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Quando Churchill creò l’Iraq

La Prima guerra mondiale determinò una riorganizzazione profonda degli equilibri geopolitici internazionali, soprattutto nelle regioni che fino al 1918 erano state parte integrante dell’Impero ottomano. Il Medio Oriente entrò nel Novecento politico non attraverso un processo di trasformazione interna, ma come risultato di accordi diplomatici e decisioni assunte dalle potenze europee nel corso e all’indomani del conflitto. La nascita dell’Iraq va collocata esattamente in questo contesto, come esito della spartizione imperiale della Mesopotamia e delle modalità con cui il dominio britannico venne esercitato sul territorio. Un momento chiave di questo processo fu l’accordo di Sykes-Picot del 1916, con cui Gran Bretagna e Francia stabilirono in forma riservata la divisione delle province arabe ottomane in sfere di influenza. Alla Francia sarebbero spettate la Siria e il Libano, mentre la Mesopotamia e la Palestina sarebbero rientrate nell’area britannica. L’accordo rimase segreto fino alla fine della guerra e venne reso pubblico solo dopo la Rivoluzione russa, quando Lenin ne diffuse il testo, provocando uno scandalo internazionale. Ma nonostante l’indignazione suscitata dalla sua pubblicazione, le linee tracciate da Sykes-Picot furono in larga misura rispettate nel dopoguerra attraverso il sistema dei mandati della Società delle Nazioni. La Mesopotamia venne trasformata in Iraq e affidata all’amministrazione britannica. Si trattava di uno Stato nuovo, costruito accorpando territori che in precedenza erano stati governati come province separate dell’Impero ottomano e che presentavano differenze profonde sul piano religioso, sociale e politico. Le regioni di Bassora, Baghdad e Mosul furono integrate in un’unica entità statale che non aveva precedenti storici come unità politica autonoma.

L’Iraq nacque come soluzione funzionale agli interessi imperiali britannici, in un’area ritenuta cruciale per il controllo delle rotte verso l’India e per le emergenti risorse economiche.

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Tra il 1920 e il 1921 l’amministrazione britannica in Iraq si trovò ad affrontare una vasta insurrezione contro il proprio controllo, ricordata in arabo come al-Thawra al-ʿIrāqiyya al-Kubrā, la Grande rivoluzione irachena. Il movimento ebbe fin dall’inizio un carattere chiaramente nazionalistico e si manifestò dapprima nelle città, in particolare a Baghdad, con grandi mobilitazioni popolari che videro la partecipazione congiunta di sunniti e sciiti, oltre a ex militari delle disciolte forze armate ottomane. Alla base del malcontento vi erano la mancata realizzazione delle promesse britanniche di indipendenza araba e l’impostazione autoritaria dell’amministrazione civile guidata da Arnold Wilson. Nel corso dell’estate del 1920 la protesta si estese rapidamente alle regioni sciite del Medio e del Basso Eufrate, dove assunse una dimensione più ampia grazie al sostegno di importanti autorità religiose, tra cui l’ayatollah Muhammad Taqi al-Shirazi. A partire dalla fine di giugno la rivolta si trasformò progressivamente in un conflitto armato, favorito dalla debolezza delle guarnigioni britanniche e dalla capacità di mobilitazione delle tribù locali. Parallelamente, nel nord del Paese, le regioni curde furono attraversate da tentativi di organizzazione politica autonoma, tra cui la formazione di entità guidate dallo sceicco Mahmud Barzanji, che cercò di affermare un potere indipendente nelle aree montane.

La risposta britannica si basò in larga misura sull’impiego dell’aviazione. La Royal Air Force divenne lo strumento principale delle operazioni di repressione, colpendo sistematicamente le zone controllate dai ribelli. Questo approccio consentì di limitare l’uso di truppe di terra e di contenere i costi militari, ma ebbe un impatto rilevante sulla popolazione civile. Tra il 1920 e il 1922 morirono diverse migliaia di iracheni, mentre le perdite britanniche e indiane rimasero relativamente contenute. È all’interno di questo quadro che si inserisce il dibattito storiografico sull’eventuale impiego di gas a scopo bellico da parte britannica. La questione è stata affrontata in modo critico da numerosi studiosi e resta oggetto di discussione. Alcune dichiarazioni politiche successive, come quelle pronunciate nel 1992 da Henry B. Gonzalez alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, sostennero che gas letali sarebbero stati utilizzati contro i curdi, ma tali affermazioni non sono supportate da fonti documentarie dirette. La maggior parte della storiografia contemporanea concorda sul fatto che l’uso di gas velenosi fu effettivamente preso in considerazione dalle autorità militari britanniche, senza che vi siano prove conclusive di un loro impiego sul campo nel 1920. Lawrence James ha sottolineato come i comandanti britannici avessero richiesto rifornimenti di gas, ritenendo tuttavia che la superiorità aerea fosse sufficiente a ristabilire l’ordine. Una valutazione analoga è proposta da Niall Ferguson, che ha ricordato come l’ipotesi dell’impiego di iprite fosse stata discussa, ma resa impraticabile dall’assenza di scorte disponibili. Anche Anthony Clayton ha ribadito che l’uso di gas letali non ricevette mai un’approvazione formale da parte delle autorità competenti.

