Il fragore delle bombe sovrasta ogni altra considerazione. Eppure il calcio, che vive di calendari inflessibili e di contratti blindati, non può permettersi il lusso dell’astrazione.
I raid statunitensi e israeliani sull’Iran, che secondo dichiarazioni della Casa Bianca potrebbero protrarsi per settimane, hanno scosso l’intero equilibrio mediorientale. La morte della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e la spirale di ritorsioni hanno aperto una fase di instabilità profonda. In questo contesto, il destino della nazionale iraniana ai Mondiali in Nord America appare marginale solo in apparenza. In realtà, la domanda è tutt’altro che secondaria: l’Iran parteciperà?
Il torneo prenderà il via l’11 giugno tra Stati Uniti, Canada e Messico. L’Iran, inserito nel girone G, ha in programma tutte le sue partite sul suolo americano: l’esordio contro la Nuova Zelanda al SoFi Stadium, nell’area di Los Angeles, quindi la sfida con il Belgio e, in chiusura, quella con l’Egitto a Seattle.
Mattias Grafström, segretario generale della FIFA, ha assicurato che l’obiettivo rimane quello di garantire un Mondiale sicuro e aperto a tutti, precisando che allo stato attuale non è intervenuta alcuna modifica organizzativa. Di tono ben diverso le parole di Mehdi Taj, presidente della federazione iraniana, che ai media di Stato ha confessato quanto sia arduo, dopo un attacco di tale portata, guardare alla competizione con fiducia. La scelta finale, ha aggiunto, spetterà alle autorità sportive del Paese.
Le variabili in gioco sono numerose e intrecciate. Teheran potrebbe optare per un boicottaggio, trasformando la rinuncia in una dichiarazione politica contro Washington. Potrebbero però imporsi ragioni di sicurezza, valutate tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Resta infine lo scenario più delicato, quello di un intervento diretto delle autorità statunitensi.
L’amministrazione Trump ha già introdotto limitazioni all’ingresso per i cittadini iraniani, pur mantenendo una deroga per atleti, tecnici e personale essenziale diretti a competizioni di rilievo globale. Nel 2018, alla vigilia dell’assegnazione del torneo al Nord America, Trump aveva assicurato in una comunicazione ufficiale che gli Stati Uniti avrebbero garantito accesso senza discriminazioni ad atleti e tifosi di ogni Paese. Oggi resta da stabilire quanto quell’impegno sia giuridicamente vincolante e, soprattutto, se sia politicamente sostenibile nell’attuale clima di tensione.
Non è un’ipotesi astratta. In passato, alcuni rappresentanti iraniani non hanno ottenuto il visto per partecipare al sorteggio del Mondiale. Andrew Giuliani, a capo della task force della Casa Bianca per il torneo, ha chiarito che ogni visto concesso o negato rientra in una valutazione di sicurezza nazionale. In un simile quadro, se la FIFA non riuscisse a intervenire efficacemente su singole esclusioni, avrebbe margini assai ridotti per contrastare un eventuale provvedimento più esteso nei confronti dell’intera delegazione.
E se l’Iran si ritirasse, volontariamente o per forza maggiore? I regolamenti del Mondiale 2026 attribuiscono alla FIFA un’ampia discrezionalità. In caso di ritiro o esclusione, l’organo organizzatore può decidere come procedere e adottare le misure ritenute necessarie, inclusa la sostituzione della federazione partecipante. Le opzioni teoriche sono due. Mantenere il girone G a tre squadre, ricalibrando il formato. Oppure individuare una nazionale subentrante. Entrambe le strade presentano difficoltà notevoli, soprattutto se la decisione maturasse a ridosso dell’inizio del torneo. Preparazione atletica, logistica, contratti commerciali e diritti televisivi non si improvvisano in poche settimane.
Dal punto di vista sportivo, l’eventuale sostituzione aprirebbe un contenzioso inevitabile. L’Iran ha ottenuto la qualificazione dominando il terzo turno asiatico; l’Uzbekistan lo ha accompagnato con accesso diretto, mentre Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno dovuto inseguire attraverso i playoff, in un intreccio che coinvolge anche l’Iraq e perfino rappresentative di altri continenti. Individuare la nazionale “più titolata” al subentro significherebbe districarsi in un labirinto regolamentare, dove criteri meritocratici, tempistiche e opportunità politica finirebbero per sovrapporsi. In ultima istanza, tuttavia, la decisione spetterebbe alla FIFA, cui i regolamenti attribuiscono un potere discrezionale ampio e difficilmente sindacabile.
Precedenti se ne contano pochissimi. L’ultimo Mondiale segnato da ritiri successivi alla qualificazione risale addirittura al 1950, in un contesto storico e organizzativo lontanissimo dall’attuale. Più recente è il caso del Mondiale per club 2025, quando l’esclusione del León per violazione delle norme sulla multiproprietà impose uno spareggio tra Club América e Los Angeles FC per assegnare l’ultimo posto disponibile. Ma un torneo per nazionali ha una complessità logistica, politica e simbolica incomparabilmente superiore.
Rimane, sullo sfondo, la questione più ampia. Le operazioni militari potrebbero compromettere la stessa organizzazione del Mondiale negli Stati Uniti? Allo stato attuale non emergono segnali concreti in questa direzione. Non si registrano rischi diretti sul territorio americano né si è formata una pressione internazionale compatta tale da prefigurare un boicottaggio su larga scala.
Ancora una volta, il calcio si scopre sospeso tra la rivendicazione di autonomia e l’irruzione della storia. Il campo invoca neutralità. La realtà geopolitica, quasi sempre, la mette alla prova.







