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La porta dell’inferno

Nzerekore, Guinea. Il sole bruciava alto quando il disastro ha colpito lo Stade du 3 Avril. Il 1° dicembre, una folla che avrebbe dovuto celebrare una partita di calcio ha vissuto una tragedia. La tensione è esplosa in seguito a una contestata decisione arbitrale, che ha scatenato la reazione furiosa dei sostenitori delle due squadre. La situazione è rapidamente degenerata, portando a gravi disordini e a un drammatico bilancio di vittime. Le urla, il panico e il pianto dei bambini si sono mescolati al fumo dei gas lacrimogeni e all’eco dei corpi che cadevano. I vivi cercavano disperatamente di sfuggire alla morsa della morte.

Mory Sanoh ricorda, in un’intervista per The Athletic, ogni momento come se fosse ora. “Amavo moltissimo mio figlio“, dice con la voce spezzata dalle lacrime. Lacinte, il suo bambino di sette anni, era andato allo stadio per vedere la partita. Era entusiasta. “Quando sono tornato a casa dal lavoro, tutti chiedevano di lui. Poi ho sentito che c’era stato un incidente allo stadio.

Sanoh è uno dei tanti genitori che non hanno più rivisto i loro figli vivi. La sua disperazione si trasforma in rabbia impotente: “Se potessi, farei pagare i responsabili della sua morte, ma lo lascio a Dio. Non ho altra scelta“.

Le autorità guineane parlano di 56 morti. Le organizzazioni per i diritti umani stimano almeno 135 vittime. Molti di loro erano bambini, schiacciati nella calca o soffocati dai gas lacrimogeni. La verità è ancora nascosta tra le macerie dell’incuria e della negligenza. Quello che era iniziato come un carnevale festoso e colorato alla fine della giornata era diventato un massacro.

Quel giorno ho visto la morte. C’erano corpi ovunque. Le persone portavano via i morti in braccio. Alcuni li lasciavano sul ciglio della strada, senza sapere dove altro metterli.

Amadou Doumbouya, proprietario di un chiosco vicino allo stadio

Una tragedia annunciata

Lo Stade du 3 Avril, costruito per ospitare 5.000 persone, era stato riempito con oltre 15.000 tifosi. Era la finale di un torneo organizzato per omaggiare Mamady Doumbouya, il capo militare del paese. L’ingresso era gratuito. La partita doveva iniziare originariamente alle 14:30, ma gli organizzatori, che volevano assicurarsi di avere la possibilità di radunare la folla per amplificare la propaganda politica, l’hanno posticipata alle 17:00. La conseguenza? Sempre più persone si sono accalcate sugli spalti.

Quando la tensione tra i tifosi si è fatta insostenibile, la polizia ha reagito nel peggiore dei modi con il lancio di gas lacrimogeni. La folla, nel panico, è corsa verso il cancello principale. Il flusso inarrestabile di persone ha rapidamente creato un ingorgo umano. Quando i cancelli sono stati forzati, quelli in prima fila sono stati schiacciati e spinti a terra, mentre chi si trovava dietro non poteva fermarsi, causando una pressione crescente e un blocco devastante. Feromo Beavogui, un giornalista presente, ricorda: “Ero intrappolato nella calca. Qualcuno mi ha afferrato la mano e mi mi ha tirato su.”

Il giorno in cui tutto è crollato

Il cancello principale ora pende, contorto, come un triste monumento di metallo spezzato. Le sue cerniere sono piegate, segni di un’uscita che non ha mai potuto servire allo scopo.

Marie Louise Caulier, una cronista locale, descrive il momento in cui è iniziato il caos:

C’è stato un rigore contestato e ho visto una pietra lanciata da un angolo. Ho subito pensato: ‘Non finirà bene.’ La folla era enorme e questo mi ha spaventato.

Le persone correvano, ma non c’era via di fuga. I cancelli secondari erano chiusi o troppo stretti. Nel panico, alcuni hanno tentato di scavalcare i muri, alti tre metri, trovando spesso la morte nella caduta. Un’insegnante, Andre Sagno, racconta con voce rotta:

Ci hanno lanciato gas lacrimogeni mentre tentavamo di uscire. Ho visto persone cadere e altri schiacciarli senza poter fare nulla.

Marie, che aveva appena subito un taglio cesareo, si è trovata intrappolata. “Non riuscivo a respirare. Gli occhi mi bruciavano. Pensavo: ‘Morirò qui’“.

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Corpi senza nome

Quando è scesa la notte, il campo si è trasformata in un immenso obitorio. Joel Gbamou ha trovato i corpi dei suoi due nipoti solo dopo 24 ore di ricerche. “È stato uno shock enorme. Sto cercando di essere forte, ma è impossibile“.

Mamadi Sanoh, che ha perso il figlio di 10 anni, denuncia l’assenza delle autorità: “Non abbiamo visto nessuno dello Stato venire a consolarci. Sono venuti solo per scrivere i nomi dei nostri morti su un foglio“.

La caccia alla verità

Emmanuel Sagno, dell’Organizzazione guineana per i diritti umani, cerca giustizia: “Abbiamo contato almeno 135 morti, ma il bilancio potrebbe essere molto più alto. Un padre ha perso tutti e cinque i suoi figli“.

Questa porta qui, è la porta dell’inferno.

Secondo Sagno, il disastro è stato causato da sovraffollamento e dall’uso indiscriminato di gas lacrimogeni.Se vogliono la verità, devono lavorare con noi. Vogliamo supportare le famiglie e ottenere giustizia“.

Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente. Samira Daoud, direttrice regionale, avverte:

L’attuale silenzio del governo e le restrizioni all’accesso a Internet sollevano seri dubbi sulla volontà di fare luce sulla tragedia.

Giustizia rimandata

La FIFA e la Confederation of African Football (CAF) si sono dichiarate estranee ai fatti. “Era una partita non ufficiale“, hanno spiegato, lavandosi le mani.

Nel frattempo, il governo ha proclamato tre giorni di lutto e annunciato un’indagine. Ma pochi ci credono.

Allo stadio, i graffiti sui muri chiedono giustizia. I bambini scampati alla tragedia hanno iniziato a tornare, a giocare a calcio e a tracciare le linee nella sabbia per delimitare il campo. La vita continua a Nzerekore, ma la giustizia sembra ancora lontana.

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