rafael nadal oggi

Rafael Nadal: “Ci spingevamo ogni giorno oltre il limite”

Rafael Nadal ha sempre vissuto di contrasti. Sul campo era un gladiatore; fuori, sorprendeva per la sua timidezza, quasi un antidoto alla ferocia che mostrava in partita. Oggi, a 39 anni, il re della terra battuta non insegue più Slam e record, ma le risate dei figli. Dalla sua casa a Maiorca, Nadal ha raccontato una quotidianità fatta di paternità e piccoli gesti in un’intervista a The Athletic che segna il nuovo capitolo della sua vita.

L’addio al tennis è arrivato un anno fa, a Parigi, nel tempio del Roland Garros. Non c’era posto migliore per chiudere il cerchio. Tra la statua che lo immortala e la targa che conserva l’impronta del suo piede sulla terra, Nadal ha salutato il pubblico con quella timidezza che lo ha sempre contraddistinto.

Dopo il ritiro camminavo a fatica, per un mese è stato difficile anche muovermi.

La sua accademia intanto cresce: la giovane Alexandra Eala è già arrivata a giocare match importanti negli Slam, mentre professionisti affermati come Alexander Zverev si allenano con lui, raccontando di cene trasformate in lezioni improvvisate, con Nadal che si alza da tavola per mostrare un dritto.

E poi c’è il tennis visto da spettatore. Nadal ha guardato con attenzione la finale infinita del Roland Garros tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz: “I primi set non erano straordinari, ma il finale è stato incredibile,” ha detto. Nessuna nostalgia, solo l’occhio lucido di chi analizza ancora con la mente del campione. Su Sinner sottolinea i progressi al servizio e la velocità con cui passa dalla difesa all’attacco. Di Alcaraz ammira la magia e l’imprevedibilità, ma nota anche la necessità di trovare equilibrio.

Carlos può fare cose straordinarie, ma deve scegliere i momenti giusti.

È impossibile parlare di Rafael Nadal senza evocare i suoi grandi rivali. Roger Federer e Novak Djokovic non sono stati semplicemente avversari; insieme hanno formato i leggendari Big Three, un’oligarchia che ha dominato il tennis maschile per quasi due decenni, conquistando 66 titoli del Grande Slam e imponendo un modello di supremazia che non ha eguali in nessun altro sport.

Nadal è certo di una cosa: senza quei rivali non sarebbe arrivato a tanto. I suoi 92 titoli, le medaglie d’oro olimpiche e le cinque Coppe Davis sono anche il frutto della pressione costante che Federer e Djokovic esercitavano su di lui, e che lui restituiva a loro. Crede che ciascuno dei tre avrebbe superato il record di Pete Sampras di 14 Slam anche da solo, ma le vette raggiunte – sempre più alte, sempre più lontane – sono state possibili solo perché nessuno poteva permettersi di fermarsi.

Non abbiamo mai avuto tempo per rilassarci,” ammette oggi. Ogni allenamento era una sfida non solo con se stesso, ma con l’immagine degli altri due che incombeva davanti a lui. E il 2011 resta l’esempio più chiaro di questa pressione: Djokovic vinse tre dei quattro Slam e batté Nadal in sei finali, comprese Wimbledon e US Open. Un anno intero senza riuscire a superare il serbo, un incubo che però lo costrinse a reinventarsi ancora una volta.

Dopo quell’anno sapevo che dovevo cambiare qualcosa. A fine stagione mi sono detto: cosa devo fare per avere più possibilità contro di lui, soprattutto sul cemento? Con mio zio Toni e con la squadra abbiamo elaborato un piano.

Per Nadal non era una novità reinventarsi. Agli inizi aveva dovuto trovare la chiave per battere Federer, smantellandone il rovescio a una mano e costruendo su quella debolezza la sua supremazia nelle finali tra il 2008 e il 2010. Ma contro Djokovic lo scenario era diverso. Non si trattava più di rincorrere un avversario già affermato, ma di resistere a un nuovo “superuomo” che stava rovesciando le gerarchie. Dopo la maratona infinita persa all’Australian Open 2012 – quasi sei ore di battaglia – Nadal reagì vincendo tre finali consecutive sul rosso, a Monte Carlo, Roma e Parigi. L’anno dopo iniziò a piegarlo persino sul cemento, con successi a Montreal e allo US Open, anche se negli altri otto confronti non riuscì a strappare nemmeno un set.

Avevo bisogno che il mio corpo fosse al massimo livello per competere con lui. Roger era capace di abbreviare i punti col servizio. Con Novak era diverso: i nostri giochi erano più simili, ma sul cemento era migliore di me.

Fino al 2013-2014 riuscì a tenergli testa, poi arrivarono i problemi fisici. La fiducia nei movimenti calò, ogni gesto rischiava di trasformarsi in un infortunio. “L’aspetto mentale ha avuto un peso enorme: non riuscivo più a portare il mio corpo al limite.”

Oggi invece non insegue più la perfezione di un colpo vincente. Tifa Real Madrid, sogna notti tranquille con i suoi figli e scherza sull’idea di un futuro da presidente del club: “Non credo… ma nella vita non si sa mai.” Così, uno dei più grandi atleti di sempre, ha imparato a fermarsi. E a vivere con la stessa passione che metteva in campo, ma con ritmi diversi, più umani. Perché Nadal non è più il gladiatore che combatteva fino all’ultimo punto. È un uomo che si gode, finalmente, la partita della vita.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,