siccità

L’acqua che non c’è

In un mondo che si riscalda e si desertifica, il fabbisogno idrico globale è destinato a crescere del 20-25% entro il 2050, secondo le Nazioni Unite. Ma per la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa), già oggi tra le più assetate del Pianeta, si profila un’emergenza sistemica.

Secondo l’Aqueduct Water Risk Atlas 2023, l’83% della popolazione dell’area vive in condizioni di stress idrico estremo. Kuwait, Oman, Qatar, Libano, Egitto: i nomi cambiano, la crisi è la stessa. La desalinizzazione dell’acqua marina, cioè la rimozione del sale per renderla potabile, è la risposta tecnologica più immediata, ma non senza contraddizioni.

Negli Emirati Arabi Uniti il 42% dell’acqua potabile proviene da impianti di desalinizzazione; in Kuwait si arriva al 90%. Mentre l’Arabia Saudita punta a raddoppiare la sua capacità entro il 2030, investendo almeno 100 miliardi di dollari nel settore.

Anche l’Egitto ha scelto di puntare sulla desalinizzazione sostenibile, con un approccio che unisce innovazione tecnologica e cooperazione internazionale. Nel 2018, nei pressi di Alessandria, è stato inaugurato a Borg El Arab l’impianto MATS (Multipurpose Applications by Thermodynamic Solar), frutto di una collaborazione tra Orascom Construction Limited e un consorzio europeo composto da 11 partner tra cui spiccano realtà di Italia, Egitto, Francia, Germania e Regno Unito.

Il progetto, cofinanziato dall’Unione Europea con oltre 12 milioni di euro a fondo perduto, ha avuto come obiettivo la produzione di acqua dolce tramite un processo alimentato da energia rinnovabile, riducendo sensibilmente le emissioni di carbonio associate alla desalinizzazione tradizionale.

L’impianto utilizza la tecnologia CSP (Concentrated Solar Power), una forma avanzata di energia solare termica che accumula calore per alimentare il sistema di dissalazione. Secondo uno studio pubblicato nel 2023, il CSP, pur avendo un impatto ambientale leggermente superiore rispetto all’eolico, si dimostra più stabile, efficiente e affidabile, rendendolo particolarmente adatto per progetti a lungo termine in aree desertiche o isolate.

Il MATS, supportato anche da una stazione a gas per garantire continuità operativa, riesce a coprire il fabbisogno idrico di circa mille persone. Ma il suo vero valore sta nella funzione pilota, giacché rappresenta un modello replicabile per l’intera area, dove l’acqua scarseggia e l’energia solare abbonda.

Il ruolo crescente dell’Italia

Da anni Francia e Spagna giocano un ruolo di primo piano nei progetti di desalinizzazione nel Mediterraneo e nel Golfo. Ma oggi anche l’Italia si muove con decisione, trasformandosi in un partner strategico per le economie idricamente stressate del Medio Oriente.

A febbraio un incontro a Roma tra il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, e la premier Giorgia Meloni ha aperto la strada a un maxi-investimento da 40 miliardi di dollari negli asset italiani. Una quota significativa (250 milioni) sarà destinata proprio ai settori chiave della transizione: energie rinnovabili, impianti di desalinizzazione, ammoniaca verde e idrogeno.

L’intesa, siglata tra SACE e la società emiratina Amea Power nell’ambito del Piano Mattei, si inserisce in una più ampia strategia di cooperazione con l’Africa e il Medio Oriente. Sempre tramite SACE, è stato firmato anche un secondo accordo da 100 milioni di dollari con Metito Utilities, attiva nella gestione delle acque e dei rifiuti. L’obiettivo è quello di incentivare l’export italiano attraverso prestiti garantiti e partnership industriali su scala globale.

Nel frattempo, anche l’Arabia Saudita si avvicina. Acwa Power, leader regionale nel campo delle rinnovabili, ha avviato una collaborazione con sei investitori italiani per esplorare nuove frontiere nell’idrogeno verde e nella desalinizzazione, confermando il ruolo centrale del nostro Paese nella trasformazione energetica del Mediterraneo.

