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Il lato segreto dei Pink Floyd: Roger Waters e David Gilmour si fermavano per il calcio e fondarono perfino una squadra

I Pink Floyd hanno spalancato nuove possibilità al rock, hanno dato una forma sonora all’inquietudine e all’onirico. Eppure, accanto a quell’immaginario vastissimo e quasi cosmico, ne custodivano uno molto più semplice e profondamente inglese: il calcio. Per Roger Waters, per David Gilmour e, in modo più defilato, anche per Nick Mason, il calcio apparteneva alla vita di tutti i giorni, a quella parte di esistenza che resta intatta anche quando intorno cresce una leggenda.

Waters è stato un tifoso dell’Arsenal nel senso più pieno del termine. Una fedeltà concreta, fatta di partite viste dal vivo, di rituali, di ricordi che si sedimentano come una parte del carattere. Negli anni fra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta, quando non era in tournée, andava regolarmente a Highbury. Gli piaceva stare sotto l’orologio, in quel tratto di stadio che per tanti tifosi dell’Arsenal era quasi una patria dentro la patria. Il double del 1971, campionato e FA Cup, gli è rimasto addosso come una delle grandi gioie sportive della sua vita. Anche David Gilmour è sempre stato vicino ai Gunners, con un trasporto più sobrio ma autentico. Nick Mason, con il suo consueto humour, ha spesso descritto il proprio legame con l’Arsenal in modo più rilassato, quasi da tifoso contemplativo. Ma il calcio, dentro il mondo dei Floyd, c’era davvero.

C’era al punto che, secondo molte ricostruzioni, in un paio di occasioni Waters e Gilmour avrebbero persino interrotto le sessioni di The Dark Side of the Moon ad Abbey Road per correre allo stadio. L’immagine è bellissima proprio perché rompe il monumento: il disco che avrebbe cambiato la storia del rock da una parte, Highbury dall’altra. Nel mezzo, due musicisti che per qualche ora sospendono la creazione di un capolavoro per tornare aD essere semplicemente tifosi.

Questa passione entrò anche nei dischi. Il punto più evidente è Fearless, in Meddle del 1971. È una canzone lieve e ostinata, sospesa, attraversata da un senso di ascesa e resistenza che la rende una delle più amate del repertorio floydiano. Nel finale, come se il paesaggio improvvisamente si aprisse, arriva il coro di The Kop di Anfield che canta You’ll Never Walk Alone. È uno degli innesti più sorprendenti della loro discografia: la voce dello stadio, la comunità, il calcio inglese che irrompe dentro una canzone dei Pink Floyd senza perdere nulla della sua forza originaria.

La scelta è ancora più affascinante se si pensa che né Waters né Gilmour avevano legami con il Liverpool. Eppure capirono che in quel coro c’era qualcosa che andava oltre i colori. C’era una solennità popolare, un’emozione collettiva, un’idea di sostegno e di fedeltà che non apparteneva più soltanto a una curva. Per anni si è detto che quel canto fosse stato registrato durante un derby fra Liverpool ed Everton, anche perché alla fine si sente affiorare un richiamo agli avversari, quasi sommerso dal resto del suono e dai fischi. In ogni caso, ciò che conta è il risultato: dentro Fearless, il calcio inglese diventa materia musicale.

A un certo punto, però, ai Pink Floyd il calcio non bastò più come passione da spalti o da citazione sonora. Decisero di giocarlo davvero, e nacque così il Pink Floyd Football Club, il PFFC. Le sue maglie erano biancoblù, come i calzettoni, con pantaloncini blu. Una piccola squadra rock, messa insieme da musicisti, roadie, tecnici e uomini dell’entourage, che nei campi degli anni Settanta trasformava il tempo libero in una specie di rito parallelo.

L’undici più celebre è quello che finì immortalato nella foto del First Eleven, inserita da Storm Thorgerson nella copertina di A Nice Pair, raccolta pubblicata dalla EMI nel Natale del 1973, quando il successo mondiale di The Dark Side of the Moon aveva reso i Pink Floyd enormi.

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Questa foto racconta più di quanto sembri. Lì ci sono Roger Waters, Rick Wright, Nick Mason e David Gilmour, ma anche Chris Adamson, Peter Watts, Bob Richardson, Steve O’Rourke, Tony Howard, Arthur Max e lo stesso Storm Thorgerson, che di quel piccolo universo fu il regista visivo e simbolico. Secondo Nicholas Schaffner, biografo della band, lo scatto fa riferimento a una partita in cui il PFFC rimediò un secco 4-0 contro una squadra di marxisti del nord di Londra.

