Dopo quasi vent’anni di trattative, Bruxelles e Nuova Delhi hanno annunciato un accordo di libero scambio ampio e ambizioso, che i vertici europei hanno definito “la madre di tutti gli accordi commerciali”. Un’intesa che arriva in un momento in cui, per entrambi, la partita si è fatta più urgente con da una parte gli Stati Uniti di Donald Trump, sempre più imprevedibili nel modo in cui usano dazi e alleanze come leve politiche, e dall’altra la Cina, che continua a inondare i mercati globali di prodotti a basso costo.
Il testo definitivo deve ancora superare i controlli legali e tecnici a Bruxelles e a Nuova Delhi, ma la direzione è chiara. Il più grande blocco economico del mondo e l’economia di grandi dimensioni che cresce più rapidamente provano a cucire un corridoio commerciale comune, mentre Washington viene percepita come un partner meno affidabile rispetto al passato. L’annuncio è arrivato dopo la visita in India di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e António Costa, presidente del Consiglio europeo, invitati a Nuova Delhi insieme al primo ministro Narendra Modi come ospiti d’onore per il Republic Day, la parata militare cerimoniale che l’India usa anche per segnalare priorità strategiche.
Uno dei punti più simbolici riguarda le auto. L’accordo prevede un taglio dei dazi indiani sulle vetture europee fino a un minimo del 10 per cento. Oggi l’India protegge in modo molto rigido il proprio settore automobilistico e applica tariffe che possono arrivare fino al 110 per cento sulle importazioni, un livello che di fatto rende proibitiva la vendita della maggior parte delle auto europee.
Von der Leyen ha salutato l’intesa con toni trionfali già durante il vertice di martedì, affidandosi ai social per darle subito un’aura storica. Ha presentato l’accordo come la nascita di una gigantesca area di libero scambio, un mercato potenziale da due miliardi di persone in cui, a suo dire, sia l’Unione Europea sia l’India avrebbero tutto da guadagnare. Poi, dopo la cerimonia di firma, ha spinto il messaggio oltre l’economia: in un contesto internazionale più nervoso e imprevedibile, ha sostenuto, il patto non serve soltanto a far circolare merci e investimenti, ma a garantire “sicurezza” ai cittadini, offrendo stabilità e regole condivise in un mondo che ne ha sempre meno.
Modi, dal canto suo, ha presentato l’intesa come il più grande accordo di libero scambio mai concluso dall’India, con effetti su una quota enorme dei flussi commerciali mondiali. In precedenza aveva sottolineato anche il valore politico del passo compiuto, richiamando un terreno comune fatto di democrazia e stato di diritto.
Europe and India are making history today.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) January 27, 2026
We have concluded the mother of all deals.
We have created a free trade zone of two billion people, with both sides set to benefit.
This is only the beginning.
We will grow our strategic relationship to be even stronger. pic.twitter.com/C7L1kQQEtr
Sul piano economico, le aspettative sono alte. Le stime indicano che nei prossimi sei anni il valore complessivo delle esportazioni europee verso l’India potrebbe raddoppiare. Molti dazi indiani su macchinari, prodotti chimici e farmaci dovrebbero essere eliminati. In cambio, l’India ottiene concessioni legate alle tariffe che colpiscono l’export di abbigliamento e una promessa di accesso più semplice al mercato del lavoro europeo per i suoi professionisti dei servizi ad alta tecnologia.
I negoziati tra Unione Europea e India erano partiti nel 2007 con l’ambizione di costruire un accordo “totale”, ma il percorso si è rivelato molto più accidentato del previsto. Nel 2013 le trattative si sono arenate e sono rimaste congelate per nove anni, bloccate soprattutto dalle paure dei settori che, in ogni Paese, hanno più peso politico che elasticità economica, come quello dell’agricoltura.
Quando è diventato chiaro che per chiudere bisognava smussare gli angoli, le parti hanno scelto una via pragmatica. Alcuni capitoli più incendiari sono stati messi da parte, almeno per ora, così da non far saltare l’intero impianto. L’India, per esempio, ha accettato di ridurre i dazi su prodotti europei come vino, olio d’oliva e dolciumi, segnali concreti di apertura su beni “sensibili” ma non esplosivi. Al tempo stesso, però, sono stati esclusi dal pacchetto i prodotti agricoli più delicati: manzo e pollame, ma anche riso e zucchero. Parallelamente, l’Unione Europea ha provato a disinnescare un altro terreno di frizione, quello climatico, indicando la disponibilità a sostenere finanziariamente gli sforzi indiani per ridurre le emissioni, così da rendere meno indigeste a Nuova Delhi le regole ambientali europee.
