Guglielmo II germania impero

Quando un sovrano permaloso e inetto gestisce un impero

Tra le poche cose che Guglielmo II faceva con regolarità quasi professionale, una gli veniva davvero spontanea: offendere. Davanti al seguito del re Vittorio Emanuele III lo liquidò come “il nano”. Al principe di Bulgaria, Ferdinando I, appiccicò il nomignolo “Fernando naso” per quel profilo adunco e ci mise sopra, con gusto per il veleno, la voce, volutamente infamante, che fosse ermafrodita. Il punto non era solo l’insulto, ma la sua totale incapacità di tenerlo per sé. La discrezione non era il suo forte. Le battute passavano di bocca in bocca e arrivavano ai diretti interessati prima ancora che potessero scegliere una risposta. Ferdinando, però, non lasciò correre. Nel 1909 andò in Germania e quando l’imperatore gli assestò in pubblico una pacca sul sedere, rifiutandosi poi di scusarsi, il principe tolse ai tedeschi un contratto di armamenti, dirottandolo verso una società francese.

Guglielmo si considerava un virtuoso della “diplomazia personale”. La immaginava come l’arte sovrana di risolvere la politica estera guardando negli occhi gli altri monarchi e persuadendoli con una stretta di mano. Il problema è che trattava gli altri in modo strumentale, mentiva con facilità compulsiva e dava l’impressione di capire poco la catena che unisce una decisione alle sue conseguenze. Al primo anno di governo in tutta Europa si parlò a lungo della sua tappa a Roma. La visita, voluta e orchestrata da Francesco Crispi, aveva il sapore di un sigillo politico sulla Triplice Alleanza. Ma Guglielmo II aveva promesso anche un passaggio in Città del Vaticano, e per quell’incontro era stato approntato un cerimoniale rigidissimo, pensato per evitare scivoloni (la ferita della presa di Roma era ancora cocente). Nella capitale del Regno d’Italia fu accolto come una star di Stato. Leone XIII lo ricevette nello studio privato e, appena iniziato il colloquio, tornò sul tema che gli bruciava di più: la condizione della Chiesa dopo il 1870. Il contrasto era quasi teatrale, perché il giorno prima, a pranzo al Quirinale, l’imperatore aveva brindato proprio a Roma come capitale d’Italia (!). L’udienza, che doveva durare mezz’ora, si chiuse invece dopo appena dodici minuti. Enrico di Prussia e Herbert von Bismarck, presenti con lui, aprirono di colpo la porta e interruppero bruscamente l’incontro (forse per evitare ulteriori gaffe), il che lasciò evidenti strascichi diplomatici.

Guglielmo II cercò si scontrò anche con il Cancelliere Otto von Bismarck. I due affrontavano la politica con approcci opposti, soprattutto in politica estera e quando entravano in gioco le questioni sociali. Guglielmo amava presentarsi come sovrano “moderno”, di petto, al contrario del suo celebre cancellerie. Lo scontro esplose a marzo del 1890, quando dopo alcuni incidenti che Bismarck interpretò come un affronto alla propria autorità, arrivarono le dimissioni del “cancelliere di ferro”, che furono accettate senza esitazioni. Al suo posto venne nominato il conte Leo von Caprivi. Senza la presenza dominante di Bismarck, Guglielmo si sentì finalmente libero di imprimere al governo la propria firma. Ma anche Caprivi, pur obbediente, non bastava. Quando l’imperatore si accorse che non lo seguiva in tutto, lo licenziò nel 1894 e lo sostituì prima con Chlodwig zu Hohenlohe-Schillingsfürst, e poi con Bernhard von Bülow, che, come bravo scolaretto, pare si annotasse sul polsino della camicia tutte le indicazioni del suo re.

Intanto nel 1890 Guglielmo lasciò scadere l’accordo difensivo che da anni teneva legata la Russia e garantiva al Reich una relativa quiete sul fronte orientale, uno di quei capolavori di equilibrio che Bismarck aveva cucito con pazienza. Guglielmo era convinto che i russi avessero bisogno della benevolenza tedesca e che bastasse farla intravedere senza concederla, ma Mosca si spostò con rapidità verso la Francia, il nemico a ovest, compromettendo l’intera strategia estera dell’impero, che avrebbe poi spinto la Germania ad entrare in guerra. A quel punto l’imperatore provò a rimediare, pensando di poter blandire e manipolare il cugino Nicola II, che considerava un uomo debole. Nicola però lo liquidò, senza molti riguardi, e l’illusione di riportare la Russia nell’orbita tedesca si sgonfiò.