Roger Waters era il portiere, e lui stesso lo ha confermato anni dopo: stava in porta perché era il più alto. Aggiunse anche, naturalmente, di essere il migliore di tutti. Pare fosse coraggioso nelle uscite, anche se non immune da errori e svarioni. Rick Wright giocava in difesa, sulla fascia destra, con una tecnica non sempre impeccabile ma con la voglia di accompagnare l’azione e cercare spesso la sovrapposizione. Nick Mason stava in mediana, ed è facile immaginarlo lì, metodico e generoso come il suo drumming: il batterista del “quattro quarti lento” dei Floyd che si spende tutto fino a uscire stremato dal campo. Nella foto ufficiale, del resto, appare con una fascia sulla testa che ricorda il suo aspetto ai tempi di Live at Pompeii. David Gilmour era all’ala destra. Sul palco aveva una classe sontuosa, con la Fender in mano sembrava non sbagliare mai; in campo, a quanto pare, il talento era più intermittente. Ma il suo posto era lì, aperto sulla fascia, dentro quella geometria improvvisata.

Accanto ai membri della band c’erano figure fondamentali dell’universo floydiano. Chris Adamson, road manager dei primi anni Settanta, occupava la fascia sinistra della difesa e, secondo i ricordi, giocava spesso in scarpe da tennis. Il suo nome resta anche legato a dettagli molto importanti della storia del gruppo: fu lui a suggerire titoli come Speak to Me, Any Colour You Like e When You’re In, e la sua voce appare all’inizio di Speak to Me nel celebre frammento “I’ve been mad for fucking years…”. Bob Richardson era il centrale difensivo, soprannominato “Liverpool Bobby”, uomo solido della retroguardia. Peter Watts, road manager e tecnico del suono, padre dell’attrice Naomi Watts, stava a centrocampo. La sua presenza nella storia dei Pink Floyd è fortissima: è suo l’urlo in Speak to Me, ed è sua quella risata disturbante che riaffiora in Brain Damage. Arthur Max, tecnico delle luci, era l’ala sinistra, più imprevedibile e istintivo, sempre pronto all’affondo. Steve O’Rourke, manager della band, stava in difesa come ultimo baluardo davanti al portiere, fisico e concreto. Tony Howard, agente musicale e poi tour manager, era il centravanti. E poi c’era Storm Thorgerson. Più che un giocatore, nel First Eleven era il regista, l’uomo che seppe trasformare anche una squadra improvvisata in un tassello di immaginario. Gilmour lo avrebbe definito una presenza costante nella sua vita, umana oltre che professionale. Mason parlò di lui come di un lavoratore instancabile. In quella foto della squadra c’è già tutto: l’ironia, la messa in scena, il gusto per i simboli, la capacità di trasformare una cosa reale in icona.

Attorno al First Eleven si muoveva anche una piccola coreografia pop, con tanto di cheerleader che indossavano magliette con la sigla PFFC e due stelle. Il calcio, per i Floyd, era una presenza costante. Waters lo disse chiaramente: in tournée, con loro, c’era sempre un pallone. Era un’abitudine, un bisogno, quasi un modo per mantenere il contatto con una parte concreta di sé mentre il gruppo diventava sempre più grande, più ricco, più simbolico.

La foto del First Eleven non restò un episodio isolato. Tornò in un opuscolo del 1974 con la discografia dettagliata dei primi undici album del gruppo. Più tardi, nel 1979, il nome The First XI fu usato anche per un cofanetto EMI in edizione limitata che raccoglieva gli album dei Pink Floyd da The Piper at the Gates of Dawn ad Animals.

Questa storia, naturalmente, non è l’unico punto di contatto tra rock e football nella cultura britannica. Rod Stewart ha sempre vissuto il tifo per il Celtic come una parte del proprio personaggio pubblico. Elton John è stato presidente del Watford. Morrissey ha dedicato una canzone al disastro aereo del Manchester United del 1958. I Primal Scream hanno incrociato la nazionale scozzese, i Kinks hanno reso omaggio a George Best, e il football ha attraversato per decenni la musica popolare britannica come un linguaggio parallelo. Ma nel caso dei Pink Floyd c’è qualcosa di particolarmente toccante, forse proprio perché nessuno se lo aspetterebbe da loro. Della band si ricordano quasi sempre l’ambizione artistica, i concept album, i conflitti, la grandezza. Tutto giusto. Ma accanto a questo c’era anche un pallone che girava nei backstage, uno stadio da raggiungere in fretta, una curva che cantava You’ll Never Walk Alone, una squadra di amici in maglia biancoblù, un portiere altissimo convinto di essere il migliore del gruppo.

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