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Foto: Andreea Alexandru

Perché non dobbiamo lasciare che l’Europa si disgreghi

Non c’è bisogno di essere degli europeisti ingenui per riconoscere che l’Unione Europea è oggi sotto attacco. Non con i carri armati, ma con le parole, i voti, le diserzioni silenziose. E mentre Vladimir Putin si congratula pubblicamente con le forze più euroscettiche, ed Elon Musk sostiene che la UE «dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli Paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i loro popoli» (tweet pubblicato in seguito alla multa di 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione europea per la violazione degli obblighi di trasparenza previsti nella Legge sui servizi digitali), l’Europa rischia di diventare il bersaglio perfetto di una guerra non dichiarata ma in pieno svolgimento: quella contro l’idea stessa di coesione, di solidarietà e di destino comune.

Le parole scritte da Musk e rilanciate anche da membri influenti del governo russo sono l’eco di una visione sempre più condivisa nei circoli del potere globale: l’Europa, così com’è, è troppo debole per essere temuta, ma ancora troppo forte per essere ignorata. Quindi meglio dividerla, riportarla alla logica delle piccole patrie. Lo schema di amplificare le fratture, finanziare i partiti anti-sistema, sostenere campagne di disinformazione e delegittimazione (schema peraltro già usato da Putin in Ucraina, nei Balcani, nel Caucaso) ora viene applicato a Bruxelles.

Ma l’Europa è più fragile di quanto voglia ammettere. Dopo il trauma del 2008, la promessa di un benessere condiviso è sembrata vacillare. Milioni di giovani hanno vissuto una traiettoria inversa rispetto a quella dei loro padri, con la precarietà e la migrazione forzata.

Se la generazione del 1989 ha conosciuto solo un’Europa unita e in pace, per molti giovani di oggi l’Europa è diventata un’entità astratta e burocratica. Eppure non è mai stata così concreta. Tutto ciò che diamo per scontato – il diritto di viaggiare, di studiare ovunque, di lavorare senza permessi, di godere di protezione consolare anche lontano da casa – è frutto di un’architettura giuridica e politica che oggi viene erosa pezzo dopo pezzo.

Chi punta a smantellare l’Unione non lo fa perché ama la libertà. Lo fa perché detesta le regole. Sogna un continente più vulnerabile alle autarchie, più permeabile al denaro sporco, più ricattabile dalle superpotenze. Lo fa perché un’Europa forte, autonoma, capace di negoziare da pari con Stati Uniti, Cina e Russia, fa paura. Per questo la si vuole indebolire e trasformare in una confederazione nominale senza visione strategica.

Di fronte a tutto questo, l’apatia è il vero pericolo. La convinzione che “tanto l’Europa andrà avanti lo stesso”, che “alla fine non cambia nulla”. Ma il cambiamento, in realtà, è già in corso. E non è neutrale. Si vota in tutta Europa, si dibatte sul futuro del bilancio comune, si decide se difendere lo stato di diritto o se accettare che alcuni governi usino i fondi europei per scardinare le garanzie democratiche. In Italia, in Francia, in Germania, e in ogni Paese membro oramai si combattono elezioni che sono referendum mascherati sull’Europa.

Ma non ci rendiamo conto che questa che viviamo è ancora l’Europa migliore che abbiamo mai avuto. Ma non c’è nulla di garantito. E non serve evocare scenari apocalittici per capirlo. Basta leggere i proclami dei nuovi movimenti sovranisti, che propongono un ritorno ad un’impossibile “sovranità assoluta” in un mondo che è già oltre lo Stato-nazione. Basta osservare come il linguaggio dell’esclusione e della chiusura dei confini torni a farsi strada, anche nei parlamenti nazionali.

La democrazia europea è imperfetta, certo. Ma è l’unico spazio democratico transnazionale che sia mai stato costruito nella storia del continente. Difenderlo significa anche riformarlo, renderlo più trasparente, più vicino ai cittadini, più giusto nella distribuzione delle risorse. Ma difenderlo, oggi, significa soprattutto riconoscerne la vulnerabilità.

La lezione di questi anni è brutale ma chiara: l’Europa si perde quando smette di essere un progetto. Quando diventa solo una moneta e un passaporto. L’Europa vive se la pensiamo e se la raccontiamo. Ogni giorno. Altrimenti, rischia davvero di diventare quel vaso di porcellana prezioso, ma irrimediabilmente fragile di cui parlava Helmut Kohl.

