Gregg Popovich

Gregg Popovich lascia la panchina degli Spurs per diventarne presidente

Lo scorso 5 maggio si è chiusa una delle pagine più iconiche della storia del basket mondiale: Gregg Popovich ha annunciato che non sarà più l’allenatore dei San Antonio Spurs. Dopo 29 stagioni, cinque titoli NBA, una medaglia d’oro olimpica e una quantità inarrivabile di aneddoti e vittorie, Pop ha deciso di fare un passo di lato: diventerà presidente della squadra. E sì, ora è ufficialmente El Jefe (Il capo).

L’annuncio è arrivato con il solito stile Popovich: sobrio, diretto, eppure intriso di simboli. In conferenza stampa, Tim Duncan e Manu Ginobili lo hanno aiutato a togliersi la giacca per mostrare una t-shirt con scritto El Jefe. Era il Cinco de Mayo, e a San Antonio – città texana ma con anima latina – il messaggio non è passato inosservato: il Capo non se ne va, cambia campo da gioco.

Dall’Air Force alla Hall of Fame

Quando il 27 giugno 1966 il diciassettenne Gregg Popovich si presentò alla United States Air Force Academy, lui e gli altri 1.034 compagni marciarono sotto un arco e su per una rampa imponente fino al campus, appena a nord di Colorado Springs. Di lì a poco, 735 di loro avrebbero chiamato quel posto “casa” per i successivi quattro anni.

Ad accoglierli, il Generale di Brigata, Louis T. Seith, Comandante dei Cadetti, con un messaggio asciutto e pieno di speranza: rappresentate il meglio della gioventù americana. Ma l’idillio durò poco. Tra orientamento, indottrinamento, vaccinazioni e prime umiliazioni, i cadetti furono subito messi alla prova. Quella fu la loro prima vera lezione: supera te stesso.

E Popovich non l’ha mai dimenticata.

Ha iniziato ad allenare nel 1973, ma è con gli Spurs che ha scritto la leggenda: arrivato nel 1994 da general manager, nel 1996 si è autoproclamato allenatore dopo l’esonero di Bob Hill. L’anno dopo San Antonio vince la lotteria del Draft e sceglie Tim Duncan. Il resto è storia: cinque titoli (1999, 2003, 2005, 2007, 2014), 1.422 vittorie in regular season (record NBA) e 170 nei playoff. Nessuno come lui.

Ma ridurre Popovich a un conteggio di trofei sarebbe come raccontare il jazz solo con lo spartito: manca l’anima.

È stato un innovatore, un educatore, un burbero dal cuore grande. I suoi metodi? Rigorosi. Il suo stile? Tagliente. Il suo cuore? Immenso. È stato capace di tenere sotto torchio leggende come Duncan e David Robinson, pur mettendo sempre l’essere umano davanti all’atleta. I giocatori lo sanno: con Pop, prima vieni tu, poi la palla.

Il suo motto che racchiude, in un certo senso, la sua filosofia di gioco e di vita è un adagio di un giornalista e riformatore sociale del XIX secolo, Jacob Riis, ed è inciso sulle pareti dello spogliatoio degli Spurs in tutte le lingue parlate dai suoi giocatori:

Quando niente sembra funzionare, vado a guardare uno scalpellino che martella la sua pietra forse un centinaio di volte senza che si veda nemmeno una crepa. Eppure al centunesimo colpo si spacca in due, e so che non è stato quel colpo a farlo, ma tutto quello che c’era stato prima.

Bam Adebayo ha raccontato che durante i raduni del Team USA, Pop metteva una mappa del mondo sul muro e chiedeva: “Dov’è l’Italia? Dov’è Tokyo?“. E chi rispondeva bene si portava a casa una macchinina giocattolo. Non era solo folklore: Pop voleva gente curiosa, pensante, completa.

Steve Kerr, che ha giocato per lui e poi lo ha affiancato in nazionale, lo ha definito “un geniale creatore di cultura“, perché non si limitava a disegnare schemi: creava contesti, connessioni, famiglie. A cena con i suoi giocatori, decideva perfino i posti a sedere per far dialogare chi non si conosceva bene. Ogni brindisi? Sempre lo stesso: “A Tim Duncan“. Uno spaccato dell’umiltà e della modestia di Popovich, due dei tanti tratti che lo hanno reso caro a giocatori e allenatori.

Facevamo queste cene e chiacchieravamo della vita. Parlavamo di vacanze, vino, famiglia, di cosa significasse la vita. Quando sei con qualcuno così, una persona che si preoccupa di tutte queste cose oltre a volerti il ​​miglior giocatore possibile, allora vuoi andare a lavorare con quella persona, stare con quella persona. Sai come quando incontri un buon amico, qualcuno con cui le cose fluiscono spontaneamente?

Kevin Durant

Il suo modo di allenare si adattava ai tempi. All’inizio, dominava con le Twin Towers Duncan-Robinson. Poi ha rivoluzionato l’attacco con il beautiful basketball del 2014. E anche se odiava il tiro da tre, è stato uno dei primi ad accorgersi della sua importanza.

Un uomo controcorrente

È sempre stato anche una coscienza critica della NBA. Nel 2012, stufo di un calendario disumano, mandò a casa i suoi titolari prima di una partita in diretta nazionale. La lega lo multò di 250.000 dollari, ma da lì cambiò la pianificazione delle stagioni. E non si è mai trattenuto in ambito politico: più volta ha accusato Donald Trump, definendolo “un razzista bugiardo“.

Ha avuto momenti teneri, come quando si commosse ascoltando Becky Hammon (prima vice-allenatrice in NBA) ringraziarlo alla Hall of Fame. E momenti esilaranti, come il fallo intenzionale su Shaquille O’Neal dopo 5 secondi di partita, solo per prenderlo in giro.

In uno dei rari momenti in cui mise da parte il suo proverbiale sarcasmo, Gregg Popovich accolse con affetto il ritorno di Craig Sager a bordocampo nel 2015, rendendo omaggio al giornalista ritornato dopo una leucemia con un commento sincero e affettuoso: “Devo dire sinceramente che è la prima volta che mi diverto a fare questa ridicola intervista che ci viene richiesta (quella in mezzo alla partita, ndr). È perché sei qui e sei tornato con noi. Bentornato, bello! Ora fammi un paio di domande insensate“.

La foresta di Popovich – perché ormai non si può più parlare di “albero genealogico” – si estende in tutta la NBA: Kerr, Budenholzer, Udoka, Snyder, Hardy, Jenkins, Brown. I suoi ex assistenti e giocatori sono oggi a capo di mezza lega.

E ora? Mitch Johnson, 38 anni, promosso da Pop in persona, sarà il nuovo capo allenatore. Attorno a lui, un gruppo giovane ma promettente, con Victor Wembanyama, Stephon Castle (rookie dell’anno) e De’Aaron Fox. Il futuro è nelle mani giuste, ma l’ombra di Popovich – benevola e vigile – resterà lunga.

Nonostante ami ancora questo gioco, è il momento di fare spazio“, ha detto nel suo comunicato. Non allenerà più, ma continuerà a guidare gli Spurs da presidente. Con discrezione, umiltà, e probabilmente un bicchiere di vino in mano.

E ogni volta che alzerà quel bicchiere, sappiamo già a chi sarà dedicato il brindisi.

A Tim Duncan.

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