Wembanyama spurs

Gli Spurs fanno paura

Per anni San Antonio è stata sinonimo di ordine, continuità, disciplina. Una macchina quasi perfetta, capace di restare competitiva stagione dopo stagione, con Gregg Popovich in panchina e una cultura cestistica che sembrava impermeabile al tempo. Poi è arrivata la lunga transizione, fatta di sconfitte, scelte al Draft e pazienza. Adesso, però, qualcosa è cambiato davvero. Gli Spurs sono diventati il gruppo più elettrico, imprevedibile e affascinante della lega. E il motivo principale, naturalmente, è Victor Wembanyama.

Quando lo giugno scorso Wembanyama è partito per Zhengzhou, in Cina, per studiare meditazione e arti marziali al tempio Shaolin, il viaggio è sembrato perfettamente coerente con il personaggio. A ventun anni era già uno dei giocatori più osservati del pianeta, ma anche uno degli atleti più singolari della sua generazione. Alto 2,24 metri, con un’apertura di braccia fuori scala, riesce a muoversi con una leggerezza che sembra smentire le leggi del corpo. Fa la verticale, si allena con esercizi poco ortodossi, alterna sessioni atletiche a partite di scacchi lampo per migliorare lettura del gioco e lucidità sotto sforzo. In campo unisce cose che, fino a pochi anni fa, sembravano incompatibili: intimidazione da centro classico, tiro da fuori, palleggio, creatività, protezione del ferro e capacità di inventare.

Quando arrivò in NBA, nel 2023, l’attesa che lo circondava era enorme. Non dava l’impressione di voler adattarsi a una forma già nota del gioco. Sembrava piuttosto deciso a piegarlo a una misura nuova. Poi, a febbraio, una trombosi venosa profonda alla spalla lo ha costretto a fermarsi per il resto della stagione. Per una squadra giovane come San Antonio è stato un colpo durissimo. Gli Spurs si sono spenti quasi subito, perdendo diciannove delle ultime trenta partite. È stato in quel momento che si è capito quanto Wembanyama non fosse solo il miglior talento del roster, ma anche il motore emotivo e tattico di tutto il progetto. La risposta del francese, però, non è stata quella di chi aspetta passivamente di rientrare. Ha scelto di allargare ancora il proprio orizzonte. Al tempio Shaolin si è presentato con una domanda che dice molto del suo modo di vivere ogni esperienza: per diventare un vero praticante di kung fu, devo rasarmi la testa? Quando il monaco gli ha risposto di sì, si è seduto e ha lasciato che gli tagliassero i capelli.

San Antonio, intanto, ha iniziato questa stagione con un’energia diversa. Gli Spurs sono partiti 5-0 e, per un tratto, hanno tenuto il ritmo anche quando Wembanyama è stato costretto a fermarsi per dodici partite tra novembre e inizio dicembre a causa di uno stiramento al polpaccio. Era evidente che nel gruppo stava maturando qualcosa di più profondo rispetto alla semplice attesa del ritorno della stella. Molto è dipeso dal nuovo assetto tecnico. Gregg Popovich ha lasciato la panchina e il testimone è passato a Mitch Johnson, molto più giovane, chiamato a guidare una squadra che sembra riflettere bene il proprio tempo: atletica, veloce, elastica, con tanti giocatori in grado di fare più cose. Stephon Castle e Dylan Harper hanno portato freschezza, esplosività e coraggio; Carter Bryant, un altro giovane di grande potenziale, ha aggiunto energia verticale e presenza fisica; Devin Vassell continua a essere uno di quei giocatori che semplificano la vita di tutti, perché sa segnare e difendere; Julian Champagnie si è trasformato in una minaccia credibile e costante da tre punti; e Keldon Johnson resta un giocatore capace di rompere l’equilibrio con la sola forza del carattere.

E poi c’è De’Aaron Fox, arrivato in una mossa che inizialmente aveva lasciato perplessi diversi osservatori. Qualcuno si chiedeva se un giocatore già nel pieno della carriera fosse davvero compatibile con i tempi di una squadra tanto giovane. Oggi quella scelta appare molto più chiara. Fox ha portato esperienza, creazione dal palleggio, ritmo, capacità di gestire finali e momenti sporchi. In certe sere è lui a dare struttura agli Spurs. In altre, invece, diventa il detonatore che apre il campo a Wembanyama e agli esterni. Luke Kornet, dal canto suo, ha dato minuti preziosi nel reparto lunghi, soprattutto quando il francese era fermo o limitato.

