proxy iraniani

I limiti dell’impero dei proxy iraniani

Per oltre quarant’anni l’Iran ha costruito con pazienza una rete di alleanze armate nel Medio Oriente. L’ha chiamata Asse della Resistenza. L’obiettivo era semplice e ambizioso allo stesso tempo: difendere i propri interessi senza combattere direttamente sul proprio territorio. Oggi però, mentre il conflitto con gli Stati Uniti e Israele si intensifica, quella rete mostra crepe evidenti.

Il 28 febbraio, poche ore dopo un attacco congiunto americano e israeliano contro l’Iran, Abdul Malik al-Houthi, guida suprema del movimento Houthi nello Yemen, pronunciò un discorso durissimo. Definì i bombardamenti “un atto barbaro contro il popolo iraniano musulmano” e proclamò la piena solidarietà del suo movimento con Teheran. Invitò inoltre il mondo islamico a reagire con ogni forma di pressione contro Washington e Tel Aviv. Il giorno seguente, su sua indicazione, decine di migliaia di persone scesero nelle strade dello Yemen per protestare contro l’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. I manifestanti sventolavano ritratti del leader religioso e gridavano slogan familiari nella retorica Houthi: “Dio è grande, morte all’America, morte a Israele, maledizione agli ebrei, vittoria all’Islam”.

Gli Houthi, un movimento ribelle sciita zaydita che gli Stati Uniti classificano come organizzazione terroristica, rappresentano uno degli alleati più solidi dell’Iran. Sono anche uno dei pilastri dell’Asse della Resistenza, la rete informale di milizie e gruppi armati che Teheran ha sostenuto per decenni in tutta la regione. Nel suo intervento, al-Houthi lasciò intendere che il movimento fosse pronto a intervenire militarmente: “Siamo pronti a qualsiasi sviluppo necessario”, dichiarò.

Eppure, mentre la guerra entra nella sua seconda settimana, gli Houthi rimangono sostanzialmente assenti dal campo di battaglia. La stessa prudenza caratterizza gran parte degli altri alleati iraniani. Hezbollah, il potente movimento armato libanese, ha lanciato alcuni missili e droni dal territorio del Libano contro un obiettivo militare israeliano nei pressi di Haifa. L’attacco non ha colpito il bersaglio, mentre la risposta di Israele è stata invece devastante: bombardamenti su Beirut e in varie zone del Paese hanno provocato centinaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. In Iraq, le milizie sciite filoiraniane hanno effettuato diversi attacchi con razzi e droni contro Israele e contro installazioni americane a Erbil, Baghdad e in Giordania. Azioni limitate, con effetti minimi sul piano militare. E secondo diversi analisti regionali, la loro capacità operativa resta modesta e incapace di modificare gli equilibri del conflitto.

Non era questo lo scenario immaginato da Teheran quando, negli anni Ottanta, iniziò a costruire l’Asse. L’idea era quella di una difesa avanzata: combattere lontano dai propri confini per scoraggiare i nemici e proiettare influenza nella regione.

Il primo tassello fu Hezbollah, creato nel 1982 con il sostegno iraniano durante l’invasione israeliana del Libano. Negli anni successivi la rete si ampliò. Comprendeva il regime siriano di Bashar al-Assad, numerose milizie sciite irachene — tra cui le Forze di mobilitazione popolare — e perfino gruppi sunniti come Hamas. Gli Houthi arrivarono più tardi. All’inizio erano un movimento ribelle poco noto nel nord dello Yemen. Le rivolte della Primavera araba e il collasso dello Stato yemenita offrirono però l’occasione per espandersi rapidamente. In pochi anni conquistarono vasti territori, compresa la capitale Sana’a. Il sostegno iraniano fu decisivo. Teheran fornì addestramento, missili balistici e tecnologie militari avanzate. Gli Houthi svilupparono così una strategia di guerra asimmetrica basata su droni e razzi a basso costo ma ad alto impatto. Con queste tattiche riuscirono a sopravvivere a una lunga campagna di bombardamenti guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta dagli Stati Uniti.

Tutti i membri dell’Asse condividono un’ostilità ideologica profonda verso Israele e verso gli Stati Uniti. Tuttavia la logica che guidava la loro esistenza era quella della guerra indiretta. Combattere altrove, evitando uno scontro diretto tra Iran e i suoi nemici. Oggi questa logica è messa in crisi. Se l’Iran combatte direttamente contro Washington e Tel Aviv, il ruolo dei proxy diventa meno decisivo.

