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Milano ha più cani che bambini. E se il futuro delle città fosse a quattro zampe?

A Milano ormai ci sono più guinzagli che passeggini. Chi vive qui lo nota ogni giorno, anche senza bisogno di scomodare i numeri. Basta farsi un giro a Parco Sempione o a Porta Venezia per rendersene conto. Lo si vede nelle panchine attrezzate con ganci per il guinzaglio, nei dehors con le ciotole d’acqua fuori dai locali, nei cartelli “Pet friendly” che spuntano più spesso di quelli con scritto “Family area”.

Ma se ai segnali di superficie aggiungiamo i dati, il quadro diventa ancora più nitido. Oggi, a Milano, i cani registrati superano quota 100 mila. I bambini sotto i dieci anni sono poco più numerosi, ma in continuo calo, quasi 19 mila in meno rispetto al 2014. In alcune zone residenziali, come Porta Romana o il quartiere Sarpi, il rapporto tra famiglie con cani e famiglie con bambini piccoli si avvia a diventare di tre a uno.

A livello nazionale, poi, il Ministero della Salute conta oltre 10,2 milioni di cani. L’ISTAT, invece, ci ricorda che i bambini sotto i cinque anni sono ormai meno di due milioni. Ma è in città che questa tendenza assume i contorni di una rivoluzione sociale. Il cane, sempre più spesso, prende simbolicamente il posto del figlio. Affetto, cure, attenzioni, tempo libero, spese mediche, tutto sembra confluire in una nuova forma di relazione urbana.

Chi vive a Milano da qualche anno ha visto questa mutazione in tempo reale. Dove prima c’erano cortili rumorosi di voci infantili, oggi si sentono gli abbaii dei cani. Le aree giochi sembrano spesso deserte durante la settimana, mentre le aree cani sono popolate in ogni ora del giorno. Un tempo era l’asilo a dettare i ritmi dei quartieri, oggi è il toelettatore.

E questo non succede solo a Milano o in Italia. In Giappone, Paese da anni alle prese con un inverno demografico drammatico, i cani e i gatti domestici superano stabilmente il numero di bambini. In Germania, secondo i dati del Statistisches Bundesamt, negli ultimi dieci anni la crescita del mercato dei pet è stata doppia rispetto a quella dei prodotti per l’infanzia. E in molte città statunitensi si discute ormai apertamente di “dog-centric cities”, con spazi pubblici, trasporti e servizi che si adattano più ai bisogni dei cani che a quelli delle famiglie con figli.

In Italia, cresce il numero di dog-sitter, di pensioni di lusso per animali, di cibo gourmet per cani e di assicurazioni sanitarie dedicate. In parallelo, molte scuole dell’infanzia chiudono o accorpano sezioni per mancanza di iscritti. I Comuni investono in aree cani con tanto di giochi e zone relax, mentre le biblioteche per bambini fanno fatica a restare aperte nel pomeriggio.

Questo non vuol dire che i cani siano un problema. Anzi. Chi vive in città sa quanto possano essere fonte di affetto, di socialità, perfino di stabilità. Ma il punto non è mettere in contrapposizione cani e bambini. Il punto è che stiamo assistendo a un enorme cambiamento culturale, e lo stiamo trattando come se fosse solo una curiosità da raccontare ai TG d’agosto.

Perché una città che si riempie di animali da compagnia mentre si svuota di figli non è semplicemente una città “pet friendly”. È una città che ha scelto, consapevolmente o meno, un altro modello di futuro.

Se i cani sono il nuovo bambino, allora dobbiamo domandarci cosa significa questo per le politiche pubbliche. Dalla mobilità ai trasporti, dai parchi al turismo, dalle pensioni alle priorità edilizie. Se il trend continua – e tutto indica che lo farà – allora le nostre città diventeranno sempre più simili a cliniche del benessere a misura di adulto e animale.

Una Milano che si muove in monopattino con il cane nel trasportino, ma senza passeggini. Che apre asili per cani e chiude scuole per l’infanzia. Che si definisce dinamica e moderna, ma dove fare un figlio è ormai un atto quasi eroico.

Forse non è ancora troppo tardi per riequilibrare le cose. Ma servono visione, coraggio e la capacità di guardare i numeri in faccia. Perché se oggi ci sembra normale vedere tre cani per ogni bambino, domani potremmo accorgerci che quello che è venuto a mancare, più che la natalità, è stata la fiducia nel futuro.

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