Aveva una passione quasi incontrollata per i discorsi e, soprattutto, per il fuori copione. Nemmeno i suoi uomini riuscivano a contenerlo. Per limitare i danni, arrivarono a distribuire ai giornali tedeschi le versioni scritte degli interventi prima che l’imperatore li pronunciasse davvero, ma ciò non impedì che le gaffe viaggiavano per l’Europa con la velocità del pettegolezzo di corte. In pubblico amava ripetere che nell’impero c’era un solo padrone e che non avrebbe tollerato alternative. Ce l’aveva soprattutto contro i socialdemocratici, che trattava come nemici della patria e che definiva una “banda di traditori”. August Bebel, capo socialista, osservò con perfidia che ogni volta che l’imperatore apriva bocca il partito guadagnava centomila voti.

Quando salì al trono nel 1888 aveva ventinove anni. Voleva essere percepito come un uomo duro, un sovrano a cui ci si doveva cieca obbedienza. Fetishizzò l’esercito. Si circondò di generali, anche se poi non amava ascoltarli. Possedeva qualcosa come centoventi uniformi e vestiva quasi solo quelle. Eppure, al netto dell’iconografia, i militari lo giudicavano un incapace. Un ex mentore, disilluso, lo descrisse come un uomo divorato dalle distrazioni. Leggeva poco, solo ritagli di giornale e solo quelli che parlavano di lui. Scriveva poco, se non note a margine e preferiva conversazioni brevi. A complicare tutto, cambiava idea di continuo. Era suggestionabile in modo quasi infantile, si piegava all’ultima persona che aveva ascoltato o all’ultimo articolo che gli avevano messo davanti, fino al prossimo incontro o al prossimo ritaglio. Nel 1894 un ministro degli Esteri sbottò che era insopportabile, oggi una cosa, domani un’altra, poi l’opposto. Il suo amico più intimo, Philipp zu Eulenburg, consigliava di far passare ogni proposta come se fosse un’idea dell’imperatore e di ricordarsi sempre lo “zucchero“, cioè l’adulazione.

La sua protezione della destra aggressiva e nazionalista lo circondò di uomini convinti che una guerra europea fosse non solo probabile, ma quasi desiderabile. Alfred von Tirpitz, capo della marina, capì subito che l’imperatore non abitava del tutto il mondo reale e sfruttò con freddezza la sua invidia e la sua rabbia per ottenere cifre astronomiche e costruire una flotta capace di sfidare quella britannica. Ne uscì una corsa agli armamenti che irrigidì la diplomazia e rese la pace più fragile. Ma nonostante fosse influenzabile, Guglielmo non era controllabile. Ogni tanto riaffiorava con scatti di rabbia imprevedibili, quasi volesse dimostrare a se stesso di essere ancora il padrone. Interveniva contro le linee dei suoi consiglieri, licenziava ministri senza preavviso. Bernhard von Bülow si lamentò con un amico di quante crisi avesse dovuto sventare e di quanto tempo fosse costretto a spendere per rimettere ordine dove l’“Altissimo” aveva prodotto caos.

La parte più inquietante era la periodicità delle sue cadute. Quando un disastro o un abbaglio esponeva la sua inadeguatezza, entrava in una vera e propria crisi. Lo raccoglievano, lo portavano in uno dei palazzi, e lui crollava in lacrime, convinto di essere una vittima delle violenze altrui. Poi arrivava la recita muta del risentimento. Dopo qualche settimana tornava su, rumoroso e litigioso come prima.

Guglielmo II germania impero

Alcuni storici ritengono che molte delle sue ossessioni e del suo comportamento aggressivo fossero dovuti alla muscolatura gravemente danneggiata (aveva il braccio sinistro paralizzato e l’omero lesionato) sin dalla nascita. Le cure ridussero le imperfezioni, ma quel corpo che non obbediva perfettamente restò un punto sensibile, forse una spinta ulteriore verso la teatralità della forza. A dieci anni lo iscrissero al primo reggimento della Guardia reale. Nel 1874 fu mandato al ginnasio di Kassel, che lasciò raggiunta la maggiore età nel luglio del 1877. Divenne luogotenente nella Guardia reale a Potsdam e frequentò per due anni diritto all’università di Bonn. Nel 1885 fu nominato colonnello. Nel 1881 sposò Augusta Vittoria, descritta dai contemporanei come madre eccellente e imperatrice non impeccabile. Il padre, che pure voleva introdurlo agli affari di governo, ne temeva la superficialità. Già nel 1882 lo mandò in missione presso la provincia di Brandeburgo per fargli conoscere l’amministrazione civile. Nel 1886 scrisse a Bismarck:

La sua cultura generale è ancor piena di lacune. Questa doppia mancanza di maturità e di esperienza di mio figlio, accresciuta dalla sua tendenza all’esagerazione, mi fanno considerare come pericoloso di accostarlo fin d’ora agli affari di politica estera.

Nel novembre 1887 Guglielmo raggiunse il padre a San Remo, dove il Kronprinz, Federico III, era ormai segnato da un cancro alla gola. Dopo il consulto, che non lasciava più spazio a illusioni sull’esito della malattia, decise di rientrare in Germania e lo comunicò con una lucidità quasi glaciale:

Mio padre è perduto; il suo male è assolutamente cancrenoso. È questione di giorni, forse di settimane. Parto, perché non v’è nulla da sperare da un prolungamento della mia visita. Mio nonno è debolissimo, lo zar sta per giungere e la mia presenza a Berlino è indispensabile. Spero che avrò ancor tempo di tornare qui.

