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Gli inglesi vogliono l’abolizione del VAR (e cosa sta succedendo anche in Italia)

Nel dibattito contemporaneo, poche innovazioni hanno generato una frattura così profonda tra istituzioni e pubblico quanto il Video Assistant Referee, il cosiddetto VAR. I dati emersi dal recente sondaggio condotto dalla Football Supporters’ Association parlano con chiarezza: in Premier League circa tre tifosi su quattro vorrebbero abolirlo, mentre una percentuale ancora più ampia — oltre il 90% — ritiene che la sua introduzione abbia reso il calcio meno godibile. Se nel 2021 il 74% dei tifosi si dichiarava contrario, oggi la percentuale è salita al 76%. Un dato che assume un significato particolare (e in controtendenza rispetto alla percezione dei tifosi) se si considera che, nel frattempo, gli organismi regolatori del calcio — in primis l’International Football Association Board — hanno scelto di ampliare ulteriormente il raggio d’azione del VAR, includendo nuove casistiche come i calci d’angolo e i secondi cartellini gialli.

Se si sposta lo sguardo dall’Inghilterra all’Italia, il quadro assume sfumature ancora più complesse. La Serie A è stata tra le prime competizioni ad adottare il VAR in modo sistematico, e per lungo tempo lo ha presentato come un modello di riferimento europeo. Eppure, proprio in Italia si è sviluppato uno dei paradossi più evidenti, amplificando le polemiche.

Nel contesto italiano, infatti, la discussione non riguarda soltanto l’accuratezza delle decisioni — che, secondo i dati ufficiali, è effettivamente aumentata — ma la qualità complessiva dell’esperienza calcistica. Il problema centrale, già evidenziato dal sondaggio inglese, è la perdita di spontaneità. Il calcio, per sua natura, è uno sport continuo, fluido, in cui il significato degli eventi è immediato e condiviso. Il VAR introduce invece una dimensione retrospettiva, in cui ogni azione può essere rivista e annullata. Ciò che era evidente diventa discutibile, ciò che era vissuto diventa analizzato. Più che una semplice tecnologia arbitrale, il VAR rappresenta una trasformazione epistemologica del gioco.

Anche le proposte di riforma non sembrano convincere pienamente. L’ipotesi di un sistema a chiamata, sul modello di sport come il tennis o l’NBA, raccoglie consensi limitati. Allo stesso modo, gli sforzi per migliorare la comunicazione — come gli annunci degli arbitri allo stadio — non hanno prodotto un cambiamento significativo nella percezione dei tifosi. Le istituzioni, dal canto loro, difendono il VAR con argomentazioni quantitative. In Inghilterra, la Professional Game Match Officials sottolinea come il sistema intervenga solo in una partita su quattro e abbia contribuito a portare l’accuratezza delle decisioni arbitrali vicino al 97%. Anche in Italia, dati simili vengono utilizzati per giustificare la permanenza del VAR. Ma proprio qui emerge la frattura fondamentale: l’aumento della correttezza decisionale non coincide necessariamente con un miglioramento dell’esperienza sportiva.

In effetti, il nodo centrale sembra essere di natura culturale più che tecnica. Il calcio europeo, e quello italiano in particolare, si è storicamente fondato su una dimensione narrativa fatta di errori, interpretazioni e discussioni. L’arbitro, con i suoi limiti, era parte integrante di questo racconto. Il VAR, introducendo un ideale di precisione quasi scientifica, altera questo equilibrio, ma senza riuscire a eliminarne le ambiguità. Il confronto con altri Paesi rafforza questa impressione. In Svezia, ad esempio, il massimo campionato ha scelto di non adottare il VAR, mentre in Norvegia una proposta di abolizione è stata respinta per un margine minimo. Anche in Inghilterra, nonostante il sondaggio negativo, i club della Premier League hanno recentemente votato quasi all’unanimità per mantenerlo.

E nel caso italiano, più di qualsiasi altro, il VAR è al tempo stesso necessario e contestato, accettato e criticato. Da un lato, la spinta verso la precisione, la trasparenza e la riduzione dell’errore; dall’altro, la difesa di una dimensione emotiva, immediata e imperfetta che costituisce l’essenza del gioco. In questo equilibrio instabile si gioca il futuro del calcio europeo e, in modo particolarmente evidente, di quello italiano.

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