Quando gli Spurs hanno affrontato Oklahoma City per la prima volta, in molti pensavano che sarebbe stato un test severo ma tutto sommato indicativo. I Thunder erano partiti in modo impressionante e alcuni li consideravano già una squadra storica in costruzione. San Antonio li ha battuti. Poi li ha battuti dieci giorni dopo, e di nuovo il giorno di Natale. A quel punto era impossibile parlare di caso.

La stagione, però, non è stata lineare. Le squadre avversarie hanno iniziato a usare ogni mezzo possibile per contenere Wembanyama, spesso colpendolo con durezza e costringendolo a convivere con piccoli acciacchi; Fox ha attraversato un periodo di calo al tiro; Castle ha pagato con troppi falli la sua aggressività; Bryant ha alternato sprazzi atletici impressionanti a errori vistosi, soprattutto al ferro. Gli Spurs hanno oscillato. È in quel contesto che è nato uno degli episodi più curiosi e rivelatori della loro annata. Dopo una serie di partite difficili, Wembanyama ha detto a Keldon Johnson che era il momento di “concentrarsi”. Johnson parlava da un po’ dell’idea di rasarsi, ispirato da alcuni amici, ma non voleva farlo da solo. Wembanyama, probabilmente, ripensava al proprio passaggio a Shaolin. Così hanno preso un rasoio e si sono tagliati i capelli a vicenda. Un gesto che poteva sembrare uno scherzo da spogliatoio e che invece ha assunto quasi il valore ascetico di un rito di passaggio. Da quel momento, gli Spurs hanno preso definitivamente quota. Hanno chiuso con 62 vittorie e 20 sconfitte, quasi il doppio delle vittorie dell’anno precedente e quasi il triplo rispetto a due anni fa. Hanno conquistato il secondo posto nella Western Conference, alle spalle proprio di Oklahoma City, contro cui hanno chiuso con un impressionante 4-1 stagionale.

Ridurre tutto a Wembanyama sarebbe ingiusto verso gli altri, ma sarebbe ancora più sbagliato sottovalutare quanto la sua presenza cambi l’identità della squadra. È il centro gravitazionale di un’intera cultura competitiva. Trascina gli altri per intensità, ambizione, immaginazione. Cambia la geometria del campo su entrambi i lati. Può intimidire vicino al ferro, aprire il campo con il tiro, guidare in transizione, trovare un compagno con un passaggio che altri lunghi non vedono nemmeno. E, soprattutto, ha già cominciato a dare una forma personale anche al rapporto tra squadra e città: è stato lui a immaginare un gruppo organizzato di tifosi sul modello degli ultras europei, scegliendo personalmente i sostenitori più accesi.

Naturalmente i playoff sono un’altra cosa. In NBA si ripete da sempre che una squadra giovane, prima di vincere davvero, deve conoscere la durezza delle sconfitte di primavera. Il basket di postseason è più fisico e più crudele. Nessuno si stupirebbe se San Antonio dovesse fermarsi contro Oklahoma City o magari contro Denver di Nikola Jokić, cioè il miglior giocatore del mondo almeno fino a prova contraria. E anche il primo turno, contro i giovani e velocissimi Portland Trail Blazers, potrebbe nascondere più insidie del previsto. Eppure gli Spurs danno la sensazione di non rientrare fino in fondo nelle vecchie categorie. Come il loro fuoriclasse, sembrano diversi. Hanno entusiasmo, profondità, atletismo, creatività e una fiducia crescente.

Nemmeno la storia della testa rasata si è chiusa in modo ordinato. Non tutti hanno seguito il rito. Stephon Castle, con i suoi dreadlocks, non aveva la minima intenzione di toccarsi i capelli. I veterani come Fox e Harrison Barnes, forti del loro status, si sono chiamati fuori. Però hanno lanciato una specie di sfida a Bryant: se avesse continuato a sbagliare schiacciate malgrado il suo atletismo irreale, prima o poi sarebbe toccato a lui. Nell’ultima partita di regular season, contro Denver, Bryant è salito in cielo per raccogliere un alley-oop e ha schiacciato con violenza proprio sopra Jokić. I capelli li ha tenuti. E insieme ai capelli, gli Spurs si sono tenuti qualcosa di ancora più importante: la sensazione che tutto, in questo momento, sia davvero possibile.

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