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Iran, e ora?

La morte di Ali Khamenei segna una frattura storica che travalica i confini della Repubblica islamica. Per quasi quarant’anni egli ha incarnato la continuità del sistema nato nel 1979, consolidando l’Iran come potenza regionale e irrigidendo, al tempo stesso, l’assetto interno in senso autoritario. La sua scomparsa, attribuita ufficialmente a un attacco aereo israeliano fondato su intelligence americana, apre ora una fase di instabilità la cui portata geopolitica è ancora difficilmente misurabile.

Subito dopo l’annuncio, nelle strade di Teheran si sono intrecciati cortei silenziosi e grida di gioia, come se il lutto e la liberazione appartenessero alla medesima scena. La frattura attraversava il Paese da tempo, ma di rado si era manifestata con una tale forza simbolica. Khamenei non era soltanto un capo politico. Era l’incarnazione stessa del sistema, e per questo concentrava su di sé tanto la fedeltà dei sostenitori quanto le attese, talvolta furiose, di chi immaginava un cambiamento radicale.

L’architettura della successione

L’ordinamento iraniano non è privo di meccanismi formali per affrontare la transizione. La Guida suprema viene nominata da un organo clericale dominato da esponenti conservatori. Negli anni recenti, consapevole della propria età avanzata e della fragilità del contesto regionale, Khamenei aveva indicato tre possibili successori, nel tentativo di prevenire lotte intestine.

In via provvisoria, la gestione dello Stato è stata affidata a un comitato ad interim guidato da Ali Larijani, figura di lungo corso nel sistema repubblicano. L’obiettivo dichiarato resta la preservazione della Repubblica islamica quale struttura di potere, indipendentemente dalle pressioni esterne.

Tuttavia la procedura formale non esaurisce la questione sostanziale. La Guida suprema non è soltanto un vertice istituzionale. È il perno di un equilibrio tra clero, apparato di sicurezza e Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, attore economico e militare di peso crescente. Il successore, chiunque egli sia, dovrà ridefinire i rapporti interni a questo triangolo.

Ali Khamenei

La guerra e l’azzardo strategico americano

Il contesto in cui avviene la transizione è quello di un conflitto aperto. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele hanno colpito infrastrutture militari, siti missilistici e complessi ad alta sicurezza nella capitale. La morte della Guida è stata annunciata pubblicamente da Donald Trump, che ha accompagnato la notizia con un esplicito appello al cambio di regime.

Il messaggio, indirizzato direttamente al popolo iraniano, ha invitato i cittadini a “riprendere il controllo del proprio governo”, promettendo il sostegno di una potenza americana “schiacciante”. La formula rivela un’ambiguità calcolata. Washington esclude un intervento terrestre, memore delle esperienze irachena e afghana, ma scommette sulla possibilità che l’indebolimento del vertice produca un collasso interno.

Questa ipotesi si fonda sull’idea che la società iraniana possa esprimere, in tempi rapidi, una mobilitazione coesa e strutturata. Ma oggi una simile condizione non sembra maturata. Le opposizioni, tanto interne quanto diasporiche, appaiono divise da linee ideologiche e strategiche profonde. La caduta del vertice non coinciderebbe necessariamente con l’avvio di un processo democratico. Le transizioni mediorientali degli ultimi decenni insegnano quanto il vuoto di potere possa generare nuove rigidità, anziché aperture.

C’è chi richiama il precedente venezuelano, immaginando una rimozione del capo senza un’autentica rifondazione dell’apparato. In una simile traiettoria, il baricentro decisionale finirebbe per spostarsi ancora di più verso i Pasdaran, custodi di un intreccio capillare di interessi economici e leve coercitive. Il loro calcolo sarebbe pragmatico: preservare patrimoni e influenza, riducendo il livello di confronto con Washington senza rinunciare alla natura autoritaria del sistema. Il successore della Guida, anche se investito di una retorica inflessibile, eserciterebbe allora un potere più delimitato, inscritto in un equilibrio dominato dall’apparato militare-securitario.

Il rischio dell’escalation regionale

La scomparsa di Khamenei non ha prodotto alcuna tregua. Ha funzionato, semmai, da acceleratore. Teheran ha risposto colpendo Israele e obiettivi statunitensi nel Golfo, inscrivendo la vendetta in una logica di deterrenza che mira a dimostrare continuità operativa oltre la figura della Guida. Il conflitto si è propagato per cerchi concentrici, coinvolgendo indirettamente anche Hezbollah e riaprendo il fronte libanese, dove una tregua precaria reggeva più per stanchezza che per reale composizione delle divergenze.

La dimensione militare si è subito saldata a quella economica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha inciso su una delle arterie vitali del commercio energetico globale, interrompendo il passaggio di una quota rilevante del petrolio mondiale e innescando tensioni sui mercati. L’Iran ha mostrato ancora una volta la propria capacità di esercitare pressione attraverso strumenti asimmetrici, dai missili ai droni a basso costo già sperimentati in altri teatri, che consentono di moltiplicare l’impatto strategico senza esporsi a uno scontro convenzionale diretto.

Un’ulteriore radicalizzazione potrebbe alterare gli equilibri tra le monarchie del Golfo, Israele e l’insieme degli attori sciiti che gravitano nell’orbita iraniana, irrigidendo una polarizzazione che precede l’attuale crisi ma che ora rischia di diventare sistemica.

Un tornante storico

In molte capitali occidentali Khamenei era considerato il principale ostacolo a un’intesa stabile sul dossier nucleare. La sua uscita di scena apre, almeno in teoria, uno spiraglio negoziale che fino a ieri appariva sigillato. Uno spiraglio, però, non è una garanzia. Se la successione dovesse consolidare le componenti più intransigenti dell’apparato, quella finestra potrebbe richiudersi con la stessa rapidità con cui si è dischiusa.

Sul piano interno, il logoramento del consenso è un dato acquisito. La repressione delle proteste negli ultimi anni ha eroso il capitale simbolico della rivoluzione, incrinando il patto tra Stato e società che aveva sorretto la Repubblica islamica nelle sue fasi più critiche. L’immagine di una possibile “primavera persiana” esercita un fascino evidente su osservatori e attivisti, ma rischia di sottovalutare la resilienza di un sistema che, sotto pressione, ha mostrato una notevole capacità di adattamento e di ricomposizione delle élite.

L’Iran si trova così davanti a un passaggio decisivo. Potrebbe affermarsi una leadership incline a rinegoziare il rapporto con l’Occidente per ragioni di sopravvivenza economica e stabilità politica, accettando compromessi che finora erano stati respinti. Oppure potrebbe prevalere una logica di accerchiamento, nella quale l’inasprimento dello scontro diventa strumento di coesione interna e di legittimazione ideologica.

Resta un elemento difficilmente contestabile. Le dinamiche innescate dall’eliminazione di una figura cardine non sono pienamente governabili da nessuno degli attori in campo. In Medio Oriente le transizioni di potere raramente seguono linee rette. Più spesso inaugurano stagioni di ridefinizione sistemica, in cui la promessa di stabilità si traduce in equilibri fragili, esposti a continue revisioni. Con la morte di Khamenei si chiude il ciclo aperto nel 1979. Il capitolo successivo dipenderà dall’intreccio tra conflitti interni, ambizioni regionali e calcoli delle grandi potenze. Non è soltanto il destino dell’Iran a essere in gioco, ma la configurazione di un’area che continua a rappresentare uno dei nodi irrisolti dell’ordine internazionale contemporaneo.

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