Io non capisco questa schizzinosaggine circa l’uso di gas. Noi abbiamo una volta per tutte adottato una posizione alla Conferenza di Pace [di Parigi], esprimendoci a favore del mantenimento [dell’uso] di gas come stabile strumento di guerra. È una pura affettazione lacerare un essere umano col frammento velenoso di un proiettile incendiario e inorridire nel render pieni d’acqua i suoi occhi per l’uso di gas lacrimogeni. Io sono fermamente a favore dell’uso di gas velenosi contro tribù non civilizzate. L’effetto morale potrebbe essere talmente buono da ridurre al minimo le perdite umane. Non è necessario usare solo i gas maggiormente letali: possono essere impiegati gas che causino grandi inconvenienti e diffondere un vivo terrore senza che essi abbiano permanenti effetti seriamente negativi sulla maggior parte di quanti vengono da essi colpiti.

Winston Churchill, allora Segretario alle Colonie, in una minuta del War Office del 12 maggio 1919

Il dibattito sull’uso di armi chimiche e incendiarie va collocato nel contesto più ampio della cultura militare britannica dei primi decenni del Novecento. In quegli anni era diffusa, e ampiamente condivisa negli ambienti governativi e militari, l’idea che le convenzioni internazionali sul diritto di guerra valessero soltanto per i conflitti tra Stati considerati “civilizzati”. Non a caso, il Manual of Military Law del 1914 escludeva esplicitamente le operazioni condotte contro tribù e popolazioni non europee da tali limitazioni, legittimando una distinzione netta tra guerre continentali e guerre coloniali. All’interno di questa cornice si collocano non solo le discussioni sull’eventuale impiego di gas, ma anche le indicazioni relative all’uso di altri mezzi di distruzione ad alto impatto. In particolare, alcune fonti fanno riferimento all’impiego di armi incendiarie, come il fosforo bianco, in operazioni contro villaggi curdi e in aree ritenute strategiche, tra cui al-Habbaniyya e la provincia di al-Anbār. Anche in questo caso la documentazione disponibile è frammentaria e non sempre consente di ricostruire con precisione modalità e portata degli interventi, ma contribuisce a delineare un modello di repressione fondato sull’uso sistematico della superiorità tecnologica. L’insurrezione venne progressivamente soffocata entro la fine del 1920, sebbene focolai di resistenza persistessero fino al 1922, soprattutto nelle regioni periferiche. Il bilancio complessivo fu pesante. Il costo economico sostenuto dalla Gran Bretagna superò quello dell’intera rivolta araba finanziata contro l’Impero ottomano durante la guerra, mettendo in evidenza l’insostenibilità di una gestione fondata esclusivamente sulla coercizione militare.

