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Altro che “il VAR rovina il calcio”: Inter-Juve ci ha fatto vedere il vero incubo

Inter-Juve ha riportato il calcio italiano in un luogo che dice di rimpiangere e che, appena ci ricasca dentro, scopre di detestare: l’era dell’irreparabile. L’espulsione di Kalulu, maturata su una seconda ammonizione figlia di una lettura sbagliata e di una “recitazione” ben confezionata, è diventata la dimostrazione plastica di quanto il gioco, oggi, non possa permettersi di dipendere soltanto dalla qualità – o dalla mediocrità – di un singolo fischietto, in un singolo istante.

Il punto, però, non è trasformare la vicenda in un processo morale a Bastoni, come ha fatto una parte del dibattito pubblico, oscillando tra indignazione selettiva e voglia di crocifissione: la simulazione sta nella zona grigia del calcio moderno, pesa, sporca, irrita, ma non è un reato capitale, e soprattutto non può diventare l’alibi per non parlare della vera anomalia istituzionale, cioè un sistema che vede l’errore e, per protocollo, sceglie di non correggerlo.

L’errore non è “il VAR”: è un VAR che non può intervenire

Il paradosso di San Siro è semplice, e proprio per questo ferisce. Le immagini televisive hanno mostrato che il contatto decisivo per la seconda ammonizione non c’era – o, quantomeno, non era quello “determinante” che la caduta di Bastoni suggeriva in presa diretta. Eppure la tecnologia non ha potuto fare ciò per cui esiste: evitare che un abbaglio cambi la partita. Non per mancanza di telecamere, né per oscuri complotti, ma perché il protocollo VAR – così com’è scritto – non include la seconda ammonizione tra gli episodi revisionabili. L’IFAB lo dice senza giri di parole: si può intervenire su gol, rigori, rossi diretti e scambio d’identità, ma non sul secondo giallo.

Questa è la falla che Inter-Juve ha messo a nudo con una crudeltà quasi didattica. E infatti, a caldo, perfino i vertici arbitrali hanno riconosciuto l’errore e la simulazione, sottolineando proprio l’impossibilità d’intervento del VAR in quel tipo di situazione. Se vogliamo dirla senza ipocrisie: non è stata una partita “rovinata dal VAR”. È stata una partita rovinata dall’assenza del VAR dove serviva.

Perché “più VAR” non significa “più ossessione”

Da qui nasce la difesa, che non è ideologica ma razionale. Il VAR è necessario perché riduce gli errori che spostano i risultati, e lo fa con un principio che nel calcio, storicamente, è sempre mancato: la possibilità di riparare. Chi invoca il “calcio di una volta” spesso non sta difendendo la spontaneità. Sta difendendo – magari senza ammetterlo – il fascino tossico dell’ingiustizia accettata, della partita “andata”, del campionato segnato da una svista che diventa destino. Inter-Juve ha ricordato a tutti com’è quel mondo: rumoroso, litigioso, e soprattutto senza rimedio.

Ma la difesa del VAR non deve diventare una resa alla liturgia del fotogramma. Qui i critici, a tratti, colpiscono un bersaglio reale: l’uso maniacale dello slow motion, la tendenza a scomporre il calcio come fosse un rebus geometrico, l’ansia di trasformare ogni contatto in un caso giurisprudenziale. È un rischio serio, perché il calcio vive di continuità emotiva e l’esultanza, oggi, è spesso un’emozione trattenuta, un gesto che aspetta il timbro di una stanza lontana.

Il problema, però, non si risolve togliendo la tecnologia. Si risolve governandola meglio.

Sanare la falla del secondo giallo

La lezione di Inter-Juve è talmente evidente che, non a caso, il tema è già entrato nel cantiere regolamentare: l’IFAB ha discusso e approvato l’estensione del VAR anche ai secondi gialli (e ad alcune decisioni come i corner), proprio per correggere errori fattuali che producono, di fatto, un’espulsione.

È la direzione giusta, ma l’intervento deve restare rapido e circoscritto ai casi in cui l’errore è davvero lampante. Non si tratta di rigiocare il calcio davanti a un monitor, ma di impedire che un abbaglio – evidente alle immagini – resti intoccabile per formalismo.

C’è un’altra parola chiave, oggi: trasparenza. La Serie A ha introdotto, dalla stagione 2025-26, il sistema di “announcement”, cioè la spiegazione pubblica dell’arbitro dopo una revisione VAR. È un passo importante, perché riduce la sensazione di arbitrarietà e aiuta lo spettatore a capire la logica della decisione. Ma anche qui vale lo stesso principio: la trasparenza non deve diventare teatro. Se l’annuncio allunga i tempi e spezza il ritmo, va regolato; servono formule più essenziali, protocolli comunicativi chiari, un linguaggio meno burocratico e più comprensibile. La chiarezza è una forma di rispetto per il pubblico, e – indirettamente – anche per l’arbitro.

Dove il VAR è imperfetto: e cosa si può migliorare davvero

Difendere il VAR non significa raccontarlo come un totem infallibile. I suoi limiti sono noti, e molti non sono tecnologici: sono culturali, interpretativi, organizzativi.

  1. Uniformità interpretativa
    Il VAR soffre quando la regola è vaga e l’interpretazione cambia di domenica in domenica. Qui la soluzione non è una telecamera migliore, ma linee guida più stringenti, esempi pubblici, casistiche aggiornate e – soprattutto – coerenza;
  2. Tempo e misura
    Il controllo infinito, il “frame per frame” che trasforma un contatto in un problema metafisico, allontana il calcio da se stesso. Servono limiti operativi, come finestre temporali e standard di evidenza;
  3. Competenza di campo in sala VAR
    L’idea di affiancare ex calciatori o profili con esperienza diretta del gioco, non per sostituire l’arbitro ma per arricchire la lettura delle dinamiche, merita almeno una sperimentazione;
  4. Responsabilità e comunicazione
    Più trasparenza significa anche più responsabilità: audio, report, spiegazioni, valutazioni. Non per alimentare la gogna, ma per costruire fiducia. La fiducia nasce quando il tifoso capisce perché è successo qualcosa, non quando gli si chiede di crederci “e basta”.

Il VAR non uccide l’anima del calcio, la difende dall’ingiustizia

C’è un romanticismo che andrebbe smontato con calma. Quello secondo cui l’errore arbitrale sarebbe “parte del gioco”, e dunque intoccabile, quasi poetico. L’errore fa parte della vita, certo; ma un sistema sportivo serio non lo celebra, lo limita. Perché ogni errore decisivo è una ferita competitiva ed economica. E oggi, con campionati compressi e margini minimi, quella ferita pesa ancora di più.

Inter-Juve ha mostrato cosa succede quando il calcio torna indietro. E la risposta non può essere un salto nel buio della nostalgia né una fede cieca nella tecnologia. La risposta è più sobria e più adulta: un VAR più completo, più uniforme, più rapido e più umano.

Non meno VAR. Più VAR, meglio VAR.

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