Da quel momento, di fatto, cominciò a muoversi da sovrano in pectore. Il 17 novembre 1887, appena promosso maggior generale, ricevette con un decreto firmato da Guglielmo I e da Bismarck una sorta di investitura informale che lo trasformava in vice imperatore, pronto a sostituire chi non reggeva più il peso del ruolo. Rivide il padre un’ultima volta il 2 marzo 1888 e cinque giorni dopo era già rientrato a Berlino, in tempo per assistere il nonno negli ultimi istanti. Il 15 giugno morì anche Federico III, a Potsdam, e Guglielmo si trovò, senza più intercapedini, con la corona in testa.

Nel frattempo prendeva corpo una convinzione quasi religiosa. Era persuaso che l’impero tedesco avesse un compito storico, politico e spirituale paragonabile a quello di Carlo Magno, e che toccasse a lui incarnarlo e realizzarlo. Da qui l’ossessione per rinforzare l’esercito e la marina, elevati a colonne portanti della missione, e tutto il resto (colonie, cultura, religione, politica sociale e persino arte) lasciate indietro. Ogni evento pubblico diventava un’occasione per mettersi in scena. L’inaugurazione di un monumento, di una caserma aperta, di una scuola, di una chiesa o un anniversario. Sempre un microfono, sempre un discorso. E anche quando si proclamava pacifico, il suo modo di parlare finiva per tenere l’Europa in uno stato di nervosismo permanente.

Oltre allo stress per l’alleanza russo-francese, viveva come una sorta di inferiorità la relazione con l’Inghilterra. Da lì la preoccupazione quasi ossessiva di costruire una flotta che potesse rivaleggiare con quella inglese. Nel gennaio 1896 si espose con il famoso telegramma a Paul Kruger dopo l’incursione di Leander Starr Jameson nel Transvaal e la sconfitta dei britannici per mano boera. Nel 1898 fece una lunga crociera in Palestina che diventò il prologo di un disegno ferroviario transasiatico nel sud, pensato come contraltare all’espansione coloniale e commerciale inglese. Intanto, le sue mosse contribuirono indirettamente a spingere Francia e Inghilterra verso un’intesa, che si formalizzò con l’accordo dell’8 aprile 1904, con riconoscimenti incrociati tra Egitto e Marocco. Il suo intervento proprio in Marocco non fu felice, e l’episodio di Agadir con la conseguenza conferenza di Algeciras non portarono risultati favorevoli alla Germania. Eppure, dentro questo quadro nervoso, la Germania sotto di lui ampliò l’impero coloniale e costruì una marina mercantile potente, anche grazie ai consigli di Albert Ballin. Nel novembre 1897 avvenne l’occupazione di Kiaochow, trasformata rapidamente in un gioiello coloniale. Nel 1899 arrivò l’acquisto delle Isole Caroline e delle Isole Marianne cedute dalla Spagna. Nel 1900 si completò la conquista delle Samoa. In Africa l’espansione fu intensa, con il Camerun e i possedimenti dell’Africa orientale e del sudovest, dentro il grande disegno di una Mittelafrika da contrapporre all’espansione britannica.

Non fu l’unico responsabile della Prima guerra mondiale, ma le sue scelte contribuirono a prepararne il terreno. Un grande conflitto non nasce mai da un solo temperamento, ma un temperamento può accelerare le frizioni e irrigidire i sospetti. La suscettibilità, l’imprevedibilità, la fame di riconoscimento, tutto questo risuonava in una Germania che sembrava vivere un’adolescenza politica, pronta a percepire sgarbi, eccitata dall’idea di mostrare i muscoli e gonfia di aspettative. Dopo l’assassinio di Sarajevo nel giugno 1914, un consiglio a Potsdam del 5 luglio, con rappresentanti dei gabinetti di Vienna e Budapest, lasciò intendere all’Austria che poteva contare sul supporto tedesco e che l’occasione appariva persino “utile”. La raccolta documentaria curata da Karl Kautsky dopo la guerra aiuta a intuire il clima mentale con cui l’imperatore entrò nel conflitto.

Quando la guerra scoppiò, la sua impulsività fu spesso arginata dagli ambienti militari. Con il tempo parve quasi un prigioniero nel quartier generale, un borghese messo a capo di un colossale esercito senza la virtù del comando e ossessionato dall’idea di avere contro quasi tutta l’Europa. Alla fine, nel novembre 1918, con l’esercito allo stremo e la rivoluzione in casa, fu spinto all’abdicazione e si rifugiò a Doorn, nei Paesi Bassi. Sopravvisse fino al 1941, lontano dal suo trono, mentre l’Europa rimase a misurarsi con le conseguenze di un incendio che anche lui aveva aiutato ad alimentare.

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