Nel cuore di questa crisi di legittimità europea si inserisce anche un fattore generazionale che troppo spesso ignoriamo. Per tre generazioni, l’Europa è stata soprattutto una risposta alla paura. Le prime generazioni del progetto europeo erano popoli che avevano conosciuto la distruzione totale. I primi sono stati coloro che portavano ancora addosso le cicatrici della prima guerra mondiale; i secondi, segnati da guerra, gulag, occupazione e genocidio; e poi i Sessantottini, che reagivano all’autoritarismo dei loro padri e ai regimi dittatoriali dell’Europa meridionale e orientale. Per loro, l’Europa era una salvezza, una garanzia di non ricadere nel baratro.

Ma quando si arriva nella terra promessa, il sentimento cambia. La generazione che è cresciuta dopo il 1989 non ha memoria diretta delle macerie. Ha conosciuto solo un continente libero, attraversabile senza passaporti, con democrazie liberali stabilmente al governo. Per loro, l’Europa è il paesaggio naturale della vita adulta. E come ogni paesaggio naturale, non si difende finché non si intravede la tempesta.

Questa generazione non è meno europea di quelle precedenti, anzi spesso lo è di più. Ma il rapporto emotivo è diverso. Non si lotta per ciò che sembra garantito. Si lotta, semmai, quando lo si sta perdendo. E molti di loro non hanno visto con i propri occhi quanto velocemente la civiltà può regredire alla barbarie, salvo in luoghi dove la storia recente ha mostrato il volto peggiore dell’Europa, come nei Balcani o in Ucraina.

Esiste poi un altro fattore, più materiale. Se per le prime generazioni l’Europa era un’ascensione, per molti oggi la traiettoria è stata inversa. La crisi del 2008 ha spazzato via sicurezze. Ha creato fratture tra chi ha studiato e viaggiato e chi ha fatto esperienza della precarietà e della marginalità economica. Ha generato una percezione diffusa di iniquità, alimentando l’idea di un’élite liberal-tecnocratica distante e poco empatica. Ed è su questo terreno che si sono inseriti i populismi, i quali più che vendere soluzioni, hanno venduto risentimento.

Le libertà interne si sono estese, ma non c’è stata un’analoga riflessione sulle pressioni esterne: cosa accade quando milioni di persone bussano alle frontiere dell’Europa unita? Cosa comporta una mobilità interna senza precedenti? Le risposte sono arrivate troppo tardi, e gli effetti politici sono ancora con noi.

L’unione monetaria senza un’unione fiscale si è rivelata un laboratorio incompleto. Le conseguenze sono state devastanti nel Sud Europa. Quelle ferite non si sono mai del tutto rimarginate. Da esse sono nati i movimenti sovranisti, di destra e di sinistra, che oggi occupano spazi sempre più vasti dell’immaginario politico europeo.

In questo clima, la critica verso Bruxelles è diventata facile. I funzionari sono percepiti come lontani e ben pagati, il Parlamento come una bolla nella bolla, la retorica europeista come un esercizio elitario incapace di cogliere le ansie del cittadino comune. Mentre gli europeisti parlano di “finalità” e “progetto incompiuto”, i populisti parlano alle pance vuote e alle identità ferite.

Eppure, nel lungo arco della storia, questa rimane l’Europa migliore mai esistita. Un continente nel quale le controversie non si risolvono con la forza, ma con maratone negoziali a Bruxelles; un luogo dove la democrazia, pur imperfetta, è viva. È un sistema unico, fragile come tutte le costruzioni politiche di lungo periodo, ma straordinario nella sua ambizione.

Lo si comprende meglio quando si rischia di perderlo, come accaduto con la Brexit. È bastato un solo referendum a un solo Paese per aprire una breccia. Immaginiamo dieci o venti referendum simili nei prossimi anni.

La domanda storica, dunque, è semplice. Dobbiamo davvero perdere tutto prima di ritrovare il valore dell’Europa?

Noi crediamo di no. L’Europa si salva non con un atto di fede, ma con una scelta quotidiana. Si salva nelle urne, nei giornali, nei film, nelle scuole, nelle discussioni pubbliche. Si salva se torniamo a pensare che ciò che abbiamo costruito non è eterno e che il mondo, oggi più che mai, è pronto a dividerci.

La politica estera russa, le provocazioni di Musk, i nazionalismi interni: tutto converge verso un punto. Ma l’Europa è preziosa proprio perché è fragile.

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