Gli Houthi potrebbero comunque rivelarsi una carta importante. Il movimento ha dimostrato di resistere anche a campagne militari molto intense. Nel 2024 gli Stati Uniti guidarono una vasta operazione aerea contro le loro postazioni nello Yemen. Un anno dopo, sotto l’amministrazione Trump, un’altra offensiva colpì per mesi i loro depositi e le loro basi. Nonostante tutto, il gruppo rimase operativo e consolidò la propria posizione interna. Se entrassero davvero in guerra, gli Houthi potrebbero aprire nuovi fronti. Potrebbero colpire le navi commerciali nello stretto di Bab al-Mandeb, un passaggio fondamentale che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso. Gran parte del commercio mondiale — petrolio, gas liquefatto, prodotti industriali, elettronica e alimenti — passa da lì.

Una chiusura dello stretto, insieme a un eventuale blocco iraniano dello stretto di Hormuz, paralizzerebbe il traffico marittimo globale e farebbe esplodere i prezzi dell’energia. I mercati finanziari subirebbero scosse pesanti e la pressione su Washington e su Israele aumenterebbe rapidamente.

Non è escluso che gli Houthi stiano semplicemente aspettando il momento giusto. Alcuni analisti ritengono che Teheran e i suoi alleati preferiscano una strategia di escalation graduale. Usare subito tutte le risorse disponibili sarebbe imprudente. Meglio conservare le carte più forti per le fasi successive del conflitto. Nel frattempo il movimento yemenita rafforza le proprie difese. Secondo diverse fonti, nelle ultime settimane ha dispiegato lanciamissili e unità di droni in molte zone del nord del Paese. Sta inoltre scavando tunnel e costruendo bunker in previsione di eventuali attacchi americani o israeliani.

L’intero sistema dei proxy iraniani attraversa una fase difficile. Negli ultimi anni ha subito colpi durissimi. Nel 2020 un drone statunitense uccise il generale Qassem Suleimani, l’architetto della rete regionale dell’Iran. Più tardi Israele ha eliminato diversi leader di Hamas e inflitto gravi perdite a Hezbollah. Operazioni di intelligence hanno dimostrato una sorprendente capacità di infiltrazione all’interno dell’apparato iraniano.

Anche la caduta del regime di Assad in Siria nel 2024 ha ridotto drasticamente l’influenza regionale di Teheran. L’Iran ha ritirato gran parte delle sue forze dal Paese, ponendo fine a più di un decennio di presenza militare. Di fronte a questa nuova realtà, i gruppi dell’Asse sono costretti a fare calcoli più pragmatici. Devono chiedersi se possono sopravvivere a eventuali rappresaglie israeliane o americane; devono valutare se dispongono di armi sufficienti per una guerra lunga; e devono considerare anche le conseguenze interne di un coinvolgimento diretto.

Gli Houthi, in particolare, affrontano problemi interni seri. L’economia dello Yemen è devastata. Il Paese vive una crisi umanitaria profonda. Molti funzionari pubblici e combattenti non ricevono stipendi da mesi. Durante il Ramadan molte famiglie faticano a comprare beni essenziali. La leadership del movimento deve quindi gestire un malcontento crescente mentre affronta sanzioni occidentali e tensioni politiche. Per questo, almeno per ora, restare fuori dal conflitto può risultare la scelta più conveniente. Nel frattempo, hanno accresciuto il proprio peso regionale. Dopo l’inizio della guerra a Gaza hanno colpito Israele con missili e droni e hanno disturbato il traffico navale nel Mar Rosso, presentandosi come difensori della causa palestinese.

Il rapporto con Teheran rimane forte ma non è privo di ambiguità. A differenza di Hezbollah o di molte milizie irachene, gli Houthi non dipendono completamente dall’Iran sul piano politico o religioso. Il loro movimento nasce da una tradizione distinta dello sciismo, lo zaydismo, diffusa quasi esclusivamente nello Yemen. Negli ultimi anni hanno inoltre ridotto la dipendenza dalle forniture iraniane, procurandosi componenti per droni e armi leggere attraverso reti di contrabbando che arrivano fino al Corno d’Africa e alla Cina. L’alleanza con l’Iran resta quindi utile ma non determinante. È una relazione basata su interessi reciproci più che su una subordinazione totale.

Le dichiarazioni pubbliche restano comunque aggressive. All’inizio di marzo, in un nuovo discorso televisivo, Abdul Malik al-Houthi ha ribadito che il movimento è pronto a intervenire in qualsiasi momento. Se ciò accadrà, tuttavia, la decisione non dipenderà soltanto dalla solidarietà con Teheran, ma sarà soprattutto una scelta legata alla sopravvivenza e agli interessi degli Houthi stessi. Negli ultimi anni, infatti, l’equilibrio di potere tra l’Iran e i suoi alleati regionali è cambiato. L’Iran non è più quello di un decennio fa e nemmeno i suoi proxy.

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