Ma l’urgenza idrica non è solo una questione estera. Anche in Italia la sete si fa sentire. A Porto Torres, in Sardegna, gli impianti di desalinizzazione sono stati riattivati nei periodi di siccità estrema. In Sicilia, da Gela a Trapani, l’acqua marina è già parte della risposta alle emergenze estive. E nelle isole minori come Pantelleria, si sperimenta un modello ibrido che utilizza energie rinnovabili per alimentare il processo di desalinizzazione — un laboratorio italiano che potrebbe diventare esempio internazionale di resilienza climatica.

Israele e Singapore: due modelli da manuale

Ma se si cerca un benchmark globale, Israele è il primo riferimento. Oltre il 70% dell’acqua potabile del Paese viene desalinizzata, grazie a impianti come quello di Sorek, uno dei più grandi al mondo. Qui, l’acqua è considerata una questione di sicurezza nazionale.

Anche Singapore ha investito nella desalinizzazione, ma integrandola in una strategia più ampia chiamata Four National Taps: oltre al mare, riciclo delle acque reflue, importazione dalla Malesia e raccolta delle piogge. Una lezione per molti.

L’impatto ambientale della desalinizzazione

Sebbene le tecnologie di desalinizzazione stiano rivoluzionando la disponibilità di acqua potabile, i loro effetti sull’ambiente sollevano crescenti preoccupazioni. L’acqua visibilmente inquinata nelle zone adiacenti a questi impianti racconta una storia diversa rispetto all’immagine pulita e sostenibile spesso associata alla desalinizzazione.

Un caso emblematico è quello della stazione di Bousfer, sulla costa di Orano, nell’Algeria occidentale. Uno studio pubblicato lo scorso anno ha documentato come l’impianto scaricasse salamoia direttamente sulla riva, causando molteplici effetti negativi come la formazione di schiuma sulla superficie dell’acqua, che può indicare la possibilità di contaminazione da sostanze chimiche utilizzate nel processo di desalinizzazione per osmosi inversa. Ma non è tutto: lo stesso studio ha registrato una diminuzione dell’abbondanza di specie marine e un impatto significativo sul suolo costiero, con rischi concreti di contaminazione di terra e falde acquifere.

Oltre agli effetti sugli ecosistemi marini, esiste un altro grande assente nel dibattito: le emissioni di gas serra. Trattare l’acqua salata è un processo energivoro. A seconda del metodo e del livello di salinità, i consumi energetici possono essere altissimi. L’osmosi inversa, oggi la tecnica più diffusa, richiede tra i 2,5 e i 4,0 kWh per metro cubo. Facendo un esempio concreto: l’impianto Ghubrah 3 in Oman, con una capacità giornaliera di 300.000 m³, emette almeno 295 tonnellate di CO₂ al giorno, l’equivalente di 69 auto a benzina guidate per un anno.

Una contraddizione forte per i Paesi della regione MENA, che si sono impegnati con l’Accordo di Parigi a ridurre le emissioni e a incentivare le fonti rinnovabili. E infatti, tutti i governi stanno cercando soluzioni per alimentare gli impianti di desalinizzazione con energie verdi, come il solare e l’eolico.

Ma la sfida non finisce qui. L’acqua desalinizzata sarà sempre più richiesta anche per alimentare un altro settore chiave della transizione energetica: la produzione di idrogeno verde. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), servono almeno 9 litri d’acqua per ogni chilogrammo di idrogeno verde prodotto. Uno studio recente ha stimato che, considerando tutto il ciclo produttivo, questo fabbisogno può salire fino a 32 kg d’acqua per kg di idrogeno se si utilizza energia solare, e a 22 kg nel caso dell’eolico.

In un’epoca in cui la scarsità d’acqua è sempre più una minaccia concreta, affidare la sostenibilità futura a un processo così idrovoro e ad alta intensità energetica appare come un paradosso.

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