giudice di sedia tennis

“Non puoi essere amico del tennista”. Il lato segreto (e ad alta tensione) del tennis professionistico

La scena si svolge il 29 marzo 2022, al Miami Open. Appena il brasiliano Carlos Bernardes mette piede in campo per dirigere gli ottavi tra Jannik Sinner e l’australiano Nick Kyrgios, capisce che non sarà una mattinata semplice. Kyrgios è già nervoso, lamentandosi del campo. Sul 4-4 del primo set, un rumore proveniente dal walkie-talkie di Bernardes interrompe uno scambio. L’arbitro fa rigiocare il punto e Kyrgios esplode:

Dovresti essere licenziato sul posto. Come è possibile? Quarti di Miami, uno dei tornei più importanti, e voi non riuscite a fare il vostro lavoro“.

Da lì in poi, l’atmosfera precipita. Ad ogni cambio campo l’australiano lo attacca, definendo il suo arbitraggio “imbarazzante” e “oltraggioso”. Alla fine del set, dopo un avvertimento per linguaggio osceno e una penalità per comportamento antisportivo, Kyrgios perde la calma, spacca la racchetta, pretende un supervisore e riceve una penalità di gioco. Uscendo dal campo, insulta Bernardes con parole irripetibili e, anche nelle interviste successive, continua l’attacco. Risultato: una multa da 35mila dollari da parte dell’ATP.

Quello di Miami non è un caso isolato. Dal 2022 si sono moltiplicati gli episodi in cui i tennisti hanno messo nel mirino gli arbitri. Eppure, negli ultimi decenni, l’arbitraggio è stato professionalizzato e dotato di tecnologie come il Cyclops e poi l’Hawk-Eye, pensate per eliminare le discussioni sui segni delle palline. L’idea era semplice: togli l’errore umano, sparisce il conflitto. Invece, spiega Bernardes, è successo l’opposto:

I giocatori non possono più prendersela con il giudice di linea, e finiscono per sfogarsi su di noi.

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Kyrgios si scaglia contro il giudice di sedia durante il match contro Sinner al Miami Open

Il lavoro dell’arbitro di sedia rimane avvolto in un’aura di silenzio. Niente conferenze stampa, niente profili social attivi, nessuna intervista senza l’approvazione ufficiale: chi infrange questa regola rischia grosso. Lo sa bene Damian Steiner, licenziato nel 2019 dopo aver parlato con la stampa argentina subito dopo la finale di Wimbledon. Non sorprende, quindi, che sia raro sentirli esprimersi apertamente. Ma durante gli Internazionali d’Italia, figure come Carlos Bernardes, il veterano svedese Mohamed Lahyani, il francese Damien Dumusois e altri hanno aperto uno spiraglio, raccontando quanto oggi il mestiere sia più complesso di quanto sembri.

Con la tecnologia, basta un errore e in pochi minuti il video è ovunque“, ha raccontato Dumusois.

L’attenzione è tale che arbitri come Bernardes, a Roma, vengono fermati dai tifosi per un selfie. Un tempo, però, non era così. Negli anni Settanta, molti giudici di linea erano dilettanti: qualcuno, addirittura, si concedeva un pisolino in campo. Episodi come quelli di Ilie Năstase, capace di insultare avversari, sputare e colpire fotografi, spinsero il tennis a dotarsi di un vero codice di condotta e di scuole per formare professionisti.

Negli anni Ottanta, personalità come Dick Roberson introdussero più poteri per gli arbitri di sedia, nuove penalità (“abuso di palla”, “abuso di racchetta”, “abuso verso ufficiali”) e regole per mantenere la distanza dai giocatori. La sua regola d’oro era chiara:

Non puoi fare l’arbitro per essere amico del giocatore.

Oggi, un arbitro di sedia di alto livello è molto più di un semplice annunciatore di punteggi: è un direttore d’orchestra che deve percepire la tensione del match, applicare le regole con intelligenza e gestire giocatori, raccattapalle e pubblico senza perdere il controllo. Come spiega Marija Čičak, prima donna ad arbitrare la finale maschile di Wimbledon, la parte più delicata è psicologica: capire quando chiudere una discussione, quando concedere uno sfogo e persino come usare il ritmo dell’annuncio del punteggio per calmare gli animi sugli spalti.

La tecnologia ha cambiato il ruolo. Con l’Hawk-Eye Live, in alcuni tornei il giudice di sedia è l’unico ufficiale presente in campo. Niente giudici di linea, nessuna possibilità di delegare: tutto passa da lui o da lei. Il compito non è più solo far rispettare il regolamento, ma dirigere il flusso della partita come un regista silenzioso, garantendo che il gioco scorra, che le tensioni non degenerino e che ogni decisione sia comunicata con la sicurezza di chi sa di avere gli occhi del mondo addosso.

L’assegnazione di un match non è mai casuale. Gli arbitri non dirigono mai partite con giocatori della loro stessa nazionalità, e nel circuito circolano vere e proprie “liste nere” di coppie arbitro-giocatore incompatibili. Alcune esclusioni sono volute dagli stessi tennisti, come Rafael Nadal, che nel 2015 chiese di non avere più Carlos Bernardes in sedia dopo un episodio grottesco legato a un cambio di pantaloncini, altre nascono da scontri clamorosi, come quello tra Serena Williams e Carlos Ramos agli US Open 2018.

Il mestiere impone un autocontrollo granitico. “Se mostri esitazione, i giocatori più esperti se ne accorgono e se ne approfittano“, ha avvertito Marija Čičak. Bernardes, invece, ricorre a una metafora efficace: “Quando la situazione si surriscalda, il nostro compito è fare il pompiere: spegnere le fiamme senza sembrare fragili“.

Negli ultimi anni, però, il mondo arbitrale è stato travolto da accuse pesanti: molestie, favoritismi, valutazioni manipolate. Casi come quello di Soeren Friemel, sospeso per inviti e commenti inappropriati a un giovane collega, o le denunce dell’ex arbitra croata Tamara Vrhovec, che ha raccontato di valutazioni alterate per proteggere rapporti personali, hanno rivelato un sistema dove poche figure hanno il potere di decidere la carriera di un arbitro.

Sempre più voci chiedono un sistema di valutazione più trasparente e basato su dati oggettivi, come già avviene in altri sport. L’ITF promette riforme e una distribuzione più ampia dei poteri, ma resta da capire se saranno cambiamenti reali o semplici operazioni di facciata.

Per Mohamed Lahyani, che nel 2010 arbitrò la maratona storica tra John Isner e Nicolas Mahut a Wimbledon (11 ore di gioco in tre giorni, senza mai una pausa bagno), la vera pressione non è più stabilire se una palla è dentro o fuori:

Con o senza l’Hawk-Eye, devi essere pronto a tutto. In campo può succedere qualsiasi cosa, e spesso non c’entra la tecnologia.

Il ricordo che più gli rimane impresso? Federer contro Sampras a Wimbledon 2001, unico incontro tra i due: “Sentivo il cuore battere forte. Ora è un’altra pressione: se sbagli, lo saprà tutto il mondo“.

Nel tennis moderno, il giudice di sedia resta invisibile finché non diventa il fulcro della tempesta. Deve conoscere il regolamento a memoria, mantenere nervi d’acciaio, essere diplomatico e sapersi imporre su campioni milionari, pubblico esigente e telecamere puntate. E, soprattutto, deve farlo sapendo che, al punto successivo, tutto può di nuovo prendere fuoco.

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