I novanta minuti del calcio hanno qualcosa di stranamente arbitrario, come molte cose che poi diventano sacre. Nella seconda metà dell’Ottocento, quando in Gran Bretagna ogni scuola e ogni club si portavano dietro un regolamento diverso, qualcuno doveva pur mettersi d’accordo su quanto far durare una partita. Tra chi la voleva da un’ora e chi la voleva da due, ha vinto la via di mezzo. Due tempi da quarantacinque e il mondo si è sistemato.
Da allora, che si tratti di una finale mondiale o di una domenica qualunque in periferia, lo scheletro è rimasto lo stesso. Solo che, dentro quel contenitore, il calcio reale è un’altra cosa. Perché se guardiamo quanto realmente si gioca, scopriamo che superare l’ora piena è più raro di quanto la retorica del “gioco continuo” faccia credere. Il pallone esce, si aspetta la rimessa, ci sono falli, proteste, infortuni, cambi, controlli al VAR, esultanze che si allungano. E poi c’è l’arte antica, sempre attuale, di far scorrere il tempo quando il risultato conviene.
Da qui nasce il dibattito sul tempo effettivo che torna ciclicamente e che negli ultimi anni si è trasformato in un tema serio, da tavoli federali e non solo da bar. L’idea è semplice e per questo fa paura. Fermare il cronometro quando la palla non è in gioco, come avviene nel basket o nel rugby, e sostituire l’attuale modello “novanta più recupero” con una durata effettiva, spesso immaginata come sessanta minuti reali.
Il punto non è soltanto estetico, anche se l’estetica conta. Il tempo effettivo promette sì un calcio più fluido e meno esposto alle furbizie e alle esasperazioni, ma soprattutto promette anche un cambio di identità.
Negli ultimi decenni il calcio ha modificato parecchie regole, anche in modo drastico per come venivano percepite all’inizio. Le sostituzioni sono aumentate, il retropassaggio al portiere è stato “ripulito”, il VAR è entrato nel campo come un nuovo personaggio fisso del racconto. Eppure, la struttura profonda del gioco è rimasta intatta. Con il tempo effettivo, invece, sarebbe un altro scenario. Per questo, quando se ne parla, il tono cambia. Pierluigi Collina lo disse apertamente durante i Mondiali 2022, quando parlò di una media salita a “quasi 59 minuti” di calcio effettivamente giocato. Nel frattempo l’IFAB, che è l’organismo chiamato a decidere le regole del calcio, ha iniziato da tempo a ragionare sul tema. Ci sono stati anche esperimenti, piccoli e molto controllati. In alcuni casi il tempo effettivo è stato testato solo negli ultimi minuti, in altri dentro partite più corte, con cronometro a conto alla rovescia e stop automatico alle interruzioni. Un laboratorio, insomma.
Poi c’è il capitolo italiano, che nel racconto pubblico è diventato quasi un genere letterario. “In Serie A non si gioca mai”, “in Europa poi si paga”, “qui il ritmo è spezzettato”. È un refrain che torna spesso, anche nelle dichiarazioni degli allenatori. E in effetti le partite italiane possono sembrare più frammentate, più nervose, ma quando si entra nel territorio dei numeri, la faccenda si complica. Alcuni dati Opta hanno fotografato un avvio di stagione 2025-26 con una media attorno ai 52 minuti e 42 secondi di palla in gioco su una durata complessiva media di 97 minuti e 51 secondi. Nello stesso filone, la Serie A viene descritta come il campionato con più falli tra i big five, con una media citata di 27 a partita, contro 22 della Premier League e 23 della Bundesliga. E poi c’è il tempo medio di ogni interruzione che è salito dai 34 secondi del 2020 ai 40 secondi dell’inizio stagione.
Le statistiche, però, non sono tutte uguali, perché non misurano tutte la stessa cosa. Alcuni dataset parlano di ball in play in minuti e secondi, altri parlano di percentuale sul tempo totale, altri ancora includono o escludono certi eventi. Il rischio è creare confusione e, senza volerlo, alimentare il solito derby dei numeri.
Per esempio, il CIES Football Observatory ha pubblicato analisi basate su dati InStat che mostrano differenze tra leghe e campionati, e nei top five mette spesso la Bundesliga tra i tornei più “fluidi” in termini percentuali, con la Liga tra quelli più bassi. Non è la stessa metrica del “52:42”, e infatti non deve combaciare al secondo. Il punto non è vincere una guerra di decimali, e indipendentemente dalla metrica usata, il risultato è che il calcio moderno vive stabilmente sotto l’ora piena di palla realmente in movimento.