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Nel gennaio 1921, con la nomina di Winston Churchill a segretario di Stato per le Colonie, la gestione del Medio Oriente britannico entrò in una nuova fase. Churchill ereditò a una situazione ormai compromessa e ne colse subito la portata generale. Il problema non riguardava soltanto l’Iraq, ma l’intero sistema dei mandati, che rischiava di trasformarsi in una successione di crisi militari e amministrative difficili da sostenere sul piano politico ed economico. La priorità divenne quindi quella di superare il modello dell’amministrazione diretta, sostituendolo con una forma di controllo indiretto capace di salvaguardare l’influenza britannica riducendo al tempo stesso l’impiego di risorse e di truppe. Questa linea prese corpo nella Conferenza del Cairo, convocata nel marzo dello stesso anno. Vi parteciparono funzionari coloniali, ufficiali militari, diplomatici e consulenti con lunga esperienza della regione. L’incontro non ebbe un carattere puramente tecnico, ma rappresentò un momento decisivo di ridefinizione dell’assetto politico del Medio Oriente sotto influenza britannica. In quelle settimane vennero fissati i principi guida per l’Iraq, per la Transgiordania e per gli altri territori amministrati da Londra, nel tentativo di trasformare un dominio fragile e contestato in un sistema più stabile e sostenibile. Per quanto riguarda l’Iraq, la conclusione fu chiara. Il Paese non poteva essere governato come una colonia tradizionale, ma nemmeno poteva essere lasciato a se stesso senza rischiare di aprire spazi di intervento ad altre potenze regionali ed europee. La soluzione individuata fu l’istituzione di una monarchia formalmente indipendente, ma strettamente legata alla Gran Bretagna attraverso accordi militari, finanziari e diplomatici. In questo modo Londra avrebbe potuto mantenere un’influenza decisiva senza assumersi direttamente il peso del governo quotidiano. La scelta del sovrano cadde su Faysal ibn Husayn, membro della dinastia hashemita e figura già ben conosciuta negli ambienti britannici per il ruolo svolto nella rivolta araba durante la Grande Guerra. Faysal appariva come una soluzione di compromesso. Era abbastanza legato alla Gran Bretagna da garantire collaborazione e affidabilità, ma possedeva anche un prestigio dinastico e personale tale da conferire al nuovo Stato una parvenza di legittimità agli occhi della popolazione locale. Il fatto che fosse stato recentemente estromesso dalla Siria dalle autorità francesi rendeva inoltre la sua installazione a Baghdad compatibile con gli equilibri diplomatici tra Londra e Parigi, evitando nuovi attriti tra le due potenze.

Faysal ibn Husayn
Faysal ibn Husayn insieme a T.E. Lawrence, noto come Lawrence d’Arabia (terzo da destra)

Dopo la proclamazione del regno nel 1922, la Gran Bretagna conservò un ruolo determinante nella vita politica dell’Iraq. Gli accordi anglo-iracheni garantirono a Londra un controllo diretto sugli ambiti più sensibili dello Stato, dalla politica estera alla difesa, fino alle principali infrastrutture militari. La presenza britannica si concentrò soprattutto in alcune basi strategiche, mentre l’esercito iracheno venne organizzato e addestrato sotto supervisione inglese. Anche la costruzione dell’apparato amministrativo seguì una linea precisa, fondata in larga parte sul recupero di ex funzionari ottomani e sull’inserimento di notabili sunniti, una scelta che contribuì a consolidare una struttura di potere minoritaria all’interno di un Paese a netta maggioranza sciita.

Nei primi anni successivi alla rivolta, il regno di Faysal ibn Husayn fu attraversato da tensioni costanti. Il sovrano cercò progressivamente di ampliare i margini di autonomia del nuovo Stato, nel tentativo di trasformare l’indipendenza formale in una sovranità più concreta. La Gran Bretagna, dal canto suo, mirava a contenere l’evoluzione politica irachena entro limiti compatibili con i propri interessi strategici e regionali. Da questo confronto nacque un equilibrio fragile, nel quale la costruzione statale procedeva sotto il segno di una dipendenza strutturale dall’ex potenza mandataria. Churchill continuò a seguire con attenzione questa fase, anche dopo aver lasciato nel 1922 l’incarico di segretario di Stato per le Colonie. L’impianto politico e istituzionale da lui definito, tuttavia, rimase sostanzialmente invariato. Quando l’Iraq divenne formalmente uno Stato sovrano nel 1932, con la fine ufficiale del mandato britannico, il quadro dei rapporti di forza interni ed esterni era già stato fissato.

L’Iraq si configurò così come uno Stato formalmente indipendente, ma profondamente condizionato da vincoli esterni. A differenza di molte entità politiche nate dal riassetto europeo del primo dopoguerra e successivamente dissoltesi o trasformatesi, lo Stato iracheno mantenne una continuità istituzionale lungo tutto il Novecento. Questa continuità, tuttavia, non coincise con la stabilità. Al contrario, la vita politica del Paese fu segnata da crisi ricorrenti, conflitti interni e fragili equilibri di potere. La configurazione territoriale e istituzionale definita negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, a partire dall’accordo di Sykes-Picot e dalle scelte operate dall’amministrazione britannica, costituì il quadro di riferimento entro cui si sviluppò la storia irachena successiva. Le tensioni tra centro e periferia, le fratture settarie, i conflitti tra élite politiche e le difficoltà di integrazione delle diverse componenti della società irachena furono elementi inscritti fin dall’origine nella struttura dello Stato.

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