Cinque anni dopo l’esplosione della pandemia, che ha messo in ginocchio ospedali, scuole ed economie, le conseguenze si fanno ancora sentire. I dati mostrano che il colpo inferto agli standard di vita rischia di lasciare cicatrici durature.
L’Indice di Sviluppo Umano (HDI), redatto dalle Nazioni Unite, misura i progressi in termini di aspettativa di vita, istruzione e reddito. È, dopo il PIL, uno degli strumenti più utilizzati per valutare il benessere dei Paesi. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1990, l’indice ha subito una flessione nel 2020 e nel 2021. Nel 2022 ha mostrato segni di ripresa, ma il rapporto pubblicato quest’anno rivela che nel 2023 l’aumento è stato il più lento mai registrato.
I Paesi ricchi mantengono il primato, come previsto. Secondo Achim Steiner, del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il 97% di queste economie ha già recuperato o superato i livelli pre-pandemia. Tra i Paesi a basso reddito, però, meno del 60% ha fatto altrettanto.
Dopo due anni in cima alla classifica, la Svizzera ha ceduto di pochissimo il primo posto all’Islanda. I Paesi nordici continuano a guidare le graduatorie che misurano la qualità della vita. In Islanda, oggi, un neonato ha un’aspettativa di vita superiore agli 82 anni, più di 18 anni di istruzione garantita e un reddito medio vicino ai 70 mila dollari annui.

L’indice però non considera le disuguaglianze interne ai singoli Paesi, che vengono analizzate attraverso strumenti specifici. Anche all’interno di una stessa nazione, infatti, le condizioni di vita possono variare in modo significativo. Negli Stati Uniti, ad esempio, chi ha un reddito elevato tende a vivere molto più a lungo rispetto alle fasce meno abbienti. Ma il denaro, da solo, non basta. Uno studio della Brown University, pubblicato ad aprile, ha rilevato che i più ricchi americani, pur vivendo in un Paese che occupa il 17° posto nell’HDI, hanno tassi di mortalità simili a quelli delle fasce più povere dell’Europa settentrionale e occidentale, e comparabili a quelli registrati in gran parte dell’Europa orientale.
Le ultime posizioni della classifica sono occupate quasi esclusivamente da Paesi dell’Africa subsahariana. In fondo a tutti c’è il Sud Sudan, dove l’aspettativa di vita resta sotto i 58 anni, la scolarizzazione media non arriva a sei anni e il reddito pro capite supera di poco i 680 dollari. Da quattro anni consecutivi il divario tra i Paesi in cima e quelli in fondo all’indice continua ad allargarsi. Le nazioni più povere mostrano segnali di stallo anche su altri indicatori: l’estrema povertà è calata appena dal 2015, la salute pubblica ha subito un netto peggioramento dopo la pandemia e la crescita economica procede più lentamente rispetto alle economie avanzate. A peggiorare il quadro, i tagli agli aiuti pubblici messi in atto da Stati Uniti ed Europa, che rischiano di lasciare i Paesi più fragili ancora più indietro.
Tra le regioni che stanno incontrando maggiori difficoltà nel recupero post-pandemia ci sono anche i Paesi arabi e quelli dell’America Latina e dei Caraibi, dove i segnali di ripresa restano deboli e discontinui.
Per anni si è creduto che il mondo nel suo insieme avrebbe raggiunto livelli di sviluppo molto elevati entro il 2030. Ma se il passo attuale dovesse mantenersi così lento, quel traguardo potrebbe allontanarsi di molti decenni.







