Xinjiang

La grande bellezza (e la grande censura): viaggio nell’altro volto dello Xinjiang

Per decenni lo Xinjiang è stato sinonimo di tensioni, violenze e repressione. Prima le rivolte separatiste, poi le accuse delle Nazioni Unite contro il governo cinese per crimini contro l’umanità con più di un milione di musulmani uiguri detenuti in campi di “rieducazione”. Oggi Pechino nega tutto. Intanto, però, ha trasformato la regione in un colossale palcoscenico turistico, finanziato con miliardi di yuan.

Lo Xinjiang si trova nel remoto nord-ovest della Cina e confina con otto Paesi. Montagne scolpite dal vento, praterie infinite, canyon spettacolari e laghi cristallini: la bellezza paesaggistica è fuori discussione. Alcuni la paragonano alla Svizzera, alla Mongolia e alla Nuova Zelanda, tutto in un unico luogo. Il suo passato sulla Via della Seta, con città millenarie come Kashgar, lo rende ancora più affascinante. Ma è proprio questo fascino che oggi alimenta un dibattito acceso: è possibile viaggiare qui senza diventare complici, almeno inconsapevoli, di un gigantesco progetto di propaganda?

Xinjiang

Negli ultimi anni il governo cinese ha investito in infrastrutture, resort di lusso e serie TV ambientate tra le vette dell’Altay. I turisti stranieri aumentano, anche se la stragrande maggioranza è interna. Le stime ufficiali parlano di 300 milioni di visitatori solo nel 2024, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 400 milioni entro il 2030.

Le agenzie cinesi descrivono lo Xinjiang come un luogo “esotico e misterioso”, dove la cultura uigura viene celebrata attraverso spettacoli, villaggi folkloristici e itinerari organizzati in ogni dettaglio. A nord si visita il Parco Nazionale di Kanas, con i suoi laghi alpini e le foreste dorate, a sud la città di Kashgar, incastonata nel deserto come un gioiello antico.

Molti turisti raccontano viaggi da sogno con cieli infiniti, accoglienza calorosa e silenzi surreali. Ma tutto si svolge sotto lo sguardo vigile delle telecamere e dei checkpoint di polizia. Gli alberghi per stranieri sono preassegnati. Le guide sono per lo più cinesi Han, il gruppo etnico dominante in Cina.

Alcuni visitatori, come Sun Shengyao, un giovane di Singapore, parlano di pregiudizi ingiustificati e invitano a “superare la diffidenza”. Altri, come Thenmoli Silvadorie, sempre di Singapore, raccontano di frustrazione con moschee inaccessibili, conversazioni superficiali con i locali, e un’atmosfera che sa più di vetrina che di vita reale.

Le autorità cinesi promuovono attivamente contenuti che mostrano uno Xinjiang rassicurante. Influencer stranieri sono invitati a raccontare la loro esperienza, spesso con toni entusiasti. Ma attivisti e osservatori internazionali ricordano che molte città storiche sono state ricostruite ex novo, cancellando architetture e toponimi legati alla cultura islamica.

L’antica Kashgar, un tempo cuore pulsante dell’identità uigura, oggi appare levigata e sterilizzata, con case in stile tradizionale ma nuove di zecca, e attori in costume a inscenare un folklore di superficie.

È una rappresentazione confezionata per i social network. Quella che vedete non è la mia terra. La mia terra è quella da cui sono dovuta scappare.

Irade Kashgary, attivista uigura in esilio

Il dilemma rimane: visitare lo Xinjiang significa legittimare una narrazione imposta? Oppure può essere un modo per guardare con occhi aperti, senza ingenuità, una delle regioni più complesse (e sorvegliate) del Pianeta?

Forse, come in ogni viaggio, molto dipende da come si guarda e da quanto si vuole davvero vedere.

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