accordo di pace russia ucraina

Pace per caso, non per merito

L’Ucraina continua a combattere per la propria libertà. Nonostante i propri nemici. E, purtroppo, anche nonostante i propri amici.

In un momento in cui il mondo sembra stanco della guerra, l’annuncio di una possibile intesa tra Mosca e Kyiv ha suscitato più scetticismo che sollievo. Da una parte, il desiderio diffuso di vedere la fine delle ostilità. Dall’altra, il sospetto – fondato – che dietro la fretta di chiudere, si nascondano motivazioni poco nobili.

L’amministrazione americana, ormai nota per la sua imprevedibilità, ha lanciato una proposta di accordo che molti osservatori considerano tutt’altro che limpida. Alcuni la leggono come l’ennesima concessione a un regime autoritario, un tentativo confuso di guadagnare consensi interni attraverso una vittoria diplomatica improvvisata. Altri, più indulgenti, pensano che vi sia almeno un barlume di razionalità strategica. In entrambi i casi, il giudizio non è positivo.

Il piano prevede un cessate il fuoco lungo le attuali linee di controllo, un programma di ricostruzione economica per l’Ucraina, un percorso di integrazione nell’Unione Europea e un impegno occidentale sul fronte della difesa, con una presenza militare a rotazione. La sovranità ucraina, almeno sulla carta, verrebbe riconosciuta. La Crimea e il Donbas? Rimandati a data da destinarsi. Forse mai.

Il punto è che questo patto arriva troppo tardi ed è troppo poco rispetto a ciò che sarebbe stato possibile nei primi due anni di guerra. Al tempo, l’indecisione dell’amministrazione Biden nel fornire armi, e la paralisi strategica dell’Europa, hanno fatto perdere a Kyiv l’unica vera occasione per riconquistare i territori occupati. E ad oggi, né gli asset russi sono stati confiscati seriamente né l’export di petrolio è stato colpito in modo risolutivo. Se c’è stato un parziale inasprimento delle sanzioni, è avvenuto ora, anche se solo in parte.

Che Mosca abbia accettato di parlare non significa che sia forte. Anzi. La Russia sta pagando un prezzo economico e demografico pesantissimo. Le sue industrie sono sotto pressione, le perdite militari ingenti; il tutto mentre ci sono una fuga di capitale umano senza precedenti e una crescente dipendenza da Pechino. Ma proprio per questo ha tutto l’interesse a mascherare le proprie fragilità con mosse diplomatiche ad effetto.

Il vero problema non è Mosca, ma chi guida il negoziato dall’altra parte. Non si tratta di professionisti della diplomazia, ma di personaggi improvvisati, affascinati da poteri forti e completamente privi della preparazione necessaria per gestire un dossier tanto complesso. Figure che mostrano una stupefacente ingenuità nei confronti degli interlocutori russi, dando l’impressione di non conoscere né la storia né la natura del regime con cui stanno trattando.

A questo si aggiunge una totale assenza di processo decisionale. Non c’è un coordinamento tra le varie anime dell’esecutivo, e nessun coinvolgimento degli alleati europei, con dichiarazioni smentite a poche ore di distanza da esponenti dello stesso governo. Il risultato è stato un caos diplomatico che ha spiazzato Kyiv, irritato Bruxelles e alimentato diffidenza ovunque.

Eppure, nonostante tutto, l’Ucraina resiste. Non ha ceduto nei momenti peggiori, non cederà adesso. Anche se dovesse accettare un compromesso doloroso, lo farà per salvare il proprio futuro, non per gratitudine verso chi ha fatto così poco per sostenerla davvero.

Resta però il dubbio più amaro: chi garantirà davvero gli impegni presi? Quale credibilità può avere una promessa fatta da una potenza occidentale che ha mostrato più e più volte di inseguire i propri interessi immediati, anche a scapito dei suoi alleati? E cosa accadrà se, domani, Mosca violerà ancora una volta gli accordi, magari sul diritto di navigazione del Dnipro o sul ritorno dei civili ucraini dalle aree occupate?

È difficile credere che una Casa Bianca così occupata a compiacere i propri interessi economici e politici interni sia pronta a reagire con forza.

Eppure, nel mezzo di tutto questo disordine, si apre uno spiraglio. Se l’Ucraina riuscirà a mantenere la propria indipendenza, a consolidare le istituzioni democratiche, ad assicurarsi una protezione militare credibile e ad avvicinarsi all’Europa, allora avrà trasformato un compromesso imperfetto in una base per la libertà.

Non è la pace che meritava. Ma è una possibilità. Un risultato che non si deve a chi ha pasticciato con trattative raffazzonate, ma al coraggio e alla determinazione di un popolo che non ha mai smesso di resistere.

Se questa guerra dovesse finire, sarà paradossalmente più per la forza ucraina che per merito occidentale. Un’uscita dalla guerra costruita non grazie alla lucidità delle potenze, ma nonostante la loro confusione. Una pace, forse, ottenuta per errore. Ma comunque da afferrare.

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