Gaël Monfils ha esordito al Roland Garros vent’anni fa. Aveva diciotto anni, un talento esplosivo e l’aria di chi avrebbe cambiato il tennis. L’anno prima aveva vinto tre dei quattro Slam juniores e sembrava destinato a diventare una stella. Correva come pochi, faceva colpo ovunque andasse. Bastava un suo sorriso o un colpo fuori dagli schemi per infiammare il pubblico. In sei mesi da professionista aveva già vinto due tornei Challenger e raggiunto gli ottavi a Miami. A fine stagione arrivò anche il suo primo titolo ATP, in Polonia.
Lo scorso maggio, a 38 anni, Monfils ha vinto ad Auckland, diventando il più anziano campione nella storia recente del circuito.
Nel mezzo ci sono undici altri titoli e quasi ventiquattro milioni di dollari in premi. È uno dei giocatori più amati del tour. Eppure, per molti, resta un talento “incompiuto”, perché nessuna delle sue vittorie è arrivata in un torneo del Grande Slam.
Mi fa quasi sorridere che la gente mi abbia sempre visto più forte di quanto io sia davvero – ha detto durante un’intervista del The New Yorker, alla vigilia del torneo di Miami – Se avessi potuto vincere uno Slam, lo avrei fatto. Garantito.
Monfils non ha mai avuto problemi a far divertire il pubblico. È sempre stato più showman che calcolatore. Ha regalato giocate spettacolari, scivolate impossibili, schiacciate in salto e colpi di pura fantasia. E sì, a volte ha anche esagerato. Come quella volta agli US Open in cui, durante una pausa, ha sorseggiato una Coca-Cola. “Avevo voglia di una Coca, tutto qui“, spiegò ridendo. In quel torneo arrivò comunque ai quarti, sfiorando l’impresa contro Federer dopo aver vinto i primi due set e un mancato match point nel quarto.
Le accuse di scarso impegno lo hanno accompagnato a lungo, ma lui le respinge con forza.
Tutti lavorano duramente, soprattutto ad alto livello. Scrivetelo, è importante per i ragazzi: nessun atleta arriva in cima senza lavorare.
E in effetti, nel 2025 Monfils ha ancora offrendo prestazioni di altissimo livello. A Indian Wells ha perso di un soffio contro Dimitrov, in una delle partite più belle dell’anno. A Miami ha raggiunto gli ottavi, battuto poi da Korda in tre set. Il suo gioco è diventato più maturo, meno istintivo, e forse è un bene. Per anni ha affidato troppo al suo talento difensivo, aspettando l’errore dell’avversario invece di forzare. Eppure, quando voleva, era capace di colpi mostruosi: come un diritto a 200 km/h, tra i più veloci mai registrati. Ma sembrava quasi dimenticarselo.
E allora viene da chiedersi: e se avesse scelto un altro modo di stare in campo?
Monfils ha sempre rivendicato il suo stile. Figlio di immigrati delle Antille, cresciuto in una zona popolare di Parigi, ha sempre visto il tennis come un regalo, una via di espressione. “Un modo per sfogare le emozioni, correre, essere disciplinato” ha raccontato.
Nessuno nel suo quartiere giocava a tennis. E questo lo ha fatto sentire “fortunato”. Anche quando il tennis è diventato un lavoro, ha continuato a viverlo come uno spazio personale, dove poteva essere felice. Lì ha conosciuto sua moglie, Elina Svitolina. Nel 2019 hanno aperto insieme un profilo Instagram (@g.e.m.s.life). All’apparenza, una coppia improbabile: lei ucraina, concreta, tignosa in campo; lui fantasioso, estroso, tatuato con le isole natali dei genitori. Ma insieme funzionano. Si capiscono al volo e si divertono.
Nel 2022 è nata la loro figlia, Skai, e da allora entrambi sembrano rinati. Monfils ha detto più volte che Svitolina gli ha impedito di mollare, soprattutto nei momenti duri durante la pandemia. Essere padre, ha aggiunto, gli ha cambiato lo sguardo sul tennis. Ma la verità è che quello sguardo, Monfils lo aveva già. Quando, a inizio stagione, ha battuto Taylor Fritz con una prestazione impeccabile, gli hanno chiesto se sognava di vincere lo Slam.
La tua è l’idea di un sogno. Il mio è un altro – ha risposto – Il mio sogno è avere una famiglia incredibile. Il tennis è figo, certo, e tutti abbiamo obiettivi. Ma il mio sogno è là fuori.
Poi, finita la conferenza stampa, è corso a bordo campo a guardare Svitolina, che stava giocando nello stesso stadio. L’ha aspettata all’uscita, con calma, come fanno i tifosi. C’è chi si chiede cosa sarebbe stato il tennis se Monfils avesse vinto lì, o fosse diventato numero uno. Quanti fan in più avrebbe attirato? Quanta energia avrebbe scatenato? Ma lui, questi pensieri non li rincorre. “Certo, a vent’anni pensavo in un modo. Ora, a trentotto, la vedo diversamente.”
E forse è proprio questo il punto: se avesse vinto tutto, oggi non sarebbe l’uomo che è diventato.