In Premier League, per dire, il tema è diventato notizia. A ottobre 2025 il The Guardian ha scritto che, mentre la durata complessiva delle partite si è allungata, la palla in gioco viaggia attorno ai 55 minuti. Più minuti totali che non necessariamente significano più calcio. E The Analyst, guardando l’inizio della stagione 2025-26, ha riportato un valore medio nelle prime giornate attorno ai 54 minuti e 21 secondi, con oscillazioni e risalite nelle settimane successive. Questi numeri contano per un motivo semplice: smentiscono l’idea che sia solo un problema italiano. È un problema strutturale, con stili diversi e colpe distribuite in modo più democratico di quanto ci piaccia ammettere.
Le rimesse laterali, i rinvii dal fondo, la gestione dei falli sono parte fisiologica del calcio. Paradossalmente, spesso il tempo se ne va proprio nelle azioni più normali, quelle che non fanno scandalo. Poi ci sono i minuti che scivolano via senza che nessuno li annoti davvero, come le esultanze, che sommate possono diventare una fetta importante della partita. E infine c’è il tempo perso volontariamente, quello che tutti vedono e che tutti detestano, almeno quando lo fa l’avversario.
Qui il discorso si fa quasi filosofico. C’è chi sostiene che perdere tempo sia una forma di gestione, una strategia come un’altra. Chi vince la chiama “controllo della partita”, chi perde la chiama “perdita di tempo”. E in effetti esistono modi perfettamente leciti di far passare secondi preziosi anche con il pallone in gioco, come, per esempio, il tener palla vicino alla bandierina. Il tempo effettivo non eliminerebbe queste scelte. Semplicemente toglierebbe dal tavolo quelle più teatrali, le più irritanti.
Se non si introduce il tempo effettivo, resta l’altra strada, quella del recupero sempre più generoso e delle sanzioni più dure per chi perde tempo. Negli ultimi anni, anche per effetto del VAR e di una maggiore attenzione alle interruzioni, i recuperi sono aumentati. E questo ha già cambiato qualcosa. Ha cambiato la percezione del finale, ha spostato l’ansia più in là, moltiplicando le partite decise oltre il novantesimo. In Serie A lo si è visto in modo quasi narrativo, con episodi che hanno alimentato discussioni infinite. Recuperi lunghi, proteste, ribaltamenti all’ultimo respiro. Ma a questo punto, se la partita ormai dura davvero cento minuti, perché continuare a fingere che sia “novanta più qualcosa”?
Ma anche qui c’è un limite. Un recupero da quindici o venti minuti sarebbe difficile da digerire per il pubblico e difficile da gestire per le squadre. Rischierebbe di trasformare il finale in una zona grigia, un supplementare non dichiarato, con nuovi spazi per le polemiche e per la sensazione che l’arbitro “decida” la durata della partita. Il tempo effettivo, almeno in teoria, taglierebbe questo nodo.
Il vero problema è che ciò avrebbe un costo. Cambierebbe il lavoro degli allenatori e il modo di gestire energie e cambi. Cambierebbe perfino la memoria statistica del calcio. Come confrontare un attaccante cresciuto nei novanta minuti tradizionali con uno che gioca sessanta minuti effettivi, ma a ritmo più alto e con meno pause? E soprattutto, come introdurre una riforma così grande senza spaccare il gioco in due mondi, uno che sperimenta e uno che resiste? Il calcio, in fondo, è un animale conservatore. Ama definirsi universale e riconoscibile ovunque. Per questo è difficile immaginare un singolo campionato che vada da solo, oppure una categoria che provi a farsi notare trasformando la regola del tempo. Ma allo stesso tempo è altrettanto difficile pensare a un cambiamento globale introdotto di colpo, in una sola estate. Eppure la spinta esiste, e non riguarda solo l’equità sportiva. Oggi una partita non compete soltanto con un’altra partita. Compete con tutto. Con i videogiochi, con lo streaming, con la frammentazione dell’attenzione, con l’idea che due ore davanti a uno schermo vadano “ripagate”. Se l’esperienza diventa troppo spezzata, troppo negoziata, troppo lenta, il rischio è noia, per non dire disaffezione.
Da qui la sensazione, sempre più diffusa, che il tempo effettivo sia una direzione possibile, forse inevitabile. Prima o poi, qualcuno dovrà decidere se il calcio vuole continuare a essere un gioco da novanta minuti con dentro più di un’ora di partita, oppure un gioco che ammette finalmente, senza ipocrisie, quanto tempo si gioca davvero. La battuta più cinica sul calcio è sempre stata che “è una perdita di tempo”. Il bello è che quella frase non è una metafora, ma un problema tecnico da risolvere.







