logiche della guerra fredda non valgono più e dove nessuna potenza globale ha la volontà di imporsi come garante di pace. Il Sudan è diventato il simbolo del “post-ordine”, dove medie potenze regionali usano i conflitti per ridefinire le proprie sfere di influenza. Come Siria, Yemen e Libia prima di lui, il Sudan mostra cosa succede quando l’anarchia geopolitica sostituisce il diritto internazionale.

Eppure, non tutto è perduto. In mezzo alle rovine, giovani medici, ingegneri, insegnanti, attivisti come Momen wd Zaineb, organizzano cucine comunitarie, raccolgono fondi online, curano feriti, salvano bambini. Non lo fanno per volere delle potenze occidentali, ma per vocazione. In una realtà dove tutto è stato distrutto, costruire è una forma di resistenza. Wd Zaineb non è un medico, ma per migliaia di sudanesi è diventato un punto di riferimento insostituibile. Su Facebook, dove conta oltre 125mila follower, raccoglie fondi per acquistare farmaci e sostenerne la distribuzione.

Zaineb ha passato gran parte della sua vita a nascondersi. Prima dal regime di Bashir, poi dalla giunta militare salita al potere dopo il golpe. Ma il giorno stesso in cui è scoppiata la guerra, ha lasciato il suo rifugio per raggiungere l’ospedale al-Nau, nel cuore della zona di conflitto, e aiutare i feriti. Insieme a decine, poi centinaia di altri attivisti, da entrambi i lati del fronte, ha dato vita alle Emergency Response Rooms (ERR), inizialmente finanziate dalla diaspora sudanese. Le ERR hanno organizzato cucine comuni, fornito assistenza medica, raccolto fondi attraverso piattaforme internazionali e distribuito aiuti in tutto il Paese.

Questa indipendenza ha attirato l’ostilità sia delle RSF che delle SAF, che hanno represso i volontari dell’ERR. Anche le autorità ospedaliere guardano Zaineb con diffidenza: non ha un titolo medico, e i farmaci che distribuisce potrebbero interagire tra loro in modo pericoloso. Eppure lo tollerano, forse perché, nonostante tutto, sanno che senza di lui e senza i suoi farmaci quelle file di pazienti non avrebbero alcuna possibilità di cura.

Il Sudan è oggi un laboratorio tragico di una nuova geopolitica. Un luogo dove poteri regionali, miniere d’oro e lotte identitarie si intersecano senza controllo. Ma è anche un banco di prova per un nuovo concetto di civiltà. Se il vecchio ordine internazionale non tornerà, bisognerà inventarne uno nuovo. E forse, paradossalmente, saranno proprio le società civili nate nei vuoti lasciati dal disinteresse globale a indicarci la strada.

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