La vera accelerazione, però, è arrivata quando la geopolitica ha iniziato a premere sul calendario. Negli ultimi mesi sia l’India sia l’Europa si sono ritrovate esposte, in modo diverso, al rischio di nuovi dazi americani. Nuova Delhi, in particolare, non è riuscita a raggiungere un’intesa commerciale con l’amministrazione Trump dopo l’annuncio, in aprile, dei cosiddetti “dazi reciproci” contro decine di Paesi. Poi, in agosto, Trump ha imposto un ulteriore 25 per cento punitivo sulle merci indiane come ritorsione per l’acquisto di petrolio russo, facendo salire il carico complessivo fino al 50 per cento. A quel punto l’accordo con l’Europa è diventato una necessità immediata.
Anche l’Unione Europea, pur avendo raggiunto l’anno scorso un accordo con Washington che fissava i dazi al 15 per cento, è finita sotto pressione. Trump ha minacciato un ulteriore 10 per cento contro alcuni Paesi europei contrari ai suoi tentativi di prendere il controllo della Groenlandia alla Danimarca, salvo poi fare un passo indietro dopo un accordo di massima con le controparti europee.
In questo contesto, sia l’Europa che l’India stanno cercando di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. L’UE ha recentemente concluso un patto commerciale lungamente negoziato con quattro Paesi sudamericani. L’India, lo scorso anno, ha firmato un accordo con il Regno Unito riducendo anche i dazi su whisky e gin britannici e su un contingente di auto.
Secondo Jasmin Gröschl, economista di Allianz Investment Management, un accordo con l’India potrebbe aggiungere oltre 19 miliardi di dollari all’anno alle esportazioni europee e compensare quasi un quarto delle perdite legate ai dazi più elevati imposti dagli Stati Uniti.
I numeri spiegano bene perché l’intesa sia diventata prioritaria. Nell’anno fiscale indiano concluso in aprile, il valore totale delle merci scambiate tra India e Paesi dell’Unione Europea ha raggiunto 136 miliardi di dollari, contro i 132 miliardi del commercio con gli Stati Uniti, che restano il principale partner “a singola nazione”. Ajay Srivastava, fondatore della Global Trade Research Initiative, un think tank di Nuova Delhi composto soprattutto da ex funzionari del commercio, sostiene che le economie europee possano risultare più vantaggiose per l’India rispetto a quelle americane.
Le esportazioni europee verso l’India sono dominate da macchinari e tecnologia avanzata, come motori per aerei e valvole per il controllo industriale. Al contrario, secondo Srivastava, una parte consistente delle importazioni dagli Stati Uniti è fatta di beni agricoli come mais e soia, oltre a rottami e materiali riciclati provenienti da costruzioni o lavorazioni industriali.
Dall’altra parte, l’India esporta in Europa soprattutto tessili e abbigliamento, insieme a prodotti petroliferi raffinati. Proprio questi settori legati all’export, oltre a pietre preziose lavorate, tappeti e prodotti ittici da acquacoltura, sono tra i più colpiti dai dazi statunitensi. L’Unione Europea ha dichiarato che l’India ridurrà o eliminerà le tariffe sul 96 per cento dei beni europei esportati, e che nel pacchetto rientra anche un abbassamento dei dazi su un massimo di 250 mila auto provenienti dall’Europa.
Per l’industria automobilistica europea, l’India è una boccata d’ossigeno. Il settore è sotto pressione tra costi in aumento, concorrenza dei produttori cinesi e requisiti di sostenibilità sempre più stringenti; un settore che è rimasto quasi fermo dai tempi del Covid e ha bisogno di nuovi sbocchi. Anche l’associazione europea dei costruttori ha accolto con favore l’accordo, sottolineando il potenziale di crescita in un Paese dove le vendite annue di auto superano i quattro milioni di unità. La rimozione dei dazi sui componenti, inoltre, potrebbe aiutare anche le case europee che già producono in India. Volkswagen, Stellantis, BMW, Renault e Mercedes-Benz hanno impianti nel Paese, anche se lo sviluppo è stato finora frenato da tasse elevate e da requisiti rigidi che impongono produzione e assemblaggio locali.







