La figura dello studioso, da sempre, è una caricatura con cui abbiamo familiarità fin dai banchi di scuola. L’abbiamo guardata con rispetto e un certo fastidio, tra ammirazione e compatimento. Abbiamo conosciuto il secchione solitario, quello generoso che aiutava tutti nei compiti, il diligente di buona famiglia e quello che, studiando, cercava un riscatto. In ogni caso, chi aveva buoni voti era spesso oggetto di ironie.
Poi si cresce. E teoricamente si dovrebbe anche maturare una sana consapevolezza dei propri limiti, ma qualcosa è andato storto. Oggi si continua a deridere chi, proprio perché ha studiato, osa sostenere di sapere qualcosa in più. Aveva ragione Asimoov nel suo Un culto dell’ignoranza, in cui criticava la falsa equazione democratica secondo la quale: “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.
Come se non bastasse, nel lavoro, come nella vita, capita spesso di vedere persone meno preparate fare carriera più velocemente di chi ha competenze solide. Tutto questo è estremamente frustrante, ma purtroppo ha una spiegazione scientifica.
Chi ha poche competenze, spesso non ne è consapevole. E proprio per questo si lancia, si espone, prende parola, propone soluzioni anche quando non ha gli strumenti per comprenderne la complessità. Chi invece è davvero competente, conosce i propri limiti. È più prudente, più riflessivo. Tende a sottostimarsi perché ha una visione più realistica – e spesso più profonda – della realtà. Un atteggiamento che porta a mettere in discussione l’ovvio, ad aprirsi a prospettive nuove, a non accettare tutto per com’è. Ma nell’epoca della visibilità e della performance, questo atteggiamento può diventare un ostacolo alla crescita professionale.
Nel 1999, gli psicologi David Dunning e Justin Kruger pubblicarono una ricerca diventata celebre: l’Effetto Dunning-Kruger. Si tratta di una distorsione cognitiva secondo cui le persone meno competenti tendono a sopravvalutarsi e, soprattutto, non sono in grado di riconoscere la propria incompetenza. Il paradosso è evidente: più una persona è ignorante, meno si rende conto di esserlo.
Siamo tutti vittime, in misura diversa, di bias cognitivi, ma quello di Dunning-Kruger è forse il più fastidioso. Lo si riconosce nella saccenza, nella supponenza, nell’incapacità di ammettere i propri limiti, nella tendenza a deridere e screditare il sapere altrui.
Il problema è che un dialogo tra livelli di competenza così diversi è quasi impossibile. Chi è vittima dell’effetto Dunning-Kruger non possiede strumenti di autocritica e raramente basa le proprie convinzioni sui fatti. Così l’inesperto si concentra nel mettere in discussione l’autorevolezza dell’esperto, mentre quest’ultimo cerca di entrare nel merito, con tutta la cautela e l’incertezza che derivano dalla conoscenza. Il cortocircuito è inevitabile. Già nel XIV secolo avanti Cristo il faraone Akhenaton osservava che il folle è ostinato, non ha dubbi e conosce tutto, tranne la propria ignoranza.
Nel 1995, a Pittsburgh, McArthur Wheeler rapinò due banche in pieno giorno. Non indossava alcuna maschera. Anzi, sorrise alle telecamere di sicurezza prima di andarsene. Quando la polizia lo arrestò e gli mostrò i filmati, lui rimase sinceramente incredulo. “Ma mi ero messo il succo addosso”, balbettò, convinto che strofinarsi il viso con succo di limone lo avrebbe reso invisibile alle telecamere. Il limone, dopotutto, si usa come inchiostro invisibile. La polizia concluse che Wheeler non fosse pazzo né sotto l’effetto di droghe. Era semplicemente, clamorosamente, stupido.
Quella storia colpì David Dunning, che, insieme al suo studente Justin Kruger, decise di approfondire il fenomeno. Scoprirono che, sebbene quasi tutti abbiano un’immagine positiva delle proprie capacità, alcune persone valutano il proprio livello di competenza in modo completamente distorto, credendolo molto più alto di quanto sia in realtà. Da lì nacque l’espressione “illusione di competenza”, oggi nota come effetto Dunning-Kruger.
Gli esperimenti furono tanto semplici quanto illuminanti. A studenti universitari vennero somministrati test di grammatica, logica e umorismo. Poi fu chiesto loro di stimare il proprio risultato e di confrontarlo con quello degli altri. Gli studenti con i punteggi peggiori erano anche quelli con le previsioni più ottimistiche. Chi era finito nell’ultimo quartile pensava di aver fatto meglio di due terzi dei compagni. E il fenomeno non si fermava all’università. In un poligono di tiro, i due psicologi testarono le conoscenze sulla sicurezza delle armi da fuoco di appassionati non professionisti. Ancora una volta, chi sapeva meno si valutava meglio.
Il vero nodo è che l’incompetenza non produce solo errori, ma anche l’incapacità di riconoscere gli errori. In uno studio a lungo termine sugli studenti universitari, quelli più bravi imparavano a prevedere meglio i propri risultati dopo aver ricevuto un feedback. I peggiori no. Anche di fronte a valutazioni chiare e ripetute, continuavano a credere di avere ragione. Come scriveva Darwin, l’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza.
Ma il fenomeno va ben oltre ed è radicato nelle dinamiche del lavoro e della politica. Succede che colleghi e colleghe meno preparati avanzino più in fretta, perché sembrano sicuri, decisi e assertivi. E in ambienti dove la competenza non è facile da valutare, la sicurezza viene scambiata per leadership. Oltretutto, spesso, chi prende le decisioni è spesso cresciuto dentro lo stesso sistema che premia l’apparenza più della sostanza.
È un bias collettivo che colpisce tutti, a diversi livelli, perché anche le persone davvero competenti tendono a sottovalutarsi. Come dimostrato anche dalla sindrome dell’impostore, spesso vissuta proprio da chi ha raggiunto risultati importanti, ma non si sente mai “abbastanza”, attribuendo i successi a fattori esterni, al caso o alla fortuna.
Ma c’è un dato ulteriore da considerare, che arricchisce il quadro: l’istruzione aumenta realmente l’intelligenza. Una meta-analisi del 2018, pubblicata su Psychological Science, ha analizzato 142 effetti tratti da 42 dataset e oltre 600 mila partecipanti. Il risultato è chiaro: ogni anno in più di istruzione porta in media a 3-4 punti di QI aggiuntivi, con effetti duraturi nel tempo e osservabili in diverse abilità cognitive generali.
In altre parole, studiare rende più intelligenti. Non solo migliora le competenze, ma aumenta la capacità di ragionamento e l’elasticità mentale. Eppure, proprio queste persone – più consapevoli e più caute – finiscono spesso penalizzate in contesti che premiano l’audacia e non la profondità.
Servirebbe parlare seriamente di meritocrazia, ma anche questo è un mito difficile da sostenere se non si costruiscono strumenti affidabili per valutare le competenze reali. Serve la capacità di distinguere tra chi parla bene e chi sa fare, tra chi ostenta sicurezza e chi ha davvero studiato, tra chi si propone e chi ha qualcosa da proporre.
Dunning e Kruger lo hanno sintetizzato così: “L’incompetente non solo commette errori, ma non è in grado di riconoscerli.”
Socrate lo disse prima, e meglio: “So di non sapere.”
E forse questa è ancora oggi la più alta forma